Per la Cassazione il danno ai prossimi congiunti del macroleso si estende ai componenti della famiglia allargata

Con l’ordinanza n. 15532 del 21 maggio 2026 la Terza Sezione civile della Cassazione affronta una questione che, nella pratica del contenzioso sul danno alla persona, ricorre con frequenza: quando un grave infortunio sconvolge l’equilibrio di un nucleo familiare, fino a che punto il giudice può negare il risarcimento ai familiari che vivono quotidianamente quella situazione?

La vicenda nasce da un sinistro motociclistico che aveva provocato alla vittima lesioni devastanti, culminate nella parziale amputazione della gamba sinistra.

La Corte d’appello di Milano aveva riconosciuto il danno non patrimoniale al fratello minore della danneggiata, rilevando come il bambino avesse vissuto un profondo cambiamento della propria esistenza: trasferimenti di abitazione, cambi di scuola e la convivenza con una sorella gravemente invalida in una situazione definita dalla stessa Corte territoriale come “altamente dolorosa”.

Nello stesso tempo, però, la Corte d’appello aveva negato il risarcimento al marito della madre della ragazza, padre dei fratelli minori della vittima e componente dello stesso nucleo familiare, ritenendo insussistenti elementi sufficienti a dimostrare un danno non patrimoniale risarcibile. È proprio questo passaggio che la Cassazione censura. L’ordinanza non afferma che il danno debba necessariamente essere riconosciuto. Dice qualcosa di diverso e, per certi aspetti, più importante: la decisione deve essere motivata in modo logicamente comprensibile.

Secondo la Suprema Corte, risulta “illogico e contraddittorio” utilizzare gli stessi fatti per riconoscere il danno a un componente della famiglia e negarli integralmente a un altro senza spiegare perché.

La Corte osserva che il giudice d’appello aveva valorizzato una serie di elementi oggettivi: la gravità delle lesioni; la convivenza; i ripetuti trasferimenti di abitazione; il radicale mutamento delle condizioni di vita familiari; la sofferenza derivante dalla presenza quotidiana di una persona gravemente menomata. Quegli stessi elementi, però, vengono poi sostanzialmente ignorati quando si esamina la posizione del marito della madre della vittima. Per la Cassazione una simile motivazione non supera la soglia minima richiesta dall’art. 111 della Costituzione.

Particolarmente significativo è il passaggio in cui la Corte evidenzia che la sentenza impugnata non spiega affatto per quale ragione le allegazioni del ricorrente non possano costituire quegli “elementi concreti diversi e ulteriori” che la Corte territoriale riteneva necessari. In altre parole, il problema non è il risultato raggiunto dal giudice d’appello. Il problema è il percorso logico seguito per arrivarci. L’ordinanza contiene poi un richiamo importante sul tema delle famiglie allargate.

La Cassazione ribadisce che il danno da lesione del rapporto parentale può essere riconosciuto anche all’interno di una stabile famiglia allargata e che la relativa prova può essere fornita mediante presunzioni. La Corte richiama il consolidato orientamento secondo cui la gravità delle lesioni riportate dalla vittima, la convivenza, la prossimità affettiva e la concreta struttura dei rapporti familiari possono costituire la base di un ragionamento presuntivo idoneo a dimostrare il pregiudizio subito dai congiunti.

Nel caso esaminato, il ricorrente non era il padre biologico della vittima. Era però il marito della madre, viveva con lei e con la ragazza e condivideva quotidianamente le conseguenze della gravissima invalidità derivata dal sinistro. La Cassazione non afferma che ciò basti automaticamente per ottenere il risarcimento. Afferma però che una situazione del genere non può essere liquidata con formule generiche o affermazioni apodittiche. La motivazione deve spiegare perché gli stessi fatti che consentono di riconoscere il danno a un componente del nucleo familiare non siano idonei a fondare una valutazione analoga per un altro soggetto che vive nella medesima realtà familiare. Per questa ragione la sentenza viene cassata con rinvio. La Corte d’appello dovrà tornare a esaminare la posizione del ricorrente e fornire una motivazione effettiva, coerente e comprensibile. L’interesse dell’ordinanza va oltre il caso concreto.

Negli ultimi anni la giurisprudenza ha progressivamente abbandonato una concezione rigidamente formale dei rapporti familiari, privilegiando la sostanza delle relazioni affettive e della vita quotidiana. La decisione del 21 maggio 2026 si inserisce in questo percorso e ricorda un principio elementare: quando il giudice decide di differenziare posizioni che appaiono, almeno in partenza, accomunate dagli stessi fatti, deve spiegare in modo chiaro perché lo fa. Se manca questa spiegazione, il problema non riguarda la valutazione del danno. Riguarda la tenuta stessa della motivazione.

Avv. Francesco Carraro

www.avvocatocarraro.it

Danno ai prossimi congiunti del macroleso e tabelle di Roma

16 mag 2026 #DannoBiologico#RisarcimentoDanni#ResponsabilitàSanitaria

In questo video analizziamo il funzionamento delle Tabelle di Roma per la liquidazione del danno non patrimoniale spettante ai prossimi congiunti di un soggetto macroleso. Quali sono i criteri utilizzati? Come si determina il danno riflesso dei familiari? Quali differenze esistono rispetto ad altri sistemi tabellari? Un approfondimento pratico e giuridico dedicato ad avvocati, operatori del diritto e a chiunque voglia comprendere meglio il tema del risarcimento del danno ai congiunti nelle ipotesi di macrolesione.

Francesco Carraro Avvocato

Iscriviti al canale per altri approfondimenti giuridici su: responsabilità sanitaria, danno alla persona, malpractice medica, assicurazioni e risarcimento del danno.

#DannoBiologico#Macrolesioni#RisarcimentoDanni#ResponsabilitàSanitaria#MalpracticeMedica#TabelleDiRoma#DannoNonPatrimoniale#Avvocato#DirittoCivile#FrancescoCarraro

Legge Gelli-Bianco e legge Foti: la Corte dei conti della Lombardia difende la specialità della responsabilità sanitaria

La sentenza n. 70 del 21 aprile 2026 della Corte dei conti della Lombardia è una decisione molto importante perché affronta uno dei problemi più delicati emersi dopo l’entrata in vigore della legge n. 1/2026, la cosiddetta legge Foti: il nuovo regime generale della responsabilità amministrativa si applica anche alla responsabilità sanitaria disciplinata dalla legge Gelli-Bianco? La Corte risponde di no. E lo fa con una motivazione ampia, sistematica e destinata ad avere un peso notevole nei futuri giudizi contabili contro i sanitari. Il caso nasce da un grave errore terapeutico avvenuto all’ospedale di Mantova. A un bambino di 27 mesi, ricoverato per ustioni, veniva somministrata una quantità enorme di paracetamolo per via endovenosa. La dose prescritta risultava “abnormemente superiore” a quella corretta. La conseguenza era una insufficienza epatica acuta che, fortunatamente, regrediva grazie all’immediato trasferimento del minore in una struttura specializzata.

L’Azienda sanitaria transigeva il contenzioso con la famiglia del bambino pagando poco più di undicimila euro. Successivamente la Procura contabile agiva nei confronti della sanitaria ritenendo sussistente una condotta gravemente colposa. Fin qui, il classico giudizio di responsabilità amministrativa sanitaria. Il vero interesse della decisione sta però nella parte dedicata al rapporto tra la legge Gelli-Bianco e la nuova legge Foti. La Corte parte da un dato temporale preciso: il fatto si era verificato nel gennaio 2020, quindi in piena vigenza della legge n. 24/2017. Tuttavia, mentre il giudizio era pendente, entrava in vigore la legge n. 1/2026, che ha introdotto una disciplina generale della responsabilità amministrativa molto più favorevole ai dipendenti pubblici, compreso un nuovo limite quantitativo al danno risarcibile.

Da qui il problema. La nuova disciplina generale prevale sulla normativa speciale sanitaria oppure continua ad applicarsi il sistema Gelli-Bianco? La Corte sceglie la seconda soluzione. Il cuore della motivazione è nella qualificazione della legge Gelli-Bianco come disciplina speciale e autonoma. La sentenza afferma che “la l. Gelli-Bianco possiede un indubitabile connotato di specialità” e definisce la responsabilità sanitaria come un vero e proprio “sottosistema unitario e coerente”. Non è un passaggio secondario.

Perché la Corte sta dicendo che la legge Gelli-Bianco non contiene semplicemente alcune regole sparse sulla colpa medica, ma costruisce un sistema autonomo di protezione del personale sanitario, con regole proprie sostanziali, processuali e procedimentali. La decisione richiama infatti: l’obbligo di comunicazione al sanitario delle richieste risarcitorie e delle trattative transattive; i limiti probatori nei giudizi successivi; i termini decadenziali; la valorizzazione delle linee guida; il rilievo delle difficoltà organizzative della struttura; il limite quantitativo specifico previsto per la responsabilità del sanitario.

Secondo la Corte, tutti questi elementi formano un insieme unitario che “non ne ammette l’applicazione atomistica”.

Ed è proprio qui che arriva il punto più importante della sentenza. La legge Foti ha introdotto un tetto risarcitorio più favorevole rispetto a quello previsto dalla Gelli-Bianco. La nuova disciplina generale stabilisce infatti che il danno non possa superare il 30% del pregiudizio accertato e, comunque, il doppio della retribuzione percepita. La legge Gelli-Bianco prevede invece il limite del triplo della retribuzione.

La differenza è evidente. Eppure la Corte rifiuta di applicare il nuovo limite più favorevole al sanitario. La motivazione è molto netta. Secondo la Sezione, il principio della “lex mitior” non può essere automaticamente trasferito nella responsabilità amministrativa, perché quest’ultima “rimane però essenzialmente di impronta risarcitoria”. Ma soprattutto la Corte aggiunge un altro argomento decisivo: la legge Foti non sarebbe nemmeno realmente più favorevole se si considera l’intero sistema della responsabilità sanitaria. La sentenza osserva infatti che il limite quantitativo al danno è solo “un componente di una più ampia disciplina” che nel suo complesso continua a garantire ai sanitari un trattamento speciale e privilegiato rispetto agli altri dipendenti pubblici.

È un ragionamento molto importante sul piano sistematico. La Corte rifiuta di prendere dalla legge nuova soltanto la norma più conveniente lasciando sopravvivere tutto il resto del sistema speciale Gelli-Bianco. In altre parole: niente “shopping normativo”. La motivazione richiama espressamente il principio “legi speciali per generalem non derogatur”. Secondo la Corte, quindi, la legge generale sopravvenuta non supera automaticamente la disciplina speciale sanitaria, nemmeno quando contiene regole apparentemente più favorevoli.

La decisione prende anche posizione contro una precedente sentenza della stessa Sezione, la n. 64/2026, che aveva invece tentato di estendere il nuovo tetto risarcitorio ai sanitari attraverso una interpretazione costituzionalmente orientata. Qui, invece, la Corte considera “manifestamente infondato” il dubbio di incostituzionalità. Sul piano pratico la pronuncia è molto rilevante.

Perché manda un messaggio chiarissimo: la responsabilità sanitaria continua a essere governata dal sottosistema Gelli-Bianco anche dopo la riforma generale della responsabilità amministrativa introdotta dalla legge Foti. Questo significa che, almeno allo stato: il tetto risarcitorio speciale della legge Gelli-Bianco sopravvive; la disciplina sanitaria resta autonoma; le nuove regole generali non entrano automaticamente nella malpractice pubblica.

Naturalmente il dibattito non è affatto chiuso. Anzi, è probabile che proprio questo contrasto interpretativo produca ulteriori sviluppi giurisprudenziali e forse anche questioni di costituzionalità. La stessa sentenza lascia intuire che il problema esiste davvero. Lo si capisce dal passaggio in cui la Corte ammette che “nulla vieta naturalmente al legislatore di estendere anche al personale sanitario il tetto risarcitorio introdotto in via generale”. Tradotto: il problema politico e sistematico è aperto. Solo che, secondo la Corte lombarda, non può essere il giudice a risolverlo sostituendosi al legislatore.

La parte finale della decisione torna poi sul caso concreto. La Corte riconosce la colpa grave della sanitaria. L’errore viene definito sostanzialmente macroscopico. La dose prescritta era enormemente superiore a quella corretta e la terapia “di facile calcolo”. Tuttavia il danno viene ridotto del 50%. Ed è interessante vedere perché. La Corte valorizza due elementi: il comportamento immediato della sanitaria, che aveva rapidamente attivato le misure necessarie per salvare il bambino; le carenze organizzative dell’ospedale, dove non era ancora stata implementata la cartella clinica elettronica.

La sentenza sottolinea infatti che “non fossero state implementate soluzioni […] che avrebbero potuto evitare, o quanto meno ridurre, errori come quello commesso”. Anche questo passaggio merita attenzione perché conferma una tendenza sempre più evidente nella giurisprudenza sanitaria: l’errore individuale del medico viene ormai valutato dentro il contesto organizzativo concreto della struttura sanitaria. E questo, soprattutto dopo la Gelli-Bianco, sta cambiando profondamente il modo in cui viene costruita la colpa medica nel giudizio contabile.

Avv. Francesco Carraro

www.avvocatocarraro.it

Diffamazione, giornali online e “notizia della notizia”: la Cassazione amplia l’area del diritto di cronaca

Con l’ordinanza n. 10822 del 23 aprile 2026 la Prima Sezione civile della Cassazione affronta un tema delicatissimo nel diritto dell’informazione: quando un giornale riprende una notizia già pubblicata da un’altra testata, il giornalista deve verificarne la verità oppure può limitarsi a riferire che quella notizia è già circolata?

La vicenda nasce dalla pubblicazione, su un quotidiano online locale, di un articolo che riprendeva quanto già pubblicato da un giornale nazionale circa presunti collegamenti tra un ex imam aretino e ambienti del terrorismo islamico.

L’interessato aveva agito in giudizio sostenendo che quelle affermazioni fossero false e diffamatorie e lamentando che il giornale si fosse limitato a rilanciare accuse gravissime senza alcuna verifica autonoma.

Sia il Tribunale che la Corte d’appello avevano respinto la domanda. La Cassazione conferma.

Il punto centrale della decisione è nella distinzione tra diffusione del fatto e diffusione della “notizia del fatto”. Secondo la Corte, nel caso concreto il giornale convenuto non aveva presentato al lettore come veri i presunti collegamenti terroristici; aveva invece riferito che un’altra testata nazionale aveva già pubblicato quella notizia. La Cassazione lo afferma espressamente: “non si dava notizia del fatto, ma si dava notizia che altra testata aveva riportato un fatto”.

Da questa premessa discende il resto del ragionamento.

La Corte richiama le tre regole elaborate dalla giurisprudenza sulla responsabilità del cosiddetto “diffusore mediatico”. La prima è quella generale: il giornalista che riporta dichiarazioni o notizie provenienti da terzi deve comunque verificare la verità almeno putativa dei fatti riferiti. La seconda costituisce un’eccezione: il giornalista può essere esonerato dal dovere di verifica quando esiste un interesse pubblico a conoscere il fatto stesso che certe dichiarazioni siano state rese o che una certa notizia sia già stata pubblicata. La terza opera invece come limite dell’eccezione: il lettore deve essere messo in condizione di capire che si stanno riportando dichiarazioni altrui e non fatti accertati.

Secondo la Cassazione, nel caso esaminato questi limiti erano stati rispettati. La Corte valorizza alcuni elementi molto concreti: il contenuto ripreso era virgolettato; la fonte era chiaramente indicata; il giornalista non aveva aggiunto commenti o collegamenti ulteriori; il titolo non conteneva riferimenti diretti al ricorrente; il sommario chiariva che si trattava di una notizia “raccontata” da altra testata.

La motivazione insiste molto sull’assenza di una elaborazione autonoma della notizia. La Cassazione sottolinea infatti che “alcun attività di elaborazione diretta o indiretta era stata compiuta rispetto alla notizia riportata”.

È questo il passaggio decisivo della decisione. La Corte sta dicendo, in sostanza, che il giornalista non aveva fatto propria l’accusa; aveva semplicemente informato i lettori del fatto che quella accusa stava circolando su una testata nazionale ed aveva ormai assunto rilevanza pubblica.

Naturalmente il tema è delicato. Perché il rischio di trasformare la “notizia della notizia” in una zona franca della diffamazione esiste eccome.

La Cassazione prova a contenerlo insistendo sul fatto che il lettore deve percepire chiaramente la natura mediata dell’informazione. Il giornalista non può costruire “accostamenti suggestivi o capziosi” tali da trasformare un racconto de relato in un’affermazione indirettamente presentata come vera. In quel caso, osserva la Corte, il giornalista “dismetterebbe la veste di terzo osservatore dei fatti, per divenire un diffamatore dissimulato”.

La decisione contiene anche un altro aspetto importante. La Cassazione considera rilevanti, ai fini dell’interesse pubblico, elementi che spesso vengono sottovalutati: la diffusione nazionale della testata originaria; la vasta eco mediatica della notizia; la mancanza di smentite al momento della pubblicazione; il collegamento territoriale tra la vicenda e il pubblico dei lettori. La Corte precisa che questi elementi “non sono affatto irrilevanti”.

In altre parole, più una notizia sta già circolando nello spazio pubblico, più cresce l’interesse giornalistico a riferire che quella notizia esiste, anche quando il fatto sottostante non sia stato ancora verificato in modo definitivo.

Qui emerge il vero nodo della pronuncia. L’asse della tutela si sposta progressivamente dalla verità del fatto alla correttezza della rappresentazione giornalistica del contesto informativo.

Finché il giornalista rende chiaro che la fonte è terza; che la notizia viene riportata; che non vi è adesione personale al contenuto; che non vengono costruiti artificiosamente collegamenti suggestivi, l’area della scriminante tende ad ampliarsi.

È una linea destinata a incidere soprattutto sull’informazione online, dove il rilancio immediato delle notizie costituisce ormai la regola del sistema mediatico. Resta però aperta una questione molto delicata: quanto basta, oggi, per far percepire al lettore che una notizia viene semplicemente riferita e non accreditata? Nel caso deciso vi erano elementi molto precisi: i virgolettati; la fonte esplicita; l’assenza di commenti aggiuntivi. In situazioni diverse le conclusioni potrebbero essere opposte. Ed è proprio qui che si giocherà il contenzioso futuro.

La Cassazione sdogana la TUN anche per gli eventi extra RCA e RC-medica

C’è una sentenza che, questa volta davvero, merita attenzione. Non perché introduca un principio inatteso – la Cassazione, negli ultimi anni, ha già mostrato una certa disinvoltura nel maneggiare i criteri di liquidazione del danno – ma perché compie un passo ulteriore, più netto, più consapevole nella direzione di una lettura del d.P.R. n. 12/2025, in vigore dal 5 marzo 2025, che ha approvato la T.U.N. (Tabella Unica Nazionale) ex art. 138 del Codice delle assicurazioni private, forzata e, letteralmente, “anacronistica” (nel senso dell’applicazione di una legge “fuori tempo” rispetto a quanto previsto dalla legge medesima).

La Corte imposta il ragionamento partendo da un punto che, in realtà, non è nuovo ma qui viene riportato al centro della scena: la liquidazione del danno non patrimoniale è governata dagli artt. 1226 e 2056 c.c., e dunque dal principio di equità.

Non si tratta di un richiamo formale. L’equità viene qualificata come regola giuridica a tutti gli effetti, perché è la legge stessa ad attribuire al giudice il potere di adattare la previsione astratta alla concretezza del caso. È in questa funzione che si colloca la liquidazione del danno alla persona: un giudizio che non può che essere equitativo, proprio perché ha ad oggetto un pregiudizio che non è traducibile in termini economici secondo criteri rigidi.

Dentro questo schema, l’equità svolge una funzione precisa. Serve a rendere proporzionato il risultato della liquidazione rispetto alla realtà del danno subito. Il punto non è soltanto attribuire un valore, ma far sì che quel valore sia coerente con la consistenza effettiva del pregiudizio, tenendo conto delle sue diverse manifestazioni.

La Corte insiste su questo aspetto. La valutazione equitativa consente di dare rilievo a tutte le componenti del danno, anche quando non sono immediatamente misurabili. In questo modo si evita che l’inevitabile indeterminatezza del bene leso – la salute, in primo luogo – si traduca in una tutela approssimativa.

A questa funzione se ne affianca un’altra, già individuata dalla giurisprudenza e qui espressamente richiamata: l’esigenza di trattare in modo uniforme situazioni analoghe. È un profilo che la Cassazione aveva messo a fuoco già con la sentenza n. 12408 del 2011, collegando l’equità non solo alla giustizia del caso concreto, ma anche alla parità di trattamento.

Il problema è che la sola equità, intesa come valutazione rimessa al giudice, non è in grado di garantire questo risultato. L’esperienza lo ha mostrato con chiarezza. Decisioni tra loro simili hanno prodotto esiti molto diversi, con effetti evidenti sulla prevedibilità del sistema e sulla stessa fiducia nella giurisdizione.

È in questo contesto che la Corte colloca la nascita delle tabelle giudiziarie. Non come alternativa all’equità, ma come strumento destinato a darle una forma più controllabile. Le Tabelle milanesi vengono richiamate proprio in questa prospettiva: un modello costruito a partire dall’esperienza delle decisioni di merito, progressivamente consolidato e utilizzato su scala nazionale.

La loro funzione è stata quella di introdurre un criterio stabile all’interno della valutazione equitativa, senza eliminarne la natura. Il giudizio resta equitativo, ma si appoggia a parametri che consentono di evitare scarti eccessivi tra casi analoghi.

Il meccanismo è noto. Il sistema a punto variabile consente di modulare il risarcimento in relazione all’età e alla percentuale di invalidità, secondo una logica che tiene insieme progressione del danno e riduzione legata all’aspettativa di vita. È su questo impianto che si è costruita la diffusione delle Tabelle milanesi e il loro riconoscimento come riferimento generale.

In questa ricostruzione, le tabelle non assumono un valore normativo. Restano strumenti di orientamento, ma acquistano rilevanza perché esprimono, in forma razionalizzata, la misura dell’equità. Servono a contenere la discrezionalità, a evitare che la liquidazione dipenda dal caso o dal giudice, a rendere il sistema più coerente.

La Corte costruisce il proprio approdo muovendo da una premessa che viene presentata come necessitata: la liquidazione del danno non patrimoniale resta governata dall’art. 1226 c.c. e, quindi, dal criterio equitativo. Dentro questo perimetro viene collocata la Tabella Unica Nazionale, alla quale si riconosce la possibilità di operare come parametro, pur al di fuori dell’ambito di applicazione tracciato dalla disciplina positiva, secondo una modalità definita “indiretta”, già adombrata – si osserva – in un precedente arresto (Cass. n. 11319/2025).

Il ragionamento si sviluppa nel senso di escludere che tale utilizzo implichi il ricorso all’analogia. La liquidazione del danno alla persona non presenta vuoti normativi, poiché trova già la propria regolazione nei principi codicistici che attribuiscono al giudice il compito di determinare il quantum secondo equità. In questa prospettiva, la Tabella non diventa fonte vincolante, ma resta uno degli strumenti di cui il giudice può avvalersi nell’esercizio della propria discrezionalità, senza che si determini alcuna automatica compressione di tale potere.

Viene, quindi, respinta l’ipotesi di un’applicazione diretta al di fuori dei casi previsti dalla legge. Il d.P.R. n. 12/2025, in continuità con la legge n. 124/2017, delimita espressamente l’ambito temporale e oggettivo di efficacia della Tabella. Una estensione obbligata oltre tali confini si porrebbe in contrasto con la scelta legislativa e con la natura stessa del giudizio equitativo, che, in assenza di un vincolo normativo espresso, resta affidato alla valutazione del giudice entro i limiti della proporzione e della parità di trattamento.

Sul versante temporale, la Corte esclude in modo netto la possibilità di applicare retroattivamente la Tabella. Il richiamo alla giurisprudenza formatasi in materia di responsabilità sanitaria (Cass. n. 28990/2019) viene ritenuto non pertinente, pur a fronte di una affinità funzionale tra i modelli di quantificazione. La differenza è individuata nel dato normativo: la disciplina della T.U.N. contiene una previsione esplicita che ne circoscrive l’efficacia ai fatti successivi alla sua entrata in vigore, previsione rinvenibile tanto nella legge n. 124/2017 quanto nel d.P.R. n. 12/2025.

Viene, inoltre, esclusa la possibilità di mettere in discussione tale delimitazione temporale attraverso una disapplicazione dell’atto regolamentare, ritenuta non giustificata neppure sotto il profilo dell’eccesso di delega. La clausola di entrata in vigore è considerata coerente con il quadro normativo di riferimento e con le esigenze di gestione del passaggio tra sistemi tabellari diversi, come evidenziato anche dal Consiglio di Stato nel parere n. 1282/2024. In questa prospettiva, la previsione temporale assume una funzione di raccordo tra criteri liquidatori succedutisi nel tempo, evitando incertezze sul piano applicativo.

La Corte, a questo punto, compie il passaggio decisivo del proprio ragionamento. Dopo avere escluso che la T.U.N. possa operare in via retroattiva come norma, le riconosce però una efficacia assai più ampia sul terreno dell’equità, fino a farne un criterio suscettibile di applicazione generalizzata in via indiretta e, soprattutto, un parametro privilegiato della liquidazione.

Il nucleo dell’argomentazione è questo. Se la liquidazione del danno non patrimoniale continua a trovare il proprio fondamento negli artt. 1226 e 2056 c.c., e se l’equità resta il criterio che governa il giudizio nei casi non coperti da una disciplina direttamente vincolante, allora la T.U.N. può essere utilizzata anche fuori dal suo ambito di efficacia immediata. Non come regola imposta dalla legge, ma come strumento idoneo a orientare il giudizio equitativo.

La Corte chiarisce così che la Tabella unica non entra in gioco solo come riferimento possibile. Entra in gioco come riferimento da preferire. Il salto sta tutto qui. Non si dice soltanto che il giudice può guardare alla T.U.N.; si dice che la T.U.N. rappresenta, nel nuovo quadro, il parametro privilegiato della liquidazione del danno biologico da macrolesione.

Per giustificare questo approdo, la sentenza insiste su due ordini di considerazioni.

La prima riguarda la fonte. La T.U.N. trae origine da un atto normativo e proprio per questo, secondo la Corte, porta con sé una forza ordinatrice che le tabelle di elaborazione giudiziaria non possono avere nella stessa misura. La generalità e l’astrattezza del parametro legale vengono assunte come elementi che rafforzano uniformità e parità di trattamento tra danneggiati.

La seconda riguarda la struttura. La Corte osserva che la T.U.N. si fonda, come le Tabelle milanesi, su un sistema a punto variabile, costruito in relazione all’età del danneggiato e alla percentuale di invalidità, con andamento crescente al crescere dei postumi. Da qui la conclusione che le differenze tra i due modelli non toccherebbero la qualità del meccanismo liquidatorio, ma soltanto, entro certi limiti, gli esiti monetari.

Su questa base la Corte ridimensiona il rilievo degli scarti economici tra i diversi sistemi tabellari. Il punto, si dice, non è quale tabella liquidi di più o di meno in astratto, ma quale modello assicuri meglio equità e parità di trattamento. E poiché la parità non si misurerebbe nel solo importo finale, bensì nel procedimento che conduce a quell’importo, il parametro normativo finisce per essere ritenuto preferibile.

In questa parte della motivazione emerge anche un altro passaggio importante. La Corte rifiuta l’idea che il rinvio dell’art. 138 c.a.p. ai criteri ritenuti congrui dalla giurisprudenza valga a cristallizzare il primato delle Tabelle milanesi. Quel richiamo, secondo la sentenza, non riguarda i valori monetari in sé, ma il metodo di costruzione della liquidazione. E proprio sotto questo profilo la T.U.N. verrebbe considerata coerente con i criteri metodologici già riconosciuti validi in passato.

Da qui l’approdo finale: dopo il 5 marzo 2025, in tutti i giudizi di primo grado nei quali il danno debba essere liquidato equitativamente, la T.U.N. rientra tra gli strumenti a disposizione del giudice, a prescindere dalla data del sinistro, purché il suo utilizzo avvenga sul piano dell’equità e non della diretta efficacia normativa. In questa prospettiva, la tabella nazionale diventa il parametro più aggiornato e, per ciò stesso, il criterio da assumere come riferimento privilegiato.

La sentenza introduce poi una precisazione processuale di notevole rilievo. Se in primo grado il danno è stato liquidato secondo le tabelle di origine pretoria e in appello si discute soltanto del quantum o delle modalità applicative, il sopravvenire della T.U.N. non consente di riaprire il tema del criterio tabellare, perché su quel punto si è formato giudicato interno. Diverso è il caso in cui l’impugnazione investa proprio la correttezza del criterio equitativo adottato: in questa ipotesi la T.U.N. può essere invocata anche in appello, e in certi limiti anche in cassazione, sempre che la questione resti sul piano della quaestio iuris relativa all’art. 1226 c.c.

Il tratto più significativo di questo passaggio sta dunque nel definitivo spostamento del baricentro. La T.U.N. non viene trattata come semplice novità normativa destinata ai fatti successivi alla sua entrata in vigore. Viene elevata a criterio generale di orientamento del giudizio equitativo, con una forza superiore a quella delle tabelle pretorie e con una tendenziale preferenza che il giudice potrà superare solo motivando in modo specifico.

La parte conclusiva del ragionamento è quella in cui la Corte prova a stabilizzare l’approdo già raggiunto e a renderlo governabile sul piano applicativo.

Dopo avere affermato che la T.U.N. può entrare nel giudizio equitativo anche fuori dal proprio ambito di efficacia diretta, la sentenza introduce una precisazione che, almeno in astratto, ha un rilievo importante: il ricorso alla tabella nazionale non esonera mai il giudice dal dovere di motivare. La liquidazione del danno alla persona, proprio perché resta affidata all’equità, non può risolversi nell’applicazione meccanica di un dato numerico. La Corte insiste su questo punto con chiarezza. Il parametro tabellare, da solo, non basta. Occorre sempre una valutazione del caso concreto, capace di dare conto degli elementi di fatto che incidono sulla reale consistenza del pregiudizio.

Il passaggio è coerente con la premessa generale da cui la sentenza muove. Se la liquidazione del danno non patrimoniale è, per sua natura, giudizio equitativo, allora il cuore della decisione resta nella motivazione. È lì che si misura la correttezza del risultato, perché è lì che si vede se il giudice abbia davvero attribuito un controvalore economico al danno concreto e non si sia limitato a recepire un importo astratto.

La Corte arriva così a dire che la motivazione costituisce insieme il criterio di controllo del giudizio equitativo e lo strumento attraverso il quale esso si rende conoscibile. La liquidazione deve dunque restare ancorata ai fatti accertati e alle peculiarità effettive del caso, secondo una linea che la stessa Cassazione richiama come già consolidata in materia di tabelle giudiziarie.

Su questa base, però, la sentenza compie il passo ulteriore che completa il nuovo assetto. Se la motivazione è sempre necessaria, lo è in misura ancora più intensa quando il giudice decide di non seguire la T.U.N. La ragione è semplice: la tabella nazionale, pur operando indirettamente nei fatti anteriori o fuori dal suo ambito diretto, viene ormai investita di una forza conformativa superiore a quella delle tabelle di origine pretoria, proprio perché deriva da una valutazione legislativa.

Da qui discende la conseguenza più rilevante dell’intera decisione. Il discostamento dalla T.U.N. resta possibile, ma viene circondato da cautele più strette. Non basta più una generica preferenza per altri criteri. Occorre una motivazione puntuale, capace di mettere in luce circostanze davvero peculiari della fattispecie concreta, tali da giustificare l’abbandono del parametro che la Corte considera ormai quello privilegiato.

La sentenza aggiunge, inoltre, che questa esigenza di motivazione si fa ancora più rigorosa quando la liquidazione riguarda proprio i settori cui la T.U.N. si riferisce ratione materiae. In quei casi, l’eventuale allontanamento dal modello nazionale deve essere sorretto da una giustificazione particolarmente accurata, tendenzialmente confinata a situazioni davvero eccezionali.

Nel punto conclusivo, la Corte riassume così la propria costruzione. La T.U.N. trova applicazione generalizzata in via indiretta, come parametro del giudizio equitativo ex artt. 1226 e 2056 c.c., anche per i fatti anteriori al 5 marzo 2025 e anche oltre i casi della circolazione stradale e della responsabilità sanitaria. In questo spazio, la tabella nazionale assurge a criterio generale e privilegiato della liquidazione del danno biologico da macrolesione. Il giudice può ancora discostarsene, persino scegliendo una tabella pretoria, ma solo a condizione di spiegare in modo specifico perché, in quel caso concreto, quel diverso criterio sia più idoneo a realizzare l’equità.

È qui che la decisione trova il proprio punto di approdo. La T.U.N. non viene trasformata in norma retroattiva. Viene però collocata al centro del giudizio equitativo, con una forza orientativa tale da ridurre sensibilmente lo spazio effettivo degli altri criteri. In questo senso, il principio di diritto enunciato dalla Corte non si limita a consentire l’uso della tabella nazionale fuori dal suo ambito diretto: ne consacra la prevalenza come nuovo asse della liquidazione del danno biologico da macrolesione.

Avv. Francesco Carraro

www.avvocatocarraro.it

Fondo di Garanzia: la Cassazione chiude la porta alle difese dilatorie

Nota a Cass. civ., sez. III, ord. 18 marzo 2026, n. 6419

La vicenda concreta è drammatica, ma il principio che la Cassazione afferma con questa ordinanza del 18 marzo 2026 ha un respiro molto più ampio del singolo caso e tocca un punto delicatissimo del contenzioso da circolazione stradale: come si prova la scopertura assicurativa del veicolo responsabile quando il danneggiato agisce contro l’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada.

Il fatto, in sé, è lineare. Un’autovettura in fase di sorpasso viene urtata dall’autocarro che sta svoltando a sinistra; la vettura sbanda, finisce contro un albero e il conducente muore. Gli eredi agiscono contro il conducente del mezzo pesante e contro l’impresa designata dal Fondo di Garanzia, deducendo che il veicolo del responsabile fosse privo di copertura assicurativa. Il Tribunale di Lecce accerta la scopertura, ritiene un concorso di colpa nella misura del 70% a carico del conducente dell’autocarro e del 30% a carico della vittima e condanna in solido i convenuti. La Corte d’appello conferma. L’impresa designata ricorre in Cassazione con sei motivi. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile.

Il punto davvero importante della decisione sta nel modo in cui la Corte affronta i primi due motivi, quelli con cui la compagnia tenta di sostenere che la Corte territoriale avrebbe “invertito” l’onere della prova, pretendendo dalla stessa impresa designata la prova positiva dell’esistenza di una copertura assicurativa.

La risposta della Terza Sezione è molto chiara e, direi, molto opportuna. La Corte afferma che nessuna indebita inversione dell’onere probatorio vi è stata, perché il giudice di merito ha fatto corretta applicazione del principio della vicinanza della prova. E qui la Cassazione compie un passaggio che vale la pena riportare testualmente, perché è il cuore della decisione: gli attori avevano assolto il proprio onere “producendo il certificato di (omissis) … attestante la scopertura assicurativa, così dimostrando il fatto costitutivo della loro pretesa”; a quel punto gravava sull’impresa designata l’onere di dimostrare l’esistenza di una diversa copertura, trattandosi di un fatto “rientrante nella sua sfera di conoscibilità qualificata”, dato che le compagnie assicurative hanno accesso diretto alle banche dati RCA.

Il principio di diritto enunciato dalla Corte merita di essere letto con attenzione, perché condensa in poche righe un criterio di enorme rilevanza pratica:

In tema di assicurazione della responsabilità civile per la circolazione di veicoli, nell’ipotesi in cui l’affidamento sulla sussistenza di una valida polizza sia stato ingenerato nel danneggiato dal rilascio di un certificato o dalla esposizione di un contrassegno assicurativo sulla vettura del danneggiante, cui segua l’attestazione della compagnia indicata dal responsabile dell’inesistenza della copertura, il danneggiato può proporre l’azione risarcitoria nei confronti dell’impresa designata per conto del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, spettando all’impresa designata l’onere di dimostrare l’esistenza di una diversa e valida polizza assicurativa, in quanto operatore professionale dotato di una sfera di conoscibilità qualificata e di accesso diretto alle banche dati assicurative, non potendosi gravare il danneggiato di una “probatio diabolica” circa un fatto negativo universale”.

Il punto è esattamente questo.
La compagnia ricorrente provava a spostare il piano del giudizio su un terreno solo apparentemente rigoroso, ma in realtà profondamente distorsivo: pretendere dal danneggiato la prova piena e universale di un fatto negativo, cioè dell’inesistenza di qualunque copertura assicurativa possibile. La Cassazione rifiuta questa impostazione e lo fa per una ragione che sta tutta dentro la logica del processo civile: il danneggiato deve certamente allegare e provare il fatto costitutivo della sua pretesa, ma non può essere costretto a una dimostrazione impossibile quando la controparte professionale dispone, per posizione tecnica e istituzionale, degli strumenti conoscitivi idonei a verificare l’esatto stato della copertura.

Qui il principio della vicinanza della prova non viene usato come formula retorica o come scorciatoia equitativa. Viene usato per quello che deve essere: uno strumento di razionalità processuale. Se il danneggiato produce l’attestazione negativa della compagnia indicata dal responsabile, ha già fatto quanto, ragionevolmente, può essergli chiesto. A quel punto non ha alcun senso pretendere che compia ulteriori peregrinazioni probatorie nell’universo delle possibili coperture. Chi può sapere se esista una diversa polizza è, prima e meglio di chiunque altro, l’impresa designata, che opera professionalmente nel sistema e ha accesso immediato ai dati rilevanti.

La sentenza è importante anche per un secondo profilo, più processuale ma non meno utile. La compagnia aveva tentato di trasformare in questione di legittimità ciò che era, in realtà, una contestazione di merito: il contenuto della documentazione, la mancata ammissione di una prova testimoniale a distanza di quasi vent’anni, la ripartizione della colpa tra i conducenti. Anche su questo la Cassazione è netta. Il travisamento di un documento non sussiste quando non si è in presenza di un errore percettivo puro, ma di una valutazione critica del suo contenuto. La scelta di non ammettere un teste oculare così lontano nel tempo rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che può legittimamente preferire “rilievi tecnici oggettivi compiuti nell’immediatezza del sinistro”. Quanto alla graduazione della colpa, la Corte richiama un principio fin troppo noto ma sempre opportuno da ribadire: la ripartizione percentuale della responsabilità è apprezzamento di fatto, sindacabile in cassazione solo se la motivazione manca o è radicalmente incoerente. Altrimenti, il ricorso diventa per ciò che è: un tentativo “surrettizio” di trasformare il giudizio di legittimità in un terzo grado di merito.

Il messaggio complessivo dell’ordinanza, a ben vedere, è duplice.

Il primo messaggio è sostanziale: nelle azioni contro il Fondo di Garanzia il danneggiato non deve essere schiacciato sotto un onere probatorio irragionevole quando abbia già fornito un serio principio di prova della scopertura assicurativa. È una presa di posizione di civiltà processuale, prima ancora che di tecnica giuridica.

Il secondo messaggio è metodologico: la Cassazione non è il luogo in cui si ridiscutono documenti, CTU cinematiche, verbali e prove testimoniali già vagliati da due giudici di merito, salvo i casi eccezionali in cui si scivoli davvero fuori dal perimetro della legittimità.

In questo senso l’ordinanza n. 6419 del 2026 non inventa nulla di eclatante, ma fa qualcosa di molto più utile: mette ordine. E lo mette proprio là dove, nei giudizi contro le imprese designate del Fondo, spesso si annidano difese solo apparentemente sofisticate, ma in realtà costruite per spostare sul danneggiato un peso probatorio che l’ordinamento non può e non deve imporgli.

In sintesi, la Cassazione chiama le cose con il loro nome.
E quando parla di “probatio diabolica”, non sta facendo letteratura. Sta semplicemente ricordando che anche il processo civile, se vuole restare un processo, deve continuare a distinguere tra prova difficile e prova impossibile.

Avv. Francesco Carraro

www.avvocatocarraro.it

Mille e un motivo per votare SÌ al referendum — e continuare a vivere

È curioso osservare come un referendum che, a voler essere onesti, offre pochissimi argomenti razionali per votare “no” sia riuscito comunque a dividere il Paese in due blocchi contrapposti quasi speculari. È una fotografia abbastanza impietosa di come funzionano davvero le democrazie contemporanee: non sono i neuroni a guidare le scelte collettive, ma le tribù (col decisivo contributo delle tivù). Troppe persone non scelgono dopo aver soppesato pro e contro su una bilancia logica, ma su una ideologica; votano in base a tic involontari di simpatia viscerale, spinti da riflessi incondizionati di appartenenza, o per ancestrale fedeltà ad un “campo”. In altre parole: prima si chiedono da che parte “devono” stare, in quale curva militare, per chi bisogna tifare, e solo poi cercano le ragioni per cui la propria “squadra” avrebbe ragione.

Allora, proviamo a ragionare frigido pacatoque animo (con spirito algido e distaccato) come insegnavano il Latini. Sgombriamo il campo dalle emozioni di chi vede ovunque Meloni. La riforma sottoposta al vaglio referendario agisce su alcuni articoli della Costituzione — l’87, il 102, il 104, il 105, il 106, il 107 e il 110 — ma nemmeno uno di essi, neppure quelli riscritti quasi integralmente come il 104 e il 105, scalfisce l’autonomia della magistratura. Anzi: l’articolo 104 continua a recitare, come ha sempre fatto, che la magistratura costituisce “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Con una conseguenza quasi paradossale: se la riforma passerà, quella garanzia non verrà ridotta ma semmai  replicata in due distinti ordini di autogoverno — quello dei giudici e quello dei pubblici ministeri — ciascuno dotato di un proprio Consiglio superiore. Tantomeno viene toccato uno dei pilastri più richiamati, e reclamati, nel dibattito pre-elettorale: l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112) resta al suo posto come pure il principio, altrettanto intonso, secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101). Tutto il resto appartiene più alla polemica politica che alla lettura del testo costituzionale.

Ma ci sono anche aspetti involontariamente comici, in tutta la faccenda, che meritano una menzione d’onore (e magari una risata liberatoria). Non foss’altro perché proprio  guitti,  comici, attori e ballerine sono quasi tutti per il NO (non si capisce bene, anzi si capisce fin troppo bene, dall’alto di quale incompetenza). Ad ogni buon conto, i sostenitori più convinti del SI  dovrebbero  essere proprio i fautori “progressisti” del fronte del NO. Perché la separazione delle carriere non è un’invenzione della destra: è una riforma che, per almeno un quarto di secolo, ha abitato stabilmente nei programmi e nelle riflessioni della sinistra riformista. La propose la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997, che immaginava carriere costituzionalmente distinte tra giudici e pubblici ministeri. Tornò nei programmi dell’Ulivo all’alba del 2000, riapparve nel 2007 nel disegno di legge costituzionale presentato dal ministro Mastella durante il secondo governo Prodi e continuò a riaffiorare nel dibattito del Partito Democratico, dove autorevoli esponenti hanno a lungo sostenuto che la terzietà del giudice richiede percorsi professionali separati. Persino la riforma Cartabia del 2021-2022 — sostenuta da molti esponenti di sinistra — ha rafforzato la separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri. Per questi motivi, ascoltare un dirigente di sinistra denunciare la separazione delle carriere come un attentato alla democrazia rappresenta davvero un viaggio surreale nei territori ancora inesplorati della dissonanza cognitiva.

E se proprio vogliamo restare nel campo delle forze politiche oggi all’opposizione, nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle del 2018 la riforma della giustizia conteneva una denuncia esplicita delle logiche correntizie interne alla magistratura e indicava l’obiettivo di spezzare il potere delle correnti nelle dinamiche del CSM. In altre parole, il problema oggi minimizzato era riconosciuto come palese anche dai grillini.

C’è poi una domanda elementare che basterebbe da sola a sgombrare il campo da tre quarti della retorica che ammorba il dibattito. Una domanda a cui chiunque — da uno scolaretto di prima a un emerito di diritto costituzionale — darebbe la stessa identica risposta. Proviamo ad auto-somministrarvela in prima persona: se tu fossi imputato in un processo penale, vorresti che il giudice chiamato a decidere sulla tua colpevolezza appartenesse allo stesso ordine, allo stesso corpo, alla stessa carriera di chi ti accusa? Vorresti cioè che giudice e pubblico ministero facessero parte della medesima organizzazione professionale, con gli stessi percorsi, gli stessi concorsi, gli stessi organi di autogoverno? Astenersi masochisti cronici e autolesionisti anonimi.

In Europa, del resto, il modello italiano non è la regola: è un’eccezione piuttosto rara. Nella grande maggioranza delle democrazie occidentali chi accusa e chi giudica non appartiene allo stesso ordine professionale o comunque non condivide la stessa carriera giudiziaria. Vale negli Stati dell’Unione europea, vale nel mondo anglosassone — dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dal Canada all’Australia — e vale in quasi tutte le democrazie mature. L’Italia è tra i pochissimi Paesi europei nei quali giudici e pubblici ministeri appartengono formalmente allo stesso ordine giudiziario. Siamo tra i pochissimi “eletti” dove continua a sopravvivere questa peculiare specie di magistratura “onnivora”  che fagocita carriere giudicanti e carriere requirenti.

E proprio qui si colloca un’altra questione non di rado subdolamente  rimossa: quella della contiguità culturale. Non si tratta di insinuare sospetti sull’imparzialità dei giudici — sarebbe tanto ingeneroso quanto infondato — ma di prendere atto di un dato strutturale. Se chi accusa e chi decide proviene dallo stesso concorso, dalla stessa formazione, dalla stessa carriera e dallo stesso corpo professionale, è inevitabile si formi una inopportuna e deleteria “prossimità” culturale. Il che, in un sistema di pesi e contrappesi più delicato di un orologio atomico (qual è il processo penale) non può che incrinare la fiducia “percettiva” in una indefettibile equidistanza del giudice rispetto agli altri due attori delle dinamiche processuali. La giustizia non deve essere soltanto imparziale, deve anche apparire tale. L’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo insiste proprio su questo punto: la neutrale terzietà del Giudice. Non basta, a garantirla, la coscienza del foro interiore; essa deve essere resa auto-evidente dall’organizzazione intrinseca del “foro” esteriore.

Veniamo ora al maledetto sorteggio sovente trattato alla stregua di un arnese barbarico indegno di sistemi giuridici evoluti, alla stregua di un’ordalia medievale. In realtà, esso è già presente nel nostro ordinamento. Nelle Corti d’Assise, per esempio, i giudici popolari sono estratti a sorte dagli elenchi dei cittadini idonei. Il Tribunale dei ministri prevede componenti individuati in consimile manierasorteggiati tra i magistrati del distretto. Persino la Corte costituzionale, nel giudicare il Presidente della Repubblica per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è integrata con soggetti estratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore. Lo stesso criterio compare in vari ambiti amministrativi: dalla formazione (in molti casi affidata alla sorte) delle commissioni nei concorsi pubblici alla scelta dei commissari nelle procedure di appalto, fino alla designazione degli scrutatori nei seggi elettorali.

Del resto, l’idea che il sorteggio possa servire a raffreddare le dinamiche di appartenenza non è una fantasia partorita in un raptus di eccentricità: è stata riconosciuta persino all’interno della magistratura. Nel sistema dei concorsi per magistrato ordinario, infatti, alcuni componenti delle commissioni esaminatrici sono individuati proprio mediante sorteggio da appositi elenchi. La ragione è fin troppo evidente: ridurre il rischio che la selezione dei commissari — e quindi, indirettamente, dei futuri magistrati — sia condizionata dalle logiche “partitiche” di cui trattasi. Non si vede perché uno strumento sdoganato persino dal CSM (per la selezione dei commissari d’esame), non dovrebbe funzionare per la selezione di quest’ultimo.

Un capitolo a parte merita la proposta di istituire un’Alta Corte disciplinare, vale a dire un organo distinto rispetto al CSM e chiamato a giudicare gli illeciti dei magistrati. Oggi il sistema disciplinare resta largamente interno alla magistratura stessa. I sostenitori della riforma ricordano spesso un dato che circola da anni nel dibattito pubblico: secondo alcune ricostruzioni, la stragrande maggioranza degli esposti disciplinari — in alcune stime oltre il novanta per cento — si conclude senza sanzioni effettive. Il punto non è tanto la precisione aritmetica della percentuale, quanto il problema di fondo che essa pone: un sistema disciplinare percepito come troppo domestico per non essere anche fazioso. Separare le funzioni dell’Alta Corte da quelle di auto-governo dei consigli superiori – vieppiù in un contesto dove il sorteggio mantiene la sua centralità – riduce drasticamente il rischio di derive correntizie e di soluzioni (o assoluzioni) di comodo non ispirate a reali criteri di giustizia, ma ad altrimenti possibili, se non addirittura probabili, logiche di ripartizione e di (reciproco) favore.

C’è poi la questione degli sponsor e degli influencer. Il fronte del NO ha fatto circolare la voce secondo cui i “buoni” (per cultura giuridica e statura democratica) voterebbero contro la riforma e i “cattivi” (diciamo pure i “fasci”) a favore. Peccato che tra i fautori del SI vi siano due veri e propri pezzi da novanta al di sopra di ogni sospetto di connivenza con il nemico di destra. Infatti, tra i giuristi favorevoli al SI, spicca Sabino Cassese, professore emerito della Scuola Normale di Pisa ed ex giudice della Corte costituzionale, il quale ha spiegato, con la consueta chiarezza, che accorpare pubblico ministero e giudice nella  stessa carriera è “come chiedere che chirurgo e anestesista siano la stessa cosa: lavorano nello stesso sistema, ma svolgono funzioni diverse”. E poi c’è Antonio Di Pietro, convintissimo sostenitore del Comitato del SI: simbolo vivente della lotta alla corruzione durante l’epopea di Tangentopoli, fieramente antiberlusconiano da sempre e minimamente arruolabile, sotto alcun aspetto, alle detestatissime (dal fronte del NO) truppe governative e meloniane.

Per concludere – tolte di mezzo le forzature ideologiche di chi parla pro domo sua –  un dubbio si leva all’orizzonte accecante come  un sole d’agosto: se davvero il principio del giudice terzo è rubricabile alla stregua di un diritto “naturale”, di un bisogno “fisiologico” , di un innato senso equitativo albergante in ogni uomo, come si può difendere con tanta ostinazione un sistema dove accusa e  giudizio sostanzialmente “pari” sono? Non si tratta di sovvertire o attaccare i giudici, ma esattamente del contrario: rafforzarne l’autorevolezza agli occhi dei cittadini. Perché non va preservata solo l’indipendenza della magistratura dalle interferenze della politica. Va anche garantita l’indipendenza di chi decide se hai sbagliato e devi pagare da chi ti accusa di aver sbagliato e di dover pagare.

Francesco Carraro

www.avvocatocarraro.it

Solo il concedente del leasing può agire contro l’assicurazione del mezzo

Capita spesso, nella pratica dei contratti di leasing, che il bene venga assicurato contro i rischi più evidenti – incendio, furto, danneggiamento – e che l’utilizzatore del bene sia il soggetto che, materialmente, subisce il danno e si attiva per ottenere l’indennizzo.

Il caso deciso dalla Cassazione con l’ordinanza del 5 marzo 2026 n. 4946 nasce proprio da una situazione di questo tipo, con un dettaglio che rende la vicenda particolarmente istruttiva: il bene oggetto del leasing era una Porsche Panamera, sottratta da ignoti durante la notte.

Dopo il furto, l’utilizzatore aveva fatto ciò che normalmente accade in queste situazioni: aveva attivato la compagnia assicuratrice affinché liquidasse l’indennizzo in favore della società di leasing, proprietaria del veicolo. Nel frattempo, però, la concedente aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per la penale dovuta a seguito della risoluzione anticipata del contratto.

La controversia nasce qui. L’utilizzatore e il fideiussore contestano il decreto ingiuntivo e cercano di coinvolgere nel giudizio la compagnia assicurativa. La strategia difensiva è semplice: se il veicolo è stato rubato e assicurato, l’indennizzo dovrebbe coprire la perdita economica e quindi incidere anche sulla pretesa della concedente.

La questione giuridica, però, non riguarda il furto né la dinamica contrattuale del leasing. Riguarda qualcosa di più tecnico: chi è legittimato ad agire contro l’assicuratore.

La Corte d’appello di Brescia aveva già dato una risposta netta, qualificando la polizza come assicurazione per conto altrui. In questo schema contrattuale il contraente non coincide con il titolare del diritto all’indennizzo. Il diritto nasce direttamente nel patrimonio del beneficiario.

Nel caso concreto il beneficiario era la società di leasing, proprietaria del veicolo.

La Cassazione non fa altro che confermare questa impostazione.

La presenza della cosiddetta clausola di vincolo nella polizza assicurativa ha un effetto molto preciso: l’indennizzo deve essere pagato direttamente al soggetto indicato nella clausola, e soltanto quel soggetto può agire nei confronti dell’assicuratore per ottenerlo.

Il meccanismo è noto, ma la sentenza lo ribadisce con chiarezza. Quando il contratto di assicurazione prevede un beneficiario determinato, il diritto all’indennizzo nasce direttamente nel patrimonio di quest’ultimo. Non passa dal patrimonio del contraente e non può essere esercitato da chi ha stipulato la polizza, a meno che il beneficiario non autorizzi espressamente l’iniziativa.

Nel caso di specie questa autorizzazione non esisteva.

L’argomento difensivo degli utilizzatori era costruito su una clausola del contratto di leasing che attribuiva loro la facoltà di agire nei confronti del fornitore o di terzi responsabili. Ma la Cassazione osserva che quella clausola riguarda i rapporti tra utilizzatore e concedente e non modifica la struttura del contratto assicurativo.

Il punto decisivo è proprio questo: il contratto di leasing e il contratto di assicurazione sono due rapporti distinti. Una clausola del primo non può alterare la titolarità dei diritti derivanti dal secondo.

La conclusione è inevitabile.

Se la polizza è stipulata per conto altrui e contiene una clausola di vincolo a favore della società di leasing, l’utilizzatore non può agire contro l’assicuratore per ottenere l’indennizzo.

Può semmai sollecitare il beneficiario a farlo.

La pronuncia contiene anche un richiamo, quasi pedagogico, alla tecnica del ricorso per cassazione. La Corte rileva infatti che i ricorrenti non avevano neppure trascritto nel ricorso il contenuto delle clausole contrattuali che sostenevano essere state male interpretate. Un difetto che, da solo, sarebbe stato sufficiente a rendere inammissibile il motivo.

È un richiamo che molti avvocati conoscono bene: la Cassazione non va a cercare nei fascicoli ciò che il ricorrente non ha indicato con precisione. Sul piano sostanziale la decisione non introduce un principio nuovo. Ribadisce però con chiarezza un assetto contrattuale che nei leasing è molto diffuso e che spesso viene sottovalutato quando nasce il contenzioso. L’utilizzatore del bene è quello che subisce materialmente il danno, ma il diritto all’indennizzo assicurativo appartiene alla società di leasing se la polizza lo prevede espressamente.

È una distinzione che può sembrare formale, ma che diventa decisiva quando si passa dal piano economico a quello processuale. E la sentenza lo dimostra bene: nel momento in cui l’utilizzatore prova ad agire contro l’assicuratore, si accorge di non essere titolare del diritto che intende far valere. Nel diritto delle assicurazioni, a volte, la partita si gioca tutta qui.

Responsabilità civile oggi: perché le “partite” processuali si vincono prima della sentenza

Chi si occupa quotidianamente di responsabilità civile, sanitaria o RC Auto ha probabilmente maturato una sensazione precisa: da tempo non assistiamo a riforme dirompenti o a sentenze “epocali”. Eppure, il lavoro dell’avvocato è diventato più complesso, non più semplice. Non perché le regole siano cambiate, ma perché si sono stabilizzate.

Il quadro normativo e giurisprudenziale attuale è, sotto molti profili, coerente e prevedibile. La responsabilità sanitaria continua a muoversi lungo i binari tracciati dalla Gelli-Bianco; la RC Auto resta ancorata a criteri consolidati in tema di dinamica del sinistro, concorso di colpa e quantificazione del danno; la responsabilità civile in senso lato è governata da principi che chiunque frequenti le aule di giustizia conosce bene. Eppure, proprio questa stabilità impone un cambio di mentalità.

Oggi la differenza tra una causa vinta e una causa persa raramente si gioca sull’interpretazione creativa della norma. Si gioca, molto più spesso, sulla qualità dell’impostazione iniziale. Nei giudizi di responsabilità sanitaria, ad esempio, non è più sostenibile confidare in un generico richiamo alla colpa del medico o della struttura: occorre un’allegazione puntuale, tecnicamente credibile, capace di dialogare con la futura consulenza tecnica. Analogamente, in RC Auto, la ricostruzione del fatto non è un passaggio preliminare ma il vero cuore del processo: una dinamica fragile o approssimativa difficilmente potrà essere raddrizzata nei gradi successivi.

Anche la funzione della Cassazione è mutata nella percezione di molti operatori. Non è più – se mai lo è stata – il luogo in cui recuperare una causa persa nel merito. È un giudice di controllo, sempre più rigoroso, che interviene solo quando la decisione impugnata presenta vizi strutturali: motivazioni apparenti, salti logici, violazioni evidenti delle regole sull’onere della prova. Chi arriva in legittimità senza questi presupposti spesso lo fa solo per sentirsi dire che il problema non è giuridico, ma fattuale.

In questo contesto, il vero terreno di competizione professionale si sposta a monte. Conta la capacità di selezionare i casi, di dire qualche “no” in più al cliente, di investire tempo nella fase istruttoria e nella preparazione della CTU. Conta, soprattutto, la consapevolezza che il processo civile non è una sequenza di atti standardizzati, ma un percorso che richiede coerenza metodologica e strategica, non solo squisitamente giuridica, dall’inizio alla fine.

La responsabilità civile di oggi non premia l’improvvisazione né l’iper-tecnicismo fine a se stesso. Premia la solidità del ragionamento, la precisione dell’allegazione e la capacità di costruire una storia processuale che regga, prima ancora che alla lettura del giudice, al vaglio della logica.

Avv. Francesco Carraro

www.avvocatocarraro.it

“IO DISOBBEDISCO” – Il nuovo libro dell’Avv. Carraro – Byoblu editore

Ai tempi del Covid, cominciarono a martellarci con l’esigenza delle “regole” che dovevamo rispettare. Poi, con la necessità di “nuove abitudini” che dovevamo acquisire. In realtà, l’ossessione per le regole e l’imposizione di nuove abitudini non era una faccenda limitata al periodo del Coronavirus. Si trattava, e si tratta, di un’arma letale attraverso la quale sdoganare un concetto perverso: e cioè che non esistono solo le “regole” classiche, tipiche di ogni ordinamento giuridico (quelle, per intenderci, codificate nelle leggi e nei decreti). Ce ne sono anche altre, definite non a caso “nuove”, cui dobbiamo obbedienza tanto quanto a quelle “vecchie”.

Sono prescrizioni che vanno rispettate se vogliamo combattere una pandemia, guarire da un virus, evitare un contagio. Ma sono anche norme alle quali sottomettersi se vogliamo opporci al cambiamento climatico, combattere gli “estremismi”, evitare di cadere vittima del fascismo, del populismo, del complottismo, del sovranismo; nonché di tutti i terribili “ismi” che minacciano la società “libera” e “democratica” in cui abbiamo la “fortuna” di vivere (e che è poi, stando al racconto di lorsignori, il migliore dei mondi possibili). Per contrastare tutto ciò, nasce questo libro con due obiettivi ben precisi.

Primo obiettivo: demistificare le parole d’ordine del regime: dal politicamente corretto alla cultura woke, dalla lotta all’odio al patriarcato, dalla presunta emergenza delle fake news alla cosiddetta identità di genere, dal femminicidio alle quote rosa (o di qualsiasi altro colore). E, ancora: dal feticismo nei confronti della scienza all’apologia dei mistificanti nuovi diritti, dal mito nero della paura a quello dorato dall’accoglienza. Insomma, tutti i luoghi comuni attraverso i quali vogliono educarci a un “pensiero comune”. E anche a un’unica possibilità di azione o reazione (quella decisa a monte e da altri) rispetto alle vicende del mondo che impattano sulle nostre vite.  Dietro ciascuno di questi vocaboli, neologismi, modi di dire, si nasconde una sottilissima forma di manipolazione volta a disciplinare le nostre menti. Così da farci acquisire quelle “nuove abitudini” di cui il Sistema ha bisogno per consolidare il proprio regime. Ma pure per “abituarci” (appunto) a rinunciare, passo dopo passo, alla libertà di parola, di opinione, di critica e, soprattutto, di opposizione.

Secondo obiettivo: incoraggiare i lettori a un atto di disobbedienza civile intransigente contro i deliri “regolatori” e “abitudinari” in questione. Il che significa non solo battersi per un progetto politico di segno contrario a quello vigente, ma (prima ancora e prima di tutto) disobbedire in ogni istante (e in ogni circostanza possibile) della nostra vita quotidiana – con il pensiero, con le parole, con il silenzio, con i comportamenti, con le azioni e con le omissioni – agli architetti, ai costruttori e ai governatori della Civiltà delle regole e delle nuove abitudini.

www.francescocarraro.com