Sulla nullità del ricorso per cassazione notificato via pec

Parliamo del combinato disposto dell’art. 3 bis della L.53/94 e della normativa sulle notifiche così come modificata dall’art. 1 comma 3, decreto 28 dicembre 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 4 del 7 gennaio 2016 e contenente le modifiche alle specifiche tecniche previste dall’art. 34, comma 1 del decreto 21 febbraio 2011, n. 44.

Il prefato decreto contiene le regole tecniche per l’adozione, nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni, ai sensi dell’articolo 4, commi 1 e 2 del decreto-legge 29 dicembre 2009, n. 193, convertito nella legge 22 febbraio 2010, n. 24.

Alla luce delle succitate norme, quando l’avvocato notifica un atto proprio firmato digitalmente, tale atto deve essere creato precedentemente con word e direttamente trasformato in file PDF.

Inoltre, il testo della normativa è chiaro nel prevedere che la procura alle liti va rilasciata all’avvocato su foglio separato del quale è estratta copia informatica, anche per immagine, ai sensi e per gli effetti dell’art. 18 n. 5 del DM 44/2011 così come modificato dal DM 48/2013. Successivamente essa notificata via pec con documento informatico separato allegato al messaggio di posta elettronica certificata mediante il quale l’atto è notificato.

Quanto all’atto principale, ad esempio il ricorso per Cassazione esso è ottenuto dalla trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini.

Ergo, i problemi sorgono quando il ricorso introduttivo –  pur essendo costituito da un file formato pdf –  non è un atto nativo digitale (ottenuto cioè mediante la trasformazione di un documento testuale), ma è un file ricavato mediante la scansione di immagini e poi sottoscritto digitalmente. Ciò accade, ad esempio, quando la procura è stata inserita in calce all’atto e compare con sottoscrizione autografa, poi scansionata, del cliente e dell’avvocato patrocinatore della stessa per l’autentica. Ci riferiamo, quindi, ai casi in cui il patrocinio del ricorrente redige l’atto, stampa lo stesso con la procura in calce sottoscritta dalla parte assistita, autentica la relativa procura con sottoscrizione autografa e poi sottoscrive il ricorso e scannerizza il tutto siglando il file digitale così ottenuto con firma digitale.

L’avvocato potrà, invece, notificare l’atto a un soggetto il cui indirizzo PEC risulti da pubblici elenchi avendo cura di allegare al messaggio PEC (da inviare ai fini della notifica) sia l’atto introduttivo (nativo digitale) sia la procura alle liti rilasciata dal cliente.

Sul punto, una interessante sentenza del Tribunale di Livorno evidenzia: “L’atto del processo in forma di documento informatico, da depositare telematicamente all’ufficio giudiziario, rispetta i seguenti requisiti: a) è in formato PDF; b) è privo di elementi attivi; c) è ottenuto da una trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini; d) è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata esterna secondo la struttura riportata ai commi seguenti; e) è corredato da un file in formato XML, che contiene le informazioni strutturate nonché tutte le informazioni della nota di iscrizione a ruolo, e che rispetta gli XSD riportati nell’Allegato 5; esso è denominato DatiAtto.xml ed è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata.”

Se così non avviene, occorre domandarsi se l’atto abbia i requisiti formali  indispensabili per raggiungere lo scopo suo proprio.

La risposta non può che essere negativa, secondo la sentenza testè citata: “Il rispetto delle regole tecniche (quali ad esempio quella sui formati ammessi dei files degli allegati) ha lo scopo di rendere tali atti immediatamente intelligibili a tutti gli attori del processo (senza imporre la necessità di ricercare programmi di conversione di formati diversi), così come la norma che impone che l’atto del processo sia un .pdf ottenuto mediante la trasformazione di un documento testuale, ha lo scopo di rendere l’atto navigabile ad ogni attore del processo e dunque quello di consentire l’utilizzo degli elementi dell’atto, senza la necessità di ricorrere a programmi di riconoscimento ottico dei caratteri, detti OCR (optical character recognition). Ma se così è, la redazione dell’atto processuale in formato pdf ottenuto mediante scansioni per immagini non è idoneo a raggiungere lo scopo dell’atto e dunque deve essere dichiarato nullo ai sensi dell’art 156 comma 2° c.p.c. Nel caso di specie deve dunque essere dichiarata la nullità dell’atto introduttivo del giudizio” (Tribunale Livorno, sentenza del 25.07.14).

Anche il Tribunale di Roma si è espresso nello stesso senso pronunciandosi con sentenza del 13.07.14 e dichiarando l’inammissibilità di un ricorso per decreto ingiuntivo: “La norma impone che l’atto del processo sia in formato pdf ottenuto mediante la trasformazione di un documento testuale, proprio per conseguire lo scopo di rendere l’atto navigabile ad ogni attore del processo e dunque quello di consentire l’utilizzo degli elementi dell’atto, senza la necessità di ricorrere a programmi di riconoscimento ottico dei caratteri, detti OCR (optical character recognition), pertanto, la redazione dell’atto processuale in formato pdf ottenuto mediante scansioni per immagini non è idoneo a raggiungere lo scopo dell’atto e dunque deve essere dichiarato nullo ai sensi dell’art 156 comma 2° c.p.c.”

In siffatte, ipotesi, deve dunque essere dichiarata la nullità anche del ricorso per Cassazione introdotto senza i crismi di legge.

Avv. Francesco Carraro

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Buona fede, mala gestio e danni punitivi

Il problema della compatibilità del nostro sistema giuridico e, in particolare, della materia pertinente la responsabilità civile e il risarcimento del danno con il concetto dei cosiddetti “danni punitivi” è tornato prepotentemente alla ribalta con la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nr. 16.601 del 2017.

Si tratta di una pronuncia con la quale i giudici di legittimità hanno dovuto prendere in considerazione una sentenza della Corte d’appello di Venezia che, a sua volta, aveva dichiarato immediatamente esecutive nell’ordinamento italiano alcune sentenze pronunciate rispettivamente nel 2008, 2009 e 2010 da tre corti americane.

All’interno di queste sentenze, veniva in rilievo anche la questione dei cosiddetti “danni punitivi”, che, come noto, hanno pieno diritto di cittadinanza nell’ordinamento anglosassone. Le Sezioni Unite sono state interpellate dal ricorrente circa la natura monofunzionale (e cioè solo di carattere satisfattorio-compensativo) o polifunzionale (e cioè anche di carattere sanzionatorio-punitivo) del modello risarcitorio italiano. Ebbene, gli Ermellini hanno sottolineato come il carattere monofunzionale della responsabilità civile (in quanto tale riconducibile ad una sola funzione reintegratoria) deve considerarsi un plesso concettuale ormai “superato”: esso risale, in particolare, a una sentenza della Corte di Cassazione (la nr. 1183 del 2007) che aveva statuito la contrarietà all’ordine pubblico dei danni punitivi proprio perché “distonici” rispetto all’esclusiva finalità riparatoria che deve riconoscersi al risarcimento nel nostro sistema. Oggi, per contro, secondo le SS.UU., va attribuita al rimedio risarcitorio una natura polifunzionale proiettata verso più “aree” nel novero delle quali si situa sia una finalità compensatoria-satisfattiva che una sanzionatorio-punitiva.

Fin dai primi commenti pubblicati all’indomani del deposito della sentenza de quo, la dottrina ha messo in evidenza come, tra le intenzioni ascrivibili ai magistrati del Palazzaccio, non ci fosse quella di mutare lo statuto ontologicamente orientato alla funzione risarcitoria del nostro ordinamento (che continua, perciò, ad essere di prevalente natura riparatoria).  Semmai, l’istituto aquiliano può legittimamente recare seco anche una sfumatura di carattere deterrente/sanzionatorio; un quid pluris, per così dire, tale da consentire ai giudici l’appesantimento discrezionale delle condanne con la liquidazione di somme più ingenti di quelle strettamente necessarie a reintegrare il patrimonio della vittima nello statu quo ante.

Non solo: poiché l’art. 23 della nostra carta costituzionale prevede espressamente che ogni prestazione personale debba passare attraverso il vaglio di una “intermediazione legislativa”, nel nostro sistema sarà consentito accedere a una pronuncia di condanna per danni punitivi solo in presenza di una norma che, nel caso concreto, espressamente lo preveda.

Ciò implica che i danni punitivi non possono essere considerati come “immanenti” alla struttura dell’illecito (e delle sue conseguenze) così come disegnata dall’art. 2043 cc.

Ora, la sentenza in commento costituisce uno sprone per il ricercatore, ma anche per l’operatore del diritto, a individuare se e in che misura vi siano, in Italia, norme che già oggi consentono la liquidazione di danni “punitivi” finalizzati a sanzionare un comportamento scorretto, sleale e in malafede. Partiamo allora da quest’ultimo concetto, cioè quello di buonafede, e caliamolo sul piano settoriale delle trattative stragiudiziali finalizzate all’individuazione di una soluzione conciliativa tra l’autore e la vittima di un illecito. Innanzitutto, la norma di riferimento in grado di illuminare tutta la questione è l’art. 1337 c.c. a mente del quale “le parti, nello svolgimento delle trattative contrattuali, devono comportarsi secondo buonafede”. In ossequio all’insegnamento della sentenza delle Sezioni Unite nr. 9645/01, trattasi, di una responsabilità di natura extracontrattuale che cadrà, quindi, sotto la copertura normativa degli artt. 2043 e segg. e, in particolare, dell’art. 2056 c.c.

Tale norma si applica sia nel processo formativo del contratto sia prima, cioè in quel lasso di tempo durante il quale si svolgono, tra le parti, semplici trattative attraverso le quali viene elicitata una inclinazione delle parti stesse rispetto alla stipula negoziale senza però che ci siano stati atti concreti qualificabili alla stregua di una proposta o di una accettazione.

Orbene, durante questo “periodo” –  che nella prassi delle trattative in ambito Rc-auto  può protrarsi anche a lungo –  le parti (quindi sia il patrocinatore stragiudiziale sia il funzionario della compagnia assicurativa) sono tenute al rispetto del canone della buona fede da intendersi in senso oggettivo. Non è cioè necessario che l’elemento soggettivo qualificante la condotta delle parti ridondi in un contegno doloso o di smaccata buonafede. È  sufficiente, piuttosto, anche un mero atteggiamento censurabile sul piano della colpa e consistente nel generare in capo a parte avversa la ragionevole convinzione di essere prossima alla chiusura formale della trattativa.

Ergo, ciò che conta massimamente è la generazione di un “affidamento” (della controparte) id est di una confidenza fiduciosa nel fatto che oramai le trattative siano prossime a sfociare in una conclusione positiva dell’affare.

Ciò non significa che le parti siano obbligate a concludere l’accordo: ciascuna di esse potrà recedere anche senza un giustificato motivo (non c’è niente di cui “scusarsi” nel ricusare una opportunità considerata, in prima battuta, appetibile) purché non abbia colposamente ingenerato nel proprio contraddittore l’affidamento di cui poc’anzi si discorreva. Proprio per questo, solo chi recede senza giusta causa dopo aver suscitato l’affidamento avversario nell’esito positivo delle trattative avrà, per ciò, stesso violato l’obbligo di buona fede e lealtà reciproca e dovrà conseguentemente pagarne il fio sotto forma di risarcimento del danno.

Fatta questa premessa possiamo affrontare un tema assai affine a quello testè trattato: ci riferiamo a un istituto che, prima facie, potrebbe far pensare a qualcosa di molto simile alla categoria del “danno punitivo”: la mala gestio, così come concettualmente messa a punto in via giurisprudenziale dalla sentenza delle Sezioni Unite nr. 10.725 /03 e da quella recente della Cassazione nr. 10.221/17.

Ebbene, secondo i canoni sanciti dalle pronunce degli Ermellini, la mala gestio può essere di duplice natura: impropria e propria.

Quella impropria concerne il rapporto tra danneggiato e assicuratore. Trattasi di una responsabilità di natura extracontrattuale per colpevole ritardo che si regge sul disposto degli artt. 22 della legge 990/69 e 145/148 del decreto legislativo 209/05. Sono casi in cui il danneggiato riesce a dimostrare che l’assicurazione non lo ha pagato nei termini previsti dalle succitate norme senza una giustificata ragione. In questi casi –  laddove, all’esito dell’eventuale processo, il totale del risarcimento sommato a interessi e rivalutazione  fosse superiore al massimale di polizza – il danneggiato avrebbe diritto a quella porzione del montante complessivo (eccedente il massimale) che corrisponde proprio agli interessi e alla  rivalutazione.

Il caso della mala gestio propria è diverso perché non riguarda il rapporto tra danneggiato e assicuratore, ma semmai quello tra assicurato e assicuratore e ha natura contrattuale. Esso si fonda sugli art. 1173 e 1175 c.c. ed è integrato da tutte quelle ipotesi in cui si verifichino, da parte della compagnia, un disinteresse o addirittura un rifiuto a trattare la lite o una gestione impropria e pretestuosamente dilatoria della stessa. Ove accada che, all’esito del processo, il cliente danneggiato sia condannato a una cifra superiore a quella del massimale di polizza, la vittima del sinistro ha diritto di essere manlevata dalla propria compagnia anche di quella parte del risarcimento che ecceda, per ipotesi, il massimale.

Quindi, la mala gestio propria copre la differenza tra ciò che il responsabile civile avrebbe effettivamente pagato in caso di buona condotta dell’assicurazione e ciò che invece si è trovato a pagare a cagione del colpevole ritardo di quest’ultima. A differenza della mala gestio impropria, quella propria concerne, perciò, non solo gli interessi e il maggior danno ex art. 1224, secondo comma c.c., ma l’intero ammontare della posta risarcitoria eccedente il massimale.

Trattandosi un inadempimento di natura contrattuale l’assicurato, ove voglia giovarsene, deve formulare una esplicita domanda (a differenza di quanto accade nella mala gestio impropria dove  la relativa domanda del danneggiato si considera implicitamente contenuta nella ordinaria richiesta di cui alle formule di rito con le quali, nelle citazioni, gli avvocati domandano una certa somma maggiorata, appunto, di rivalutazioni e di interessi dal giorno dell’evento al saldo).

L’istituto di cui abbiamo parlato, a ben vedere, non può considerarsi alla stregua di un danno punitivo in senso stretto in quanto ha pur sempre una caratteristica marcatamente risarcitoria.

Per trovare qualcosa di simile, a tutti gli effetti, a un danno di natura punitiva, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’art. 96 comma terzo c.p.c . Prima, però, è opportuno accennare a due rimedi di natura pre-processuale introdotti ne nostro ordinamento negli ultimi anni: il primo è la mediazione obbligatoria  originariamente prevista dal d.Lgs. nr. 28/2010 e successivamente (dopo una declaratoria di incostituzionalità) reintrodotto con il cosiddetto “decreto del fare” (d.l. 69/13 convertito in lg. 98 del 09/08/2013). il secondo rimedio è quello della negoziazione assistita introdotto dal decreto legge 132/14  e successivamente convertito  con lg. 162/14.

Per quanto riguarda la mediazione obbligatoria, essa si applica, ai sensi dell’art. 5 comma 1bis d.lgs. 28/2010 alle controversie in materia di: condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno da diffamazione, contratti assicurativi, finanziari, bancari, risarcimento del danno da RC-medica. Per quel che qui ci interessa, ci occupiamo di quest’ultima materia (malpractice medica). La legge prevede che la mediazione obbligatoria costituisce una condizione di procedibilità della domanda che si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo. L’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice non oltre la prima udienza; è obbligatoria l’assistenza di un avvocato e l’eventuale accordo conciliativo è sottoscritto sia dalle parti che dagli avvocati che attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico.

L’avvocato è obbligato a informare i clienti dell’esistenza di tale istituto e il giudice, qualora rilevi che il procedimento è iniziato ma non concluso, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine entro cui deve concludersi la mediazione mentre, se la mediazione non è stata esperita, assegna alle parti un termine di 15 gg. per la presentazione della relativa domanda. Nel caso in cui una parte non partecipi senza un giustificato motivo, il giudice non solo può desumere argomenti di prova da tale contegno ostruzionistico nel successivo giudizio (ex articolo 116 comma 2 c.p.c.), ma può condannare la parte costituita al versamento nelle casse dello stato di una somma pari al contributo unificato dovuto per la causa.

Quanto invece alla negoziazione assistita, la sua disciplina ricalca grosso modo quella della mediazione ma si applica obbligatoriamente anche all’RC-auto e alle domande di pagamento di qualsiasi somma non eccedente i 50 mila euro. Nel caso della negoziazione è espressamente previsto che, laddove la parte non risponda all’invito alla negoziazione entro 30 gg., ovvero opponga un rifiuto, il suo contegno può essere valutato dal giudice ex art. 96 c.p.c.

E veniamo ora al cuore della questione. L’art. 96 c.p.c. rubricato come “Responsabilità aggravata” è stato novellato dall’art. 45 della legge 18.6.2009 n. 69 la quale ha aggiunto ai primi due commi (con i quali si punisce chi agisce o resiste in giudizio con mala fede e colpa grave) un terzo comma che utilizza la leva dei costi processuali per scoraggiare gli abusi e che ha una tipica funzione sanzionatoria (il Tribunale di Roma, con sentenza del 28.5.13, n. 11.676, l’ha espressamente definita come “sanzione d’ufficio”) in grado di qualificarla senz’altro come una forma di danno punitivo. Infatti, mentre ai fini dell’applicazione dell’art. 96, primo e secondo comma c.p.c., sono necessari un’istanza di parte, la prova della malafede avversaria e l’esistenza di un danno risarcibile (che la giurisprudenza configura come danno da abuso del diritto di natura non patrimoniale e presuntiva assimilabile al danno oggettivo per durata irragionevole del processo di cui alla legge  24.03.01 n. 89, cosiddetta legge Pinto), nel caso del comma terzo la pena pecuniaria può essere liquidata d’ufficio dal giudice indipendentemente da un’istanza di parte e soprattutto a prescindere dalla prova del danno subito (come evidenziato da Cass. nr. 17902/10).

Ci si è chiesti se tale pena possa considerarsi compatibile con il diritto costituzionale e con quello comunitario: con il primo in ragione dell’ostacolo rappresentato dall’art. 24 della Costituzione che garantisce l’esercizio del diritto di azione ed eccezione (foss’anche infondata!); con il diritto comunitario in ragione del regolamento 864/07, considerando 32, che “perimetra” l’ammissibilità delle norme comunitarie che stabiliscono delle pene pecuniarie senza funzione risarcitoria. La risposta è stata positiva, in entrambi i succitati casi, secondo la giurisprudenza, alla luce delle seguenti considerazioni: quanto al diritto di agire in giudizio, l’art. 96 non lo inibisce non foss’altro che per il fatto di esigere (al fine della sanzione) un contegno quantomeno gravemente colposo; quanto al regolamento europeo di cui sopra, esso, in realtà, mette in guardia solo contro i danni punitivi eccessivi, ma non li esclude in linea di principio.

Tornando al terzo comma dell’art. 96 c.p.c., ci si è chiesti cosa significano le parole “in ogni caso” utilizzate nell’incipit della norma. Infatti, nei primi due commi è punito con un risarcimento colui che agisce o resiste nel processo con malafede e colpa grave, mentre invece, nel terzo, la malafede e la colpa grave non sono menzionate. Ebbene, secondo l’interpretazione più accreditata, anche il terzo comma fa riferimento a fattispecie dolose o gravemente colpose; secondo altri, invece, ai fini dell’applicazione dal danno punitivo del terzo comma, sarebbe sufficiente anche la semplice colpa di non rilevante entità.

Comunque sia, il danno deve essere liquidato dal giudice equitativamente, ma motivatamente (in conformità ai principi costituzionali di solidarietà, eguaglianza, durata ragionevole del processo) sempre ricordando che l’equità non può costituire un’alternativa alla legge trattandosi di un principio a sua volta condizionato e vincolato dai soprastanti  principi costituzionali ed extra-costituzionali disciplinanti la materia.

Nelle sentenze più recenti vi sono vari esempi di utilizzo di questa norma per sanzionare il contegno delle compagnie assicuratrici che tengono un atteggiamento strumentalmente ostruzionistico nel corso del processo e, in genere, il parametro più utilizzato per determinare la pena è quello di liquidare un multiplo delle spese processuali già messe a carico della parte soccombente.

In definitiva, possiamo concludere che vi sono già, in Italia, norme contemplanti lo strumento (con funzione sanzionatoria) del danno punitivo, in particolare nei confronti di coloro che mal si atteggiano nell’ambito dell’interlocuzione con la controparte processuale. Nulla di minimamente avvicinabile al danno punitivo “all’americana”, ma quantomeno qualcosa di utile per ricondurre il contegno di molti attori del ramo assicurativo a un livello di minima correttezza.

Avv. Francesco Carraro

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L’assicurato può agire contro la compagnia anche se non ha stipulato la relativa polizza

Un’ordinanza del 20.12.17, la  nr. 30.653 della Corte di Cassazione, ha affrontato il tema del diritto esercitato dall’assicurato di evocare in giudizio la compagnia di assicurazione (per far valere la relativa copertura) anche nel caso in cui la polizza sia stata stipulata da un soggetto diverso dal beneficiario.

Il caso di specie riguardava la vicenda di un medico di un’azienda ospedaliera il quale era rimasto coinvolto in un incidente stradale mentre, alla guida del proprio veicolo, faceva ritorno a casa provenendo dalla propria sede di servizio. Egli aveva chiamato in causa la compagnia tenuta a indennizzarlo in ossequio a una polizza infortuni stipulata dall’azienda sanitaria alle cui dipendenze il dottore lavorava. Quindi, a ben vedere, il soggetto contraente della polizza non era colui che ne invocava le garanzie, ma piuttosto la struttura dove costui prestava i propri servizi. Il sanitario, invece, doveva considerarsi, a tutti gli effetti, un mero beneficiario delle eventuali indennità dovute giusta il contratto in essere.

Trattavasi, in buona sostanza, di un tipico contratto di assicurazione per conto altrui con il quale sovente le ULSS (alla pari di altre realtà aziendali) garantiscono una copertura contro gli infortuni occorsi al proprio personale dipendente addetto al servizio di continuità assistenziale in regime di convenzione.

La compagnia si era costituita in giudizio contestando che il medico potesse vantare un’azione diretta nei suoi confronti e l’aveva spuntata sia in primo che in secondo grado.

Il medico è ricorso in sede di legittimità per protestare la violazione e falsa applicazione di legge da parte della Corte d’Appello di Sassari. Quest’ultima, pur riconducendo la tipologia negoziale in esame nel novero di quelle “per conto altrui” disciplinate dall’art. 1891, negava che i terzi assicurati –  benché beneficiari del contratto di assicurazione – potessero accampare, nei confronti di quest’ultima,  un diritto di azione diretta. E ciò proprio in considerazione del fatto che i terzi, in quanto tali, non possono reputarsi parte contrattuale.

La Suprema Corte, invece, ha capovolto l’esito del giudizio di secondo grado e accolto il ricorso affermando che le tutele discendenti dal rapporto assicurativo di cui all’art. 1890 secondo comma c.c. (a mente del quale “i diritti derivanti dal contratto spettano all’assicurato e il contraente, anche se in possesso della polizza, non può farli valere senza espresso consenso dell’assicurato medesimo”) possono essere esercitati direttamente dal soggetto beneficiario.

Cogliamo l’occasione per rammentare che, alla base della norma contenuta nell’art. 1891, vi è il cosiddetto “principio indennitario” secondo il quale ci deve essere sempre e comunque una assoluta coincidenza tra il titolare dell’interesse protetto e colui che vanta il diritto alla prestazione derivante dal contratto assicurativo.

Avv. Francesco Carraro

carraro@avvocatocarraro.it

Le notifiche agli irreperibili sotto la lente della Cassazione

Con ordinanza n. 683 del 12.1.2018, la Corte di Cassazione ha puntualizzato i presupposti che consentono di notificare un atto giudiziario, o amministrativo, con le modalità previste dall’art. 140 del codice di procedura civile.

L’arresto giurisprudenziale de quo, significativo e condivisibile, è da apprezzarsi soprattutto perché – in un contesto storico e sociale connotato da una vistosa, e a tratti frenetica, mobilità che porta i cittadini a trascorrere gran parte delle ore diurne fuori di casa – la norma disciplinante le notifiche in assenza del destinatario assume un’importanza cruciale in grado di impattare, talora con conseguenze nefaste, sulla vita e sul patrimonio dei debitori. Pensiamo a quante volte ci sarà capitato di sentire qualcuno lamentare la mancata ricezione di una diffida o di una ingiunzione recanti importi poi lievitati in modo macroscopico per effetto del decorso del tempo, con conseguente applicazione di interessi di mora, maggiorazioni e altri balzelli.

Orbene, l’art. 140 c.p.c. e l’art. 14 della legge 689/81 permettono, tra l’altro, agli ufficiali giudiziari  di portare a compimento una notifica anche se il soggetto cui materialmente è destinato l’atto non si trova, per ipotesi, nella propria dimora o nel proprio domicilio.

Affinchè la notifica possa comunque considerarsi validamente effettuata, l’ufficiale deve affiggere un avviso alla porta dell’edificio ove doveva trovarsi il destinatario, deve depositare una copia del plico nella casa comunale competente e deve avvisare il destinatario medesimo (a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento) degli adempimenti compiuti.

Purtroppo, nel corso degli anni è invalso l’abuso di questo tipo di notifiche soprattutto da parte delle pubbliche amministrazioni e degli esattori i quali se ne sono serviti ben oltre i limiti tassativamente stabiliti dal codice. La legge, infatti, permette la notifica ex art. 140 c.p.c. solo in presenza dei seguenti presupposti: “impossibilità di conseguire la consegna per irreperibilità o incapacità o rifiuto delle persone cui l’atto può essere consegnato”.

La Corte, con l’ordinanza in commento, ha chiarito che la tipologia di notifica di cui trattasi è regolare solo se l’ufficiale non può consegnare l’atto direttamente a mani proprie dell’interessato ovvero nella residenza, dimora o domicilio di costui. Soprattutto, il presupposto indefettibile (ai fini della validità di tale rimedio) è che l’organo adibito alla notificazione specifichi in maniera inequivoca le ragioni per cui egli non ha consegnato “normalmente” l’atto. A tal fine non è sufficiente un generico e onnicomprensivo richiamo alle  tre fattispecie contemplate dalla prefata norma (e cioè irreperibilità, incapacità e rifiuto di ricevere il piego).

È  invece indispensabile che l’ufficiale notificatore evidenzi, in modo specifico e dettagliato, quale esattamente dei presupposti summenzionati ricorra nel caso concreto. Infatti, indicarli tutti e genericamente, con le classiche frasi di stile, equivale a non indicarne nessuno.

Avv. Francesco Carraro

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La responsabilità della P.A. per il guard-rail non a norma

Con la sentenza 30.921 del 22.12.17, la Corte di Cassazione si pronuncia sulla vicenda relativa a un sinistro di ben quindici anni prima, nel dicembre 2002, allorquando un automobilista aveva sbandato con la propria vettura ed era finito con la stessa in una scarpata contigua alla sede stradale a causa del cedimento dell’ivi esistente guard-rail.

All’attore, che aveva evocato in giudizio l’amministrazione provinciale proprietaria del bene, venivano liquidati i danni nella misura del cinquanta per cento in virtù di un addebito concorsuale e paritetico di responsabilità per non aver egli tenuto un’andatura consona allo stato dei luoghi.

La sentenza era impugnata in appello e i giudici di secondo grado respingevano le doglianze dell’infortunato affermando che, nella fattispecie, era stata correttamente accertata e dichiarata la corresponsabilità dell’infortunato. Quest’ultima, infatti, doveva reputarsi compatibile con l’applicazione dell’art. 2051 del codice civile in capo all’amministrazione pubblica provinciale titolare del manufatto.

Il danneggiato, insoddisfatto del verdetto, ricorreva quindi in Cassazione rifacendosi proprio ai principii dell’art. 2051 c.c. (per i quali è sufficiente che il danneggiato fornisca la prova del nesso causale tra cosa custodita ed evento dannoso)  ed evidenziando come fosse del tutto mancata, sia in primo che in secondo grado, un’adeguata indagine circa l’idoneità del guard-rail (laddove costruito a norma di legge) ad assorbire l’impatto con la vettura.

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso mettendo in rilievo come – anche nel caso di applicazione della presunzione di responsabilità di cui all’art. 2051 –  può e deve entrare in gioco la valutazione della condotta del danneggiato che deve essere esaminata e verificata (se del caso, d’ufficio) dal giudice. E ciò onde approfondire l’eventuale incidenza causale del comportamento colposo del danneggiato nella generazione dell’evento.

Nel caso in esame, i giudici d’appello avevano, per l’appunto, confermato la sussistenza di una condotta colposa della vittima e avevano conseguentemente ritenuto che il suo imprudente contegno, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1227 c.c., era idoneo a limitare il danno risarcibile; non solo nel caso in cui si fosse fatta applicazione dell’art. 2043 c.c., ma anche nell’ipotesi in cui si fosse sussunta la fattispecie entro le coordinate normative dell’art. 2051 c.c.

La Corte ha colto anche l’occasione per rimarcare come –  in seguito alla riformulazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c.  che ha ridotto al minimo il controllo, in sede di legittimità, sulla motivazione di una sentenza – gli apprezzamenti di fatto del giudice di merito non siano “tangibili” dai giudici di legittimità salvo il caso in cui essi siano vulnerati da macroscopici vizi logici o giuridici.

Inoltre, l’applicazione del noto principio della causalità adeguata fa sì che debbano considerarsi conseguenze normali (imputabili, in quanto tali, a una condotta umana attiva od omissiva) tutte quelle che costituiscono “ricadute”, sul piano fattuale, di una catena consequenziale di fattori scaturiti da una condotta “originaria”. Purchè, ovviamente, quest’ultima ne costituisca l’antecedente necessario e purchè le conseguenze possano definirsi “normali” secondo l’id quod plerumque accidit; quindi, in base a un approccio di ordinaria regolarità statistica. Tutto questo riguarda, s’intende, la cosiddetta causalità materiale.

Per quanto riguarda, invece, la causalità giuridica, possono considerarsi risarcibili, secondo gli ermellini, le conseguenze “immediate e dirette”. Nel novero di esse andranno ricomprese il lucro cessante e la perdita di chance, intese (il primo) come accrescimento patrimoniale che il danneggiato avrebbe conseguito o come decremento patrimoniale  che egli avrebbe evitato se non si fosse verificato l’evento; il secondo, invece, come concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene connotata da un “grado di elevatissima probabilità”.

Proprio alla luce di tali principi, è dirimente – nella vicenda di cui stiamo parlando – il fatto che la vittima abbia contribuito in maniera rilevante a generare l’evento e ciò anche a voler concedere (come, per l’appunto, ha fatto il tribunale con un apprezzamento insindacabile in sede di legittimità) che vi fosse una debolezza strutturale nel manufatto che era destinato a contenere il veicolo e che, invece, ha tradito la sua funzione “genetica”.

A questo punto, la Cassazione sostiene che non può rientrare nel concetto di conseguenza immediata e diretta il mancato avveramento di una evenienza più favorevole per il danneggiato come sarebbe stata l’ipotesi, non indagata né in primo né in secondo grado, che l’auto avesse impattato contro un guard-rail ben fatto e “a norma”.

Il principio di diritto è così compendiato dalla Corte: “Una volta verificatosi un evento dannoso ricostruito, con valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, come causalmente ascrivibile pure alla condotta colposa del danneggiato, non può essere presa in considerazione, quale evenienza non impedita e tantomeno al fine di una sua diversa quantificazione risarcitoria, la minore entità del danno che sarebbe dipesa da una serie causale alternativa a quella effettivamente verificatasi in concreto, quale un minore od un assente grado di colpa in capo al responsabile”.

La motivazione, peraltro, non ci convince per due ragioni dirimenti.

In primis, perchè la Corte ha confuso due concetti che afferiscono al problema del nesso causale; e cioè, da un  lato la causalità giuridica che lega la condotta all’evento e, dall’altro lato, la causalità materiale che invece si occupa del diverso tema della connessione tra l’evento e le sue conseguenze pregiudizievoli per il danneggiato. In particolare, la questione delle conseguenze immediate e dirette di cui parla l’art. 1223 del c.c. pertiene esclusivamente alla causalità giuridica e non alla causalità materiale.

In secundis, è un controsenso logico e giuridico affermare che non si possa prendere in considerazione (pur in presenza di una condotta colposa concorsuale da parte del danneggiato) la minore entità del danno che sarebbe dipesa da una serie causale alternativa rispetto a quella effettivamente verificatasi.

Infatti, portando alle estreme conseguenze il ragionamento viziato dei giudici di legittimità, si giungerebbe a conclusioni paradossali. Come quelle, per esempio, di non tenere nel minimo conto le condotte omissive dei soggetti responsabili di un danno. Altrimenti (e banalmente) detto: se tu sei tenuto, per legge, ad approntare delle barriere stradali di sicurezza di acciaio e le costruisci invece di legno, il maggior danno arrecato alla vittima che (anche per sua colpa) infrange quelle barriere lignee e precipita di sotto non può non considerarsi direttamente riconducibile alla tua condotta omissiva.

In definitiva, la sentenza in commento merita una seria rilettura critica onde evitare degenerazioni interpretative foriere di future pronunce giurisprudenziali che potrebbero seguire “a strascico”.

Avv. Francesco Carraro

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Le conclusioni incerte di una CTU dinamica impongono l’applicazione dell’art. 2054, II c. c.c.

Con sentenza del 05.10.2017, il tribunale civile di Ancona è intervenuto su una vicenda che era stata decisa in primo grado dal Giudice di Pace con l’applicazione dell’art. 2054 II comma c.c. e la ripartizione paritaria delle responsabilità tra l’attore e il convenuto.

In particolare, nel caso in questione il Giudice di primo grado aveva incaricato un consulente tecnico d’ufficio di effettuare una ricostruzione cinematica del sinistro. Quest’ultimo, nelle conclusioni del proprio elaborato si era espresso in termini dubitativi evidenziando come – sulla scorta dei danni e delle deformazioni riportate dai mezzi e della loro direzione di marcia – era possibile, ma non certo che la dinamica fosse quella denunciata dall’attore.

Nella fattispecie, non erano stati decisivi né il testimone escusso e neppure gli agenti accertatori i quali erano tutti intervenuti a cose fatte limitandosi a rilevare la posizione dei mezzi post urto e ricavandone (gli agenti) per deduzione il punto di impatto.

Alla luce del quadro contraddittorio e non univoco delle risultanze istruttorie il Giudice aveva ritenuto di applicare l’art. 2054 II cc che, come noto, così recita: “Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli”.

Orbene, il Tribunale ha richiamato, nell’affrontare e decidere la questione, la giurisprudenza consolidata sia di merito che di legittimità la quale attribuisce una funzione meramente sussidiaria alla prefata norma che dovrebbe applicarsi solo nel caso in cui le risultanze probatorie impediscano di accertare con ragionevole sicurezza la misura in cui ciascuna delle condotte dei conducenti coinvolti nell’evento ha contribuito a ingenerarlo. Non solo: il medesimo indirizzo giurisprudenziale stabilisce che l’accertamento della responsabilità di uno dei soggetti implicati non implica l’automatico superamento della presunzione di colpa avversaria.

Insomma, in presenza dell’accertata responsabilità di uno dei protagonisti dell’incidente, l’altro non può limitarsi a richiamare quest’ultima, trincerandosi dietro la sicura colpa del proprio antagonista, ma deve fornire, piuttosto e altresì, la positiva dimostrazione del fatto che il proprio contegno è stato, nella circostanza, assolutamente esente da censure. Ciò significa che solo l’accertamento incontrovertibile della colpa unilaterale di uno degli automobilisti può consentire all’altro di ottenere l’integrale risarcimento.

Peraltro, la prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno può consistere anche nella dimostrazione che non vi era, nel caso concreto, alcuna reale possibilità di evitare l’incidente. Sul punto si sono pronunciate in ripetute occasioni le sezioni civili della Corte di Cassazione (Cass. 24860/2010, Cass. 3193/2006, Cass. 477/2003, Cass. 5671/2000).

Ne discende che non è sufficiente agli utenti della strada dimostrare di essersi attenuti alle regole di condotta che su di essi incombono giusta la normativa vigente. È indispensabile, infatti, che i medesimi prestino una peculiare attenzione – durante la marcia –  anche al comportamento degli altri utenti della strada, esigendosi da essi financo la capacità di prevedere, nei limiti del possibile, le probabili altrui condotte imprudenti, negligenti, imperite. Tali argomentazioni hanno indotto il tribunale a rigettare l’appello e a confermare la sentenza di primo grado.

Avv. Francesco Carraro

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Ha diritto al risarcimento anche il nipote non convivente con la vittima

Quante volte è capitato, a chi si occupa di casi di responsabilità civile, di sentirsi porre la fatidica domanda: in caso di morte di un soggetto, il danno non patrimoniale da lesione del “rapporto parentale” spetta esclusivamente ai soggetti inseriti nelle ormai celebri tabelle milanesi oppure anche a parenti non rientranti nel novero di quelli specificamente enucleati nelle stesse? Altrimenti detto, i prossimi congiunti meritevoli di tutela sono solo i coniugi, i genitori, i figli e i nonni della vittima primaria (questi ultimi accolti nella fatidica “lista” a far data dalla recente revisione dei criteri tabellari effettuata dall’Osservatorio della giustizia del tribunale meneghino)? Oppure si può pensare – in virtù di una interpretazione estensiva, ma francamente non tacciabile di arbitrarietà – di includere nell’alveo delle potenziali vittime “secondarie” di un evento luttuoso anche, per esempio, i nipoti di quella primaria?

Ebbene, una recentissima pronuncia della Cassazione, la nr. 29332 del 07.12.17, si è occupata (anche) di questo affermando che il rapporto sussistente tra il nipote e la vittima diretta di un danno mortale deve ricevere adeguata tutela ferma restando la regola aurea secondo cui “in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione” sui prossimi congiunti incombe l’onere di “provare la effettività e la consistenza della relazione parentale”.

Ma vi è di più: la Cassazione ha pure ritenuto che il requisito della convivenza tra i nipoti e i nonni non debba essere considerato alla stregua di una pre-condizione imprescindibile ai fini della ristorabilità del danno. Insomma, al fine di reputare fondata (sul piano giuridico) e rilevante (sul piano sostanziale) l’istanza avanzata dal nipote, non è necessario che quest’ultimo deduca di essersi trovato in un rapporto di convivenza/coabitazione stabile con il nonno.

Infatti, sarebbe una visione miope (nonché smentita dall’esperienza quotidiana di chiunque intrattenga relazioni endo-familiari di tal fatta) quella di pretendere che l’affetto e la solidarietà intergenerazionali siano legate alla circostanza dirimente di una stabile convivenza tra le parti del rapporto.

La sentenza in questione fa giustizia di un orientamento non solo inaccettabile sul piano logico, ma addirittura in aperta contraddizione con le vicende di cronaca (anche nera) dalle quali siamo quotidianamente bombardati attraverso il circuito massmediatico. Tali “racconti” confermano, con sconcertante regolarità, un teorema esattamente opposto a quello che vorrebbe limitare il riconoscimento dei danni non patrimoniali ai soli legami familiari connotati dalla cifra della convivenza. In effetti – lungi dal rappresentare un fattore di positivo consolidamento del vincolo tra parenti stretti – la condivisione di una dimora spesso funge da detonatore per lo scoppio di atti inconsulti (forieri di conseguenze più o meno gravi). E la genesi di tali intemperanze va rinvenuta proprio nella difficoltà di conservare relazioni affettive serene in situazioni di coesistenza sovente coatta e non frutto di scelte esistenziali adottate in piena libertà e autonomia.

Ma anche a prescindere da tali ultime considerazioni, non possiamo che salutare come “sacrosanta” la pronuncia in oggetto che, peraltro, non implica alcuna rivoluzione sul piano dei principi dell’onus probandi.

Quindi, coloro che si troveranno a invocare questo tipo di tutela, dovranno comunque rigorosamente dedurre (e altrettanto rigorosamente dimostrare) che la relazione tra il nipote e il nonno passato a miglior vita era caratterizzata da un legame affettivo profondo e da una intimità relazionale meritevole di attenzione da parte dell’ordinamento. Essa, però, in alcun modo potrà essere messa in discussione (se non sotto il profilo del quantum debeatur) per la mera assenza di un rapporto di stabile convivenza tra i due.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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La ‘restaurazione’ dei criteri di ripartizione della prova in malasanità

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (nr. 24073 del 16.10.17) riporta in auge il tradizionale orientamento della giurisprudenza di legittimità a proposito di responsabilità professionale medica e criteri di ripartizione dell’onere probatorio tra attore danneggiato, da un lato, e struttura sanitaria/medici convenuti, dall’altro.

Abbiamo parlato di ritorno “in auge” perchè una pronuncia altrettanto recente degli Ermellini del 26.07.2017, la nr. 18.392, aveva suscitato considerevoli perplessità tra gli operatori del diritto in quanto sembrava scalfire un indirizzo oramai consolidato da decenni.

Con la sentenza in commento, invece, la Suprema Corte ha ricondotto, per così dire, i termini della questione allo status quo ante, cioè alla situazione precedente all’inopinato revirement del mese scorso.

In buona sostanza, i giudici di legittimità non hanno fatto altro che ribadire concetti con i quali avevamo già da tempo avuto modo di familiarizzare ma di cui, per comodità del lettore, è opportuno qui fare un resumé. Per quanto riguarda il rapporto con la struttura e con i medici con i quali è intervenuto un apposito contratto (anche alla luce delle innovazioni della riforma “Gelli-Bianco” dell’aprile 2017) si parlerà di responsabilità contrattuale e l’onus probandi andrà così ripartito: all’attore (paziente danneggiato) compete la prova della sussistenza di una obbligazione in capo alla struttura convenuta (discendente da un “contratto di spedalità” e assai facile da fornire) nonché la prova del deterioramento delle proprie condizioni rispetto all’ingresso nel nosocomio o nella clinica nonché, infine, la prova del cosiddetto “inadempimento qualificato” dei medici. Con quest’ultima espressione si intende la sussistenza, perlomeno in astratto, di un nesso tra la condotta dei dottori (attiva od omissiva) e l’evento lesivo, tale per cui la prima è idonea, in ipotesi, a ingenerare il secondo.

Alla struttura convenuta, ovvero al medico, spetterà, invece, l’onere di provare che il contegno del sanitario o dei sanitari è stato ineccepibile ed esente da censure e che quindi, alcunchè può imputarsi ai medesimi a titolo di colpa.

Insomma, spetta ai convenuti il peso della dimostrazione della propria carenza di negligenza, imperizia, imprudenza, id est della verificazione dell’evento avverso a causa di un fattore imponderabile, imprevedibile e imprevenibile e, in quanto tale, sfuggente a una concreta possibilità di essere evitato da parte del medico.

Cogliamo l’occasione per ricordare come la legge Gelli abbia profondamente innovato la struttura portante dell’onere probatorio in tema di malasanità, riconfigurando in chiave aquiliana, anziché in chiave contrattuale, la scaturigine della responsabilità dei singoli medici (salvo eccezioni).

Deriva che l’architettura della cosiddetta inversione dell’onere della prova (tradizionalmente intesa nel senso recepito dalla sentenza oggi commentata) si applicherà solo nei confronti delle strutture sanitarie. I medici, invece, potranno beneficiare delle regole proprie della responsabilità extra-contrattuale con conseguente gravame dell’onere di provare la colpa (degli erogatori delle prestazioni) a carico del paziente danneggiato.

Rammentiamo, da ultimo, che in ambito penalistico il sanitario, laddove si veda accusato di imperizia, andrà scriminato in un caso: se riesca, cioè, a dimostrare di essersi uniformato alle linee guida del peculiare settore della medicina di cui risulti essersi occupato nella fattispecie concreta.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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L’inammissibilità dell’atto d’appello secondo le Sezioni Unite

In data 16.11.17, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno pronunciato una sentenza che affronta il tema della interpretazione dell’art. 342 del c.p.c. e, in particolare, della parte in cui la prefata norma impone che il corpo dell’atto introduttivo dell’atto di appello deve contenere, a pena di inammissibilità l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste nonché l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e la loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

In proposito, nell’ambito della giurisprudenza di merito, si sono sovrapposte negli ultimi anni correnti interpretative diverse, alcune più, altre meno rigorose. In particolare, secondo un filone di pensiero, l’atto d’appello – onde non patire l’effetto preclusivo costituito dalle “tagliole” di cui all’art. 342 c.p.c. – dovrebbe contenere (e quindi offrire all’attenzione del giudicante in secondo grado) un articolato “progetto risolutivo” della contesa che si proponga come una ragionata alternativa rispetto all’iter logico seguito dal giudice di prime cure.

Secondo un altro orientamento, l’atto introduttivo dell’appello deve contenere necessariamente due parti: una “volitiva” e una ”argomentativa” e quest’ultima deve essere idonea a contrastare le ragioni addotte dal giudice la cui pronuncia viene impugnata.

Ebbene, le Sezioni Unite sono intervenute per escludere quell’interpretazione dell’art. 342 secondo cui si dovrebbe gravare, addirittura, la parte appellante di un onere “diabolico”: quello di mettere nero su bianco una vera e propria sentenza alternativa rispetto alla pronuncia di primo grado criticata e impugnata. Non c’è dubbio che su parte appellante incomba l’obbligo di illuminare le zone d’ombra e le lacunose o zoppicanti affermazioni del giudice a quo: solo in questo modo, il soggetto che accede alla tutela di seconda istanza, metterà in condizioni il giudice ad quem di rendersi conto di quali siano i punti deboli (in quanto tali, censurabili e/o correggibili e/o sostituibili) del verdetto di primo grado. Questo approccio non deve, però, spingersi fino a una deriva ermeneutica estremista consistente nell’imporre all’appellante l’impiego di particolari formule rituali o persino vincolanti al fine dell’ammissibilità stessa dell’impugnazione.

In buona sostanza, non sono patrocinabili quelle “letture” dell’art. 342 che finiscono per tramutare il giudizio d’appello (che è e che deve restare un giudizio di merito) in una sorta di clone del ricorso per Cassazione. Ecco come la massima della sentenza in commento compendia il senso dell’importante arresto giurisprudenziale: “Gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. 22/06/2012 n. 83 art. 54, convertito con modifiche dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Resta tuttavia escluso, in considerazione della permanente natura di revisio prioris instantiae del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata, che l’atto di appello debba rivestire particolari forme sacramentali o che debba contenere la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado”.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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Repetita iuvant: sì al danno patrimoniale per la casalinga macrolesa

Una sentenza della Corte di Cassazione, la nr. 27850/17 depositata il 14.11.17, riporta alla ribalta una problematica con cui spesso si devono cimentare i patrocinatori delle vittime di casi di responsabilità civile connessa soprattutto (ma non necessariamente) alla circolazione dei veicoli o alla malpractice medico-legale. Ci riferiamo a quella peculiare dimensione della invalidità permanente di un soggetto leso che si declina non solo (o non tanto) sul piano della compromissione dell’integrità psicofisica (danno biologico), quanto piuttosto (o anche) sul piano della capacità del soggetto di attendere ad una determinata occupazione produttiva di reddito. Trattasi, in definitiva, del tema del danno patrimoniale da lucro cessante connesso ad una deminutio della validità psicofisica di un soggetto.

Nel caso che ci occupa, la vicenda si era conclusa con una sentenza della Corte d’Appello di Bologna la quale, pronunciandosi a sua volta sull’impugnazione di un “verdetto” del Tribunale di Ravenna, aveva riconosciuto all’attrice il diritto al risarcimento del danno patrimoniale per una invalidità permanente del 25%, ma aveva escluso qualsivoglia incidenza sul piano patrimoniale. E ciò sulla base dell’assunto che l’attrice medesima non aveva dato prova di svolgere un‘attività lavorativa generatrice di apprezzabili guadagni, ma si era limitata a dedurre la propria condizione di casalinga; nonché, conseguentemente, a lamentare un aggravio delle proprie energie “di riserva” nell’espletamento delle mansioni collegate alla quotidiana attività domestica.

La Suprema Corte ha censurato la pronuncia dei giudici felsinei affermando che la circostanza dello stato di sostanziale inoccupazione dell’attrice non autorizzava, per ciò stesso, ad escludere la sussistenza, in capo alla stessa, di un danno patrimoniale futuro.

In particolare, i giudici di legittimità hanno sottolineato come una invalidità grave (nella fattispecie, come anzidetto, il 25%) è tale da non permettere alla vittima di svolgere attività “confacenti alle sue attitudini e condizioni personali e ambientali”. Il che integra non solo un danno biologico, ma anche un danno patrimoniale qualificabile come danno da “perdita di chances” da tenere rigorosamente distinto rispetto a quello consistente nella compromissione della incapacità lavorativa specifica.

Infatti trattasi, piuttosto, di una riduzione della capacità lavorativa generica che necessariamente è destinata ad impattare – stante l’elevata percentuale di invalidità – anche sul piano squisitamente patrimoniale e, in modo particolare, sul reddito futuro della vittima.

In tali casi, i giudici dovranno senz’altro stimare il danno secondo criteri presuntivi allorquando possa ritenersi ragionevolmente probabile che, per l’avvenire, il danneggiato percepirà “un reddito inferiore a quello che avrebbe altrimenti conseguito in assenza dell’infortunio” (cfr. anche Cass. 14.11.13 n. 25634).

Più precisamente – evidenzia la Corte – non era corretto escludere il danno patrimoniale sol perché la parte istante, nel momento del sinistro, era inoccupata e non svolgeva una qualsivoglia attività (se non quella di casalinga) che fosse riconducibile al suo grado di preparazione scolastica e di abilitazione professionale (nel caso de quo, trattavasi di geometra in predicato di sostenere l’esame per l’iscrizione al relativo albo).

In conclusione, possiamo affermare che la prefata sentenza si inserisce in un (apprezzabile) contesto di evoluzione giurisprudenziale tendente a valorizzare sempre più l’aspetto patrimoniale del danno in un periodo storico in cui, invece (e purtroppo), il danno non patrimoniale subisce continue e ingiustificati “degradazioni”.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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