Le condizioni di proponibilità dell’azione risarcitoria in Rc-auto

Una sentenza del Tribunale di Firenze dell’8 maggio 2018 ha affrontato il problema della condizione di proponibilità dell’azione di risarcimento danni, in ambito Rc-auto, prevista dall’articolo 145 del nuovo Codice delle Assicurazioni. Tale norma prescrive che l’azione risarcitoria possa essere proposta solo dopo che siano decorsi 90 ovvero 60 giorni (nel caso di soli danni materiali) dal momento in cui è stata inoltrata la lettera di intervento contenente i requisiti previsti dalla stessa  legge. Il primo comma si applica ai casi di azione diretta nei confronti della compagnia assicurativa del responsabile civile; il secondo comma, invece, ai casi di indennizzo diretto.

Ebbene, il primo comma stabilisce che la domanda con la quale il danneggiato chiede i danni alla compagnia assicurativa del responsabile civile può essere promossa solo dopo che sia stato chiesto il risarcimento per il tramite di una rituale missiva inviata “anche se per conoscenza” alla compagnia di assicurazione (e siano decorsi i relativi termini di spatium deliberandi). Il secondo comma, relativo alle situazioni di indennizzo  diretto, prevede che la lettera di intervento debba essere inoltrata all’impresa di assicurazione del veicolo del danneggiato, sempre con raccomandata con avviso di ricevimento, e “per conoscenza” all’impresa di assicurazione dell’altro veicolo coinvolto.

Il Tribunale di Firenze aderisce alla tesi secondo cui la locuzione “inviata per conoscenza” deve necessariamente intendersi nel senso che l’onere di avvisare la compagnia del veicolo del responsabile civile (nel caso di indennizzo diretto) è una condizione imprescindibile (cioè sine qua non) in difetto della quale l’azione risarcitoria, incardinata davanti alla autorità giudiziaria competente, deve reputarsi, a tutti gli effetti, improponibile.

La ragione che milita a favore di tale orientamento va rinvenuta nella ratio animante molte delle leggi licenziate dal legislatore negli ultimi anni (ivi comprese, appunto, le norme contenute nel nuovo Codice delle Assicurazioni): favorire il più possibile i meccanismi di definizione della controversia alternativi al processo. E ciò con il precipuo scopo di deflazionare una giustizia ingolfata da un eccesso di domande.

In questa prospettiva devono leggersi anche i succitati commi dell’articolo 145 testé menzionato. Essi hanno, in altre parole, la funzione elettiva di favorire per quanto possibile una  bonaria composizione della vertenza in via stragiudiziale. Quindi, avvertire le compagnie di assicurazione della propria intenzione di ottenere un risarcimento (mettendole nelle condizioni di esaminare il caso da tutti punti di vista indispensabili onde assumere una ragionata deliberazione) è fondamentale.

Se – nell’ambito dell’indennizzo diretto – non fosse obbligatorio inviare la lettera di intervento anche alla compagnia del responsabile civile, si priverebbe quest’ultima della possibilità di decidere di trattare direttamente la pratica con il danneggiato al fine di una auspicata  definizione transattiva. Ciò è talmente vero che lo stesso Codice delle Assicurazioni, all’articolo 149, comma sesto, contempla la possibilità – per l’impresa assicurativa del responsabile civile – di intervenire nel processo incardinato dal danneggiato contro la propria compagnia al fine di estromettere quest’ultima e assumere la gestione diretta del danno, sollevando così la consorella dall’onere di trattare direttamente il sinistro.

Per ottenere tale risultato, è imprescindibile che l’assicuratore del veicolo responsabile del sinistro sia messo nella concreta condizione  di valutare l’opportunità di intervenire nell’eventuale instaurando processo. Il che potrà accadere solo se la lettera di intervento gli sia stata previamente inoltrata.

Ora, se tale soluzione ermeneutica è accettabile con riferimento ai casi di indennizzo diretto, non lo è altrettanto per quanto concerne le ipotesi di azione diretta (vale a dire quelle situazioni in cui non ricorrano i requisiti per l’applicazione della disciplina di cui all’art. 149 del D. Lgs. 209/2005). E invece – del tutto inopinatamente – il Tribunale di Firenze suggerisce il contrario: che cioè il danneggiato debba inviare la lettera di intervento a tutte le compagnie interessate dal sinistro anche quando non ricorra un’ipotesi di indennizzo diretto. Il che è evidentemente errato: sia sul piano letterale, sia sul piano sistematico. Quanto al primo aspetto, è sufficiente una lettura financo superficiale del primo comma dell’art. 145 per capire che esso – nel parlare di lettera inviata “anche per conoscenza” alla compagnia di assicurazione – fa riferimento solo ed esclusivamente all’impresa assicurativa del responsabile (e quindi il lemma “anche” deve leggersi nel senso di lettera inviata all’assicuratore del responsabile civile in prima persona ovvero inviata al medesimo anche solo per conoscenza quando la missiva sia indirizzata in primis al soggetto responsabile del danno). Quanto, invece, all’aspetto sistematico, non vi è alcuna ragione per cui il danneggiato dovrebbe essere gravato dall’onere di spedire la fatidica missiva (completa in ogni sua parte) pure al proprio assicuratore laddove non si verta in ambito di procedura CARD. Infatti, l’assicuratore del danneggiato non è destinato a rivestire alcun ruolo nel “gioco” della trattativa se non ricorrano i presupposti di cui all’art. 149 C.d.A.

Avv. Francesco Carraro

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Il diritto al rimborso delle spese sanitarie nel privato in caso di urgenza

Una interessante sentenza del Giudice di Pace di Lecce recante il numero 748/2018, e depositata in data 16 febbraio 2018, affronta un tema assai delicato che concerne il diritto all’assistenza sanitaria pubblica, in teoria garantito dall’articolo 32 della Costituzione.

In particolare, il giudice pugliese si è trovato a deliberare sulla domanda di rimborso presentata da un malato oncologico il quale aveva dovuto ricorrere urgentemente a una struttura privata non convenzionata con il Servizio sanitario nazionale per l’esecuzione di un controllo TAC (connesso con la patologia da cui egli era afflitto). Dopo essersi rivolto invano a strutture convenzionate con le Asl di Brindisi, Lecce e Napoli, l’attore aveva deciso di effettuare l’esame presso un centro di medicina nucleare privato e aveva dovuto sborsare, di tasca propria, la somma di euro 1.802.

Nel corso del giudizio era emerso, da un lato che il paziente effettivamente si era trovato nell’urgenza assoluta di svolgere quell’esame e, dall’altro, che egli non aveva potuto accedere, in tempi ragionevoli, alle strutture sanitarie pubbliche o convenzionate con il pubblico così da trovarsi obbligato a  rivolgersi al centro di medicina nucleare privato.

Il giudice di pace ha messo in evidenza come, nel caso di specie, trovi applicazione quel diritto costituzionalmente garantito e intangibile connesso a un valore non negoziabile quale deve considerarsi, a tutti gli effetti, il diritto alla salute di cui all’articolo summenzionato della nostra Carta fondamentale.

La regola vigente in casi consimili è che il cittadino – se vuole usufruire della gratuità della prestazione – deve rivolgersi alle strutture pubbliche ovvero a quelle private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale e può chiedere il rimborso della spesa sostenuta (per aver voluto eseguire l’esame presso un centro privato non convenzionato) solo nel caso in cui egli sia stato preventivamente  ed espressamente approvato da un provvedimento delle autorità competenti. Nel caso di specie, tale nulla osta non c’era e, tuttavia, il giudice ha riconosciuto il buon diritto dell’attore in quanto sussistevano ragioni di assoluta urgenza tali da rendere non differibile il percorso diagnostico prescelto. Ergo, siffatti motivi – laddove ne sia appurata l’effettiva esistenza nel caso concreto – giustificano, e legittimano, il ricorso alle strutture private pur in assenza di una esplicita preventiva autorizzazione degli enti deputati a rilasciarla. Essi  giustificano, altresì, anche il diritto del cittadino al rimborso di quanto speso per essersi sottoposto non già a un esame qualsivoglia (in quanto tale differibile nel tempo) quanto piuttosto a un esame quoad vitam,  cioè salva vita.

Altrimenti detto, solo l’esecuzione in tempi celeri (se non immediata) di tale esame avrebbe potuto consentire al malato di affrontare con discrete probabilità di successo l’incombere della patologia. Di talché, pur in assenza di un apposito ‘permesso’, egli deve essere rifuso di quanto speso presso la struttura privata non convenzionata con la pubblica amministrazione.

In definitiva, per quanto anzidetto, la P.A. non ha alcun potere discrezionale di incidere su un diritto intangibile (come quello alla salute). In ispecie, quando ricorrano circostanze contingenti connotate dall’impellenza tali da legittimare il cittadino – in assenza di un’adeguata copertura da parte del SSN –  a beneficiare di  soluzioni alternative presso strutture private.

Stiamo parlando, dunque, di posizioni soggettive “a nucleo rigido” e non “a nucleo variabile”: nelle seconde è accettabile (e comprensibile) un potere discrezionale da parte della pubblica amministrazione idoneo a derubricare i diritti a meri interessi legittimi per effetto di una valutazione di bilanciamento dei bisogni coinvolti. In presenza delle seconde, invece, proprio perché è implicata una dimensione costituzionale non negoziabile, viene meno ogni pretesa ‘selettiva’ da parte delle autorità  deputate a decidere. In tali casi, il cittadino potrà avvalersi dei servigi a pagamento di centri di diagnostica e di terapia privati con la consolante certezza di ottenere poi il dovuto ristoro ad opera del Servizio sanitario nazionale. E ciò in ossequio a quel principio di tendenziale gratuità e di universalità assoluta delle cure che caratterizza la nostra carta costituzionale e che il giudice di pace il Lecce ha avuto il merito di rammentarci.

Avv. Francesco Carraro

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Il sinistro mortale e la prova ‘impossibile’ del danno non patrimoniale dei prossimi congiunti

È  degna di segnalazione un sentenza del Tribunale di Macerata, la nr. 498/18 pubblicata il 26.04.18 e relativa a un caso di infortunio mortale sul lavoro. Gli attori erano il padre, la madre, la sorella e le due nonne della vittima e chiedevano un risarcimento pari al massimo tabellare secondo i criteri meneghini (euro 327.990 per quanto riguarda i genitori ed euro 142.420 per quanto riguarda la sorella e le due nonne). Gli attori agivano anche per ottenete il danno catastrofale, o da lucida agonia, patito dalla vittima primaria e ad essi spettante iure hereditario per le sofferenze coscienti patite dall’infortunato nelle more tra l’accadimento lesivo e il decesso.

Il tribunale ha valorizzato, in sede di entificazione del risarcimento del pregiudizio patito dai prossimi congiunti, la giovane età della vittima (trentunenne) e le circostanze cruente del suo improvviso decesso. Il giudice ha altresì desunto, in via presuntiva, la saldezza del legame dei genitori e del figlio dal fatto che essi convivevano sotto lo stesso tetto e dalla circostanza (da ritenersi pacifica ove non specificamente contestata) dell’intrinseca naturalità dei rapporti familiari.

Non solo: il papà aveva solo sessant’anni al momento dell’incidente ed era quindi stato ex abrupto privato della possibilità di far riferimento e affidamento sulle cure del figlio in vista della vecchiaia. Tali elementi sono stati considerati idonei a giustificare una liquidazione secondo i massimi tabellari. Per quanto concerne la mamma, nonostante non convivesse con il figlio (a causa di un’intervenuta separazione tra marito e moglie), il tribunale ha ritenuto di non potersi disconoscere una somma di pari importo in ragione del fatto che si trattava dell’unico figlio e quindi dell’unica presenza su cui la donna avrebbe potuto contare nella parte terminale della propria esistenza.

La nonna paterna, invece, è stata risarcita con una somma superiore al minimo delle tabelle milanesi, ma inferiore al massimo. L’importo, pari a 50.000,00 euro, è stato motivato con la circostanza che l’anziana conviveva con il nipote e, nonostante la sua età avanzata (84 anni), si era trovata nella disperante e innaturale condizione di dover sopravvivere all’amato e giovane nipote. Alla nonna materna sono stati riconosciuti 24.020 euro, stante la non convivenza con il nipote e in mancanza di specifici elementi idonei a dimostrare una particolare saldezza del legame parentale. Idem dicasi per quanto riguarda la sorella che non risultava aver mai convissuto con il fratello e, rispetto alla quale, nulla era stato specificamente dimostrato con riguardo alla peculiare intimità del loro rapporto.

I ragionamenti del tribunale marchigiano sono interessanti per due ragioni.

Da un lato, va apprezzato il buon senso dimostrato dal giudicante nel considerare –  per così dire e in un certo qual modo –  intrinseco al rapporto di convivenza anagraficamente dimostrato, il dolore patito dai prossimi congiunti. Con ciò rifuggendo da quell’assurda pretesa (che, troppo spesso,  trova albergo in sede  giudiziaria) di accollare sulle vittime che agiscono per ottenere un risarcimento l’onere di dimostrare l’indimostrabile: vale a dire il ‘male’,  profondo e inestinguibile, che affligge necessariamente chi sopravvive a un lutto fatale.

Tale situazione va, a tutti gli effetti e una volta per tutte, considerata alla stregua di un dato di comune esperienza empiricamente condivisibile da qualsiasi essere umano normodotato (e cioè discretamente munito di quella intelligenza emotiva che contraddistingue l’uomo in quanto tale).

Va quindi reputata semplicemente offensiva del common sense, e della logica ordinaria, la pretesa di corroborare da un punto di vista istruttorio un dato eminentemente immateriale, intangibile e non adeguatamente sperimentabile (se non da chi, nel caso concreto, ha l’anima straziata) quale l’angoscia conseguente all’irrimediabile fine di un proprio caro.

D’altro canto, la sentenza ci offre il destro per mettere in luce un paradosso che riguarda non già e non tanto la dimensione squisitamente morale del danno  non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di in soggetto deceduto, quanto piuttosto la dimensione esistenziale dello stesso. Quel “non poter fare più assieme” in cui la compromissione di carattere esistenziale si sostanzia.

È  del tutto ovvio che sarà onere dei legali incaricati della difesa delle vittime proporre all’attenzione del giudice, in via istruttoria, tutti quei mezzi  di prova di carattere orale o documentale (testimoni, memoriali, report autobiografici, dossier fotografici, supporti video) attraverso i quali conferire consistenza, e cioè “carne e sangue”, a storie e biografie destinate altrimenti a restare confinate negli asfittici limiti della burocrazia contabile forense. E tuttavia, va anche denunciato che gli avvocati nulla possono di fronte a una corte che non consenta di dare ingresso alle prove di cui sopra. Purtroppo, è prassi abbastanza diffusa, da parte dei magistrati, quella di sfrondare, per non dire decimare, le istanze istruttorie formulate da chi ha il penoso compito di mettere a disposizione delle toghe giudicanti il materiale indispensabile per quantificare in modo dignitoso e sufficiente (nei limiti dei paletti imposti dalla legge e dalla prassi) un incalcolabile pregiudizio: quello di chi è condannato, per effetto di un preverso destino, a convivere con l’incolmabile vuoto rappresentato dal venir meno della consolante, abitudinaria presenza del proprio amico, compagno, parente.

Da ultimo, per quanto riguarda il danno catastrofale, il Tribunale di Macerata lo qualifica alla stregua di un danno morale soggettivo da allocarsi nella categoria dei ‘danni conseguenza’ che richiede l’accertamento e la prova della cosciente, lucida percezione – da parte della vittima –  della ineluttabilità della propria fine.

Il giudice ha ritenuto raggiunta tale prova giacchè i colleghi dell’infortunato, presenti al momento del sinistro, avevano confermato che l’uomo si era trovato a “trascorrere i propri ultimi istanti con il volto rivolto verso l’alto e un carrello elevatore schiacciato sul torace”, in stato vigile, sebbene  per soli venti minuti prima della morte. Per tale sofferenza è stata riconosciuta la somma di euro 10.000.

Ora, non sappiamo se vi sia un bene sufficiente a risarcire una simile agonia. Di certo, non è accettabile che essa sia surrogata in un importo svilito, come nel caso di specie, dall’avere (la cifra liquidata) i connotati di un indennizzo meramente simbolico.

Francesco Carraro

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Le Sezioni Unite su compensatio lucri cum damno e indennità di accompagnamento

La quarta sentenza pronunciata dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il 22 maggio 2018, in materia di compensato lucri cum damno, è la nr. 12.567. Essa concerne una vicenda di responsabilità professionale medica che ha avuto inizio nel 1999 allorquando due genitori agivano in giudizio, avanti al Tribunale di Mantova, per ottenere il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti dal loro figliolo al momento della nascita (a causa di un taglio cesareo troppo ritardato) nonché per tutti i danni di natura non patrimoniale e patrimoniale patiti in proprio degli stessi genitori. A cagione di una serie di difficoltà insorte nel corso del parto, il neonato aveva patito una grave ipossia cerebrale e, per effetto della ritardata esecuzione del parto cesareo, era venuto alla luce affetto da gravissimi postumi permanenti sfociati in una tetraparesi.

La sentenza del Tribunale di Mantova (che aveva accolto le domande dei due genitori) venne successivamente impugnata avanti alla Corte d’Appello di Brescia e la sentenza pronunciata in secondo grado fu portata all’attenzione della Suprema Corte.

La Corte d’Appello aveva dato ragione ai genitori decidendo (con peculiare riferimento alla liquidazione del danno emergente) asserendo che tale voce doveva essere calcolata avendo riguardo non solo alla situazione in cui il minore si trovava al momento di incardinare il giudizio, ma anche a quella in cui egli si sarebbe trovato durante tutto il corso della sua successiva travagliata esistenza. Non c’era, infatti, alcuna valida ragione per pretendere che, dell’assistenza, si dovessero far carico i familiari. Inoltre, secondo i giudici di secondo grado – dall’importo liquidato – non dovevano essere detratti né l’indennità di accompagnamento né il valore delle prestazioni a domicilio erogate dal servizio pubblico. Ciò per la semplice ed elementare ragione che i genitori del minore avrebbero, comunque, dovuto far fronte anche ad altre spese per il vivere quotidiano in aggiunta a quelle di mera assistenza; e anche in considerazione del fatto che le prestazioni domiciliari erogate dagli enti pubblici erano limitate ad alcuni accessi settimanali. Non rispondevano, quindi, in toto al bisogno di poter disporre di una persona che assistesse, giorno e notte, il minore gravemente leso.

Le Sezioni Unite hanno affrontato un tema cruciale: se le prestazioni erogate dagli enti pubblici a favore del minore debbano essere, o meno, scomputate dal montante complessivo liquidato a titolo di ristoro per il danno patrimoniale emergente.

Ebbene, la risposta è stata affermativa, nel senso cioè di ritenere impegnata, anche nella fattispecie de quo, la categoria della compensatio lucri cum danno.

Il motivo per cui gli Ermellini sono pervenuti a questa conclusione è strettamente legato al criterio ermeneutico da essi selezionato anche con riferimento alle altre tre casistiche sulle quali si sono pronunciati (unitamente a quella di cui qui si discorre). Tale criterio può compendiarsi in una parola: “funzione”.

Il criterio finora usato, in materia, era quello del titolo fondativo delle differenti prestazioni di cui si trova occasionalmente a beneficiare il danneggiato: se il titolo è diverso, la compensazione non opera ed è legittimo il cumulo; se il titolo è identico, la compensazione opera e non trova giustificazione alcuna il cumulo. È proprio questo sistema che la Suprema Corte ha deciso di modificare con le storiche sentenze gemelle del 22 maggio 2018.

Per stabilire se una determinata erogazione patrimoniale, a favore della vittima di un infortunio, possa o meno cumularsi con la somma attribuita a titolo di risarcimento, bisogna guardare non tanto ai titoli in forza dei quali le due distinte liquidazioni sono corrisposte, ma piuttosto alla loro funzione. Infatti, è pressoché ovvio e scontato che i titoli costituenti la scaturigine delle due elargizioni potenzialmente sovrapponibili (provenienti da diversi soggetti in corrispondenza di un unico evento lesivo) sono tra loro distinti. Se il ‘titolo’ su cui esse si fondano fosse il criterio selettivo a disposizione dell’interprete – per decidere di volta in volta se dar corso alla compensazione ovvero se consentire il cumulo delle prestazioni – ne deriverebbe che l’istituto in oggetto non troverebbe mai applicazione; e ciò proprio perché i ‘titoli’ sono quasi sempre diversi tra loro.

Quanto va tenuto in debito conto, in questa situazione, non è già il titolo in virtù del quale la prestazione indennitaria viene erogata. Bisognerà guardare, piuttosto e invece, alla funzione di tale seconda erogazione patrimoniale liquidata da un soggetto diverso rispetto al responsabile del danno, ma pur sempre a beneficio della vittima. Se tale erogazione risponderà a una funzione di carattere compensativo, analoga a quella del risarcimento, allora dovrà trovare senz’altro applicazione la categoria della compensatio lucri cum damno. E il cumulo non sarà ammesso.

In caso contrario, invece, laddove la seconda erogazione risponda a una funzione differente da quella compensativa (tipica del risarcimento) il cumulo sarà possibile e non dovrà essere operato alcun diffalco tra le due prestazioni.

Calando tali principi al caso di specie, secondo le Sezioni Unite, è abbastanza semplice verificare come l’indennità di accompagnamento riconosciuta dalla legge 11 febbraio 1980 numero 18 (a favore di coloro che si trovino nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore e nella impossibilità, altresì, di compiere gli atti quotidiani della vita) abbia una natura solidaristica ed assistenziale;  peraltro, essa ha anche, indubitabilmente,  lo scopo di rimuovere le conseguenze negative prodottesi nel patrimonio del danneggiato per effetto  dell’atto illecito altrui.

La indennità di accompagnamento mira, infatti, a far fronte e a compensare (in modo diretto e non mediato) lo stesso pregiudizio patrimoniale cagionato dall’illecito; per la precisione, il pregiudizio consistente nella necessità che la vittima ha di retribuire un collaboratore, o comunque un coadiuvante esterno, per tutte le future necessità della vita quotidiana.

La predetta finalità di carattere compensativo, cioè di rimozione delle conseguenze negative dell’illecito, fa sì che si debba senz’altro ritenere l’indennità di accompagnamento come connotata da una funzione compensativa. Ergo, essa deve essere defalcata dall’importo del danno patrimoniale emergente chiesto dei genitori del minore. Non è ammesso, quindi, cumulo.

Tuttavia, questa conclusione è possibile solo perché ricorre, nella fattispecie, anche il secondo requisito coessenziale che i giudici di legittimità esigono affinché possa operare la categoria della compensazione. Ci riferiamo a quel presupposto consistente nella previsione normativa di un sistema di surroga o rivalsa da parte dell’ente erogatore della prestazione assistenziale che viene ad affiancare quella risarcitoria. Se l’ordinamento non contemplasse un sistema di surrogazione o di rivalsa ne discenderebbero delle conseguenze necessariamente inique. Infatti, sarebbe possibile – per il responsabile – andare esente, in tutto o in parte, dall’obbligo di risarcire il danno ogniqualvolta il pregiudizio stesso fosse stato complessivamente, o parzialmente, ristorato dalle indennità patrimoniali (come quella di accompagnamento) prevedute dal legislatore. Il fatto che la legge contempli un sistema di surroga garantisce senz’altro dal rischio in questione.

Orbene, nello specifico caso affrontato dagli Ermellini, tale sistema di surrogazione/rivalsa è stato introdotto dalla legge del 4 novembre 2010 numero 183: essa dispone che le pensioni, gli assegni e le indennità spettanti agli invalidi civili (ai sensi della legislazione vigente) corrisposti in conseguenza del fatto illecito di terzi sono recuperati –  fino a concorrenza dell’ammontare di dette prestazioni – dall’ente erogatore nei riguardi del responsabile civile e della di lui compagnia di assicurazione.

Una volta appurato che ricorrono entrambi i requisiti prescritti affinchè possa darsi corso all’istituto della compensazione, si potrà senz’altro giungere alle conclusioni che si leggono nella parte finale della sentenza in commento: ha errato la Corte di Brescia nel ritenere tout court cumulabile il beneficio assistenziale dell’indennità di accompagnamento (erogata dall’Inps) con l’intero ammontare del danno patrimoniale derivante dalla necessità di retribuire un collaboratore per fronteggiare i bisogni della vita quotidiana del bambino gravemente leso.

La Cassazione aggiunge, però, che lo scomputo è da intendersi limitato al solo valore capitale delle prestazioni di indennità corrisposte successivamente all’entrata in vigore della legge 183 del 2010. Se così non fosse, si incorrerebbe nelle conseguenze palesemente inique cui abbiamo accennato in precedenza. Prima della riforma del 2010, infatti, mancava quel fondamentale elemento ‘equilibratore’ del sistema costituito dalla surroga.

Avv. Francesco Carraro

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Compensatio lucri cum damno: il regalo della Cassazione alle compagnie di assicurazione

La sentenza che ha avuto maggiore impatto mediatico – fra quelle gemelle del 22.05.2018 delle Sezioni Unite della Cassazione –  è la numero 12.565  che riguarda la sciagura aerea di Ustica del 27 giugno 1980.

Trattasi, come noto, di un evento drammatico che ha segnato la storia d’Italia e che non è ancora approdato a una credibile verità, né storica né penale, circa la sua matrice e gli effettivi responsabili.

Per quanto di interesse del presente commento, ci limitiamo a rammentare la genesi della vicenda processuale conclusasi con la sentenza di cui stiamo parlando.

La società Aerolinee Itavia Spa aveva convenuto in giudizio il Ministero della Difesa, il Ministero dei Trasporti e il Ministero dell’Interno per sentirli condannare al risarcimento dei danni patiti, per effetto della distruzione dell’aereo e della conseguente crisi economica e finanziaria in cui era precipitata la società titolare dell’apparecchio esploso in volo.

Dopo alterne vicissitudini processuali e diverse sentenze di primo e di secondo grado e di legittimità, nel 2013 la Corte d’appello di Roma  aveva condannato il Ministero della Difesa e dei Trasporti  al risarcimento del danno patito dalla Itavia  fatta eccezione per quello da perdita dell’aereo giacchè la società attrice aveva già ottenuto un indennizzo dalla propria compagnia di assicurazione di circa 3 miliardi e 800 milioni di lire (a fronte di un danno stimato di circa 1,5 miliardi di lire).

Con la pronuncia che ci troviamo oggi a commentare, la Corte di Cassazione si è chiesta se debba o meno farsi applicazione, nel caso de quo, del principio della compensatio lucri cum damno.

Preliminarmente, gli Ermellini hanno sottolineato come alla Corte di Cassazione non spetti il compito di enunciare principi connotati da generalità o astrattezza né verità dogmatiche, in punto di diritto, ma semmai competa quella funzione nomofilattica (applicata al caso concreto) che si ricava anche dalla lettura dell’art. 363 del codice di procedura civile.

Faro ispiratore dell’arresto in questione è il principio indennitario (autentico cuore pulsante dell’intero comparto assicurativo) secondo il quale il danneggiato non può trarre ingiusto profitto da un evento dannoso: il risarcimento, cioè, deve coprire tutto il danno senza però oltrepassarlo.

Secondo la Corte, la compensatio opera sempre e comunque quando vi sia una coincidenza tra il soggetto autore dell’illecito, obbligato in quanto tale al risarcimento, e il soggetto tenuto per legge a erogare un beneficio al danneggiato. Tipico, in tal senso, è il caso dell’indennizzo previsto ex lege 210-92 per le vittime di trasfusioni di sangue infetto o di vaccinazioni, le quali devono scomputare dal risarcimento chiesto allo Stato quanto lo Stato ha già loro erogato, a titolo di indennizzo, per effetto della prefata disposizione normativa.

Più complessa è la questione quando l’autore dell’illecito e l’erogatore della prestazione indennitaria sono soggetti differenti. In tali ipotesi, l’opinione prevalente in giurisprudenza, quantomeno fino alla nota sentenza Rossetti del 2014, era che non dovesse esservi alcuno scomputo (e quindi non dovesse trovare applicazione la categoria della compensatio) quando il titolo,  in forza del quale ciascuno dei due soggetti “metteva mano alla borsa”, era diverso. Paradigmatico, in tal senso, il caso della vittima di un sinistro che si trovi a chiedere ed ottenere il risarcimento del danno al terzo responsabile dell’evento lesivo nonché, in aggiunta, l’indennizzo all’assicuratore con il quale essa abbia, per ipotesi, stipulato una polizza di assicurazione contro i danni. In una circostanza consimile, è evidente la disomogeneità dei titoli fondativi del credito: da un lato, il fatto illecito altrui, dall’altro il contratto in essere con una compagnia.

Ebbene, le Sezioni Unite mettono definitivamente in congedo tale soluzione ermeneutica, ritenendo che il mero criterio dell’identità, o meno, del titolo generativo del risarcimento e dell’indennizzo non sia sufficiente a condurre a una soluzione legittima, e soprattutto equa, della tematica in discussione. Quindi, gli Ermellini censurano l’idea secondo cui la diversità dei titoli delle obbligazioni costituisca una  causa giustificativa credibile delle diverse attribuzioni patrimoniali.

Qual è allora il criterio suggerito dai giudici del Palazzaccio? Esso chiama in causa non tanto il titolo giustificativo dell’erogazione patrimoniale, quanto piuttosto la categoria della “funzione” di cui il beneficio ricavato dalla vittima (collateralmente e contemporaneamente al danno) sia espressione.

L’interprete dovrà, in altre parole, accertare se tale beneficio sia compatibile, oppure no, con una funzione di carattere compensativo (com’è, tipicamente, quella del risarcimento) e quindi, per conseguenza, se tale beneficio possa, a buon diritto, imputarsi al risarcimento.

Bisognerà, dunque, domandarsi se il vantaggio in discussione sia riconducibile a una finalità di rimozione delle conseguenze pregiudizievoli dell’illecito.

Cessa, pertanto, di avere rilievo la questione della coincidenza formale dei titoli generativi –  rispettivamente – del detrimento e del lucro. Acquista, per converso, un’importanza decisiva il collegamento funzionale tra il fattore causativo della erogazione patrimoniale e l’obbligo risarcitorio. Di talché, diviene dirimente appurare la funzione specifica espletata dal vantaggio potenzialmente destinato a cumularsi (piuttosto che no) con il risarcimento.

Per esempio, nei casi di assicurazione sulla vita, l’indennità erogata da un’assicurazione potrà senza dubbio cumularsi con il risarcimento (chiesto ai – e ottenuto dai – responsabili dell’illecito) perché l’indennità è il corrispettivo di una forma di risparmio posta in essere dal beneficiario della stessa tramite il versamento dei premi e quindi esula da una funzione compensativa assimilabile a quella propria di ogni genere di risarcimento.

Lo stesso non si può sostenere, secondo la Cassazione, per le polizze infortuni. Infatti, in tal caso il pagamento dei premi non è in rapporto di sinallagmaticità funzionale con la prestazione dell’indennità. Piuttosto, i premi sono collegati con il trasferimento del rischio. E quindi, la prestazione patrimoniale (indennizzo) erogata dalla compagnia di turno, al verificarsi del fatto storico, ha una funzione classicamente compensativa (e quindi non cumulabile) con la medesima funzione espletata dal risarcimento: l’uno va, perciò, scomputato dall’altro.

Un ultimo aspetto affrontato dalla Cassazione concerne il tema della surroga a favore dell’assicuratore, prevista dall’art. 1916 cc.

In base al vecchio orientamento, tale surrogazione dell’assicuratore, nei diritti dell’assicurato danneggiato, avveniva solo se – e nella misura e nel momento in cui – l’impresa decideva di giovarsi del diritto di surroga. Ergo, la surrogazione non operava quando l’impresa decideva (magari ab origine, nel momento esatto della stipula della polizza, come accade di regola) di rinunciare a tale prerogativa.

Secondo, invece, la nuova impostazione (suggerita dalla sentenza in commento), la surrogazione opera automaticamente con il verificarsi del fatto oggettivo del pagamento dell’indennità, senza che vi sia necessità del presupposto soggettivo della comunicazione (indirizzata dall’assicuratore al terzo responsabile) di avere pagato e di volersi surrogare al proprio assicurato. Opinare altrimenti significherebbe avallare quell’erratico percorso (già precedentemente seguito dai giudici italiani) che conduceva al distorsivo effetto di permettere alla vittima di un sinistro di cumulare due erogazioni pecuniarie (risarcimento e indennizzo, appunto) aventi la medesima funzione compensativa del danno.

Per contro, la soluzione per cui si schierano oggi i giudici della Suprema Corte, da un canto permette all’assicuratore di recuperare aliunde quanto pagato all’assicurato danneggiato, dall’altro impedisce a quest’ultimo di lucrare, sul medesimo danno, indennità e risarcimento conseguendo così per due volte la riparazione dello stesso pregiudizio.

Per giustificare tali conclusioni, la Cassazione si rifà alla lettera dell’art. 1916 c.c. che collega il prodursi della vicenda successoria, in automatico, al pagamento dell’indennità assicurativa e non certo al discrezionale apprezzamento del solvens. Così – concludono i giudici di legittimità – poiché nel sistema dell’art. 1916 c.c., è con il pagamento dell’indennità assicurativa che i diritti contro il terzo si trasferiscono, ope legis, all’assicuratore, deve escludersi un ri-trasferimento o un rimbalzo di tali diritti all’assicurato per il solo fatto che l’assicuratore  si astenga dall’esercitarli.

Per parte nostra, riteniamo che la pronuncia in commento costituisca, in realtà – e tanto per restare in tema di lucro e di danno – un lucro straordinario per le compagnie del settore e un danno incalcolabile per i detentori di polizze di assicurazione destinati prossimamente, per sventura, a incappare in un qualche evento avverso. In proposito, sposiamo senz’altro quanto sostenuto dal Pubblico Ministero, nella requisitoria finale del processo civile di Ustica, laddove egli ha biasimato come irragionevole “il trattare allo stesso modo, sul piano risarcitorio, chi abbia e chi non abbia stipulato un rapporto assicurativo, con relativi oneri di pagamento del premio”.

Avv. Francesco Carraro

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Compensatio lucri cum damno: la pronuncia nr. 12.566 sul diffalco delle poste erogate dall’Inail

Analizziamo un’altra delle sentenze gemelle delle Sezioni Unite del 22.05.18: la n. 12.566. Con tale pronuncia, i giudici di legittimità hanno ‘declinato’ il principio della compensatio lucri cum damno al tema della rendita erogata dall’Inail a favore di un danneggiato (in seguito alla invalidità permanete da quest’ultimo riportata in un sinistro stradale).

Nella vicenda approdata all’attenzione dei giudici del Palazzaccio, la Corte d’Appello di Genova aveva ritenuto che nulla fosse dovuto alla vittima, a titolo di danno patrimoniale, giacché l’Inail aveva già messo a disposizione del danneggiato una rendita; e lo aveva fatto, addirittura, accantonando una somma superiore a quella chiesta dall’attore per la medesima posta di pregiudizio (e cioè per il danno patrimoniale).

Le Sezioni Unite hanno preliminarmente richiamato i due orientamenti giurisprudenziali esistenti in materia. Secondo il primo di questi (più risalente e minoritario), la costituzione di una rendita, da parte dell’assicuratore sociale e a beneficio della vittima  di un sinistro stradale, non può escludere né ridurre il diritto al risarcimento che l’infortunato vanta nei confronti del responsabile civile, attesa la diversità del titolo giustificativo della rendita  rispetto a quello del risarcimento.

L’altro indirizzo ritiene invece che – nel caso di esperimento, da parte dell’Inail, dell’azione di surroga es art. 1916 c.c., nei confronti del responsabile del danno –  il credito spettante al soggetto leso transita in capo all’istituto previdenziale  per la quota parte corrispondente  all’indennizzo assicurativo che l’Inail ha elargito a favore dell’infortunato.

Le Sezioni Unite fanno proprio questo secondo orientamento muovendo dall’art. 1223 c.c. secondo il quale il risarcimento del danno deve necessariamente includere sia la perdita subita che il mancato guadagno. La prefata norma sottende, logicamente, anche la necessità di tenere in debito conto gli eventuali vantaggi conseguiti dal danneggiato per effetto delle conseguenze positive in ipotesi discendenti dal fatto dannoso. Se così non si operasse, l’infortunato finirebbe per lucrare un ingiusto profitto come già evidenziato da un precedente della stessa Cassazione (sent. nr. 3507 dell’11.07.1978).

Gli Ermellini sottolineano come l’istituto della compensatio trovi applicazioni in tutti quei casi in cui ci si trovi di fronte all’insorgere di poste attive e poste passive rispettivamente a vantaggio o a detrimento dello stesso soggetto; e ciò a prescindere dal fatto che tali poste trovino entrambe ragion d’essere (e quindi titolo fondativo) nel medesimo fatto illecito. Ciò non significa ovviamente attribuire rilevanza a ogni e qualsivoglia vantaggio, indiretto o mediato, conseguente al sinistro; altrimenti si finirebbe per dilatare ad infinitum le poste imputabili al risarcimento finendo, per assurdo, alla paradossale conclusione  per cui lo stesso fatto illecito sarebbe un “colpo di fortuna” di cui rendere merito al danneggiante responsabile.

La sentenza in commento richiama anche la pronuncia del Consiglio di Stato nr. 1 del 2018,  resa in sede di adunanza plenaria, con la quale si è stabilito che dal risarcimento dovuto a un operaio (il quale abbia riportato una patologia riconducibile ad una esalazione di amianto nei luoghi di lavoro) debba essere defalcato l’importo liquidato a titolo di indennizzo dagli enti di protezione sociale. Quindi, il lavoratore dovrà decurtare dalla somma incassata dal proprio datore di lavoro (a titolo di risarcimento) quella conseguita (a titolo di indennizzo) per effetto della riconosciuta dipendenza della patologia da infermità per causa di servizio.

Tornando al nodo della questione, in subjecta materia esiste non solo l’art. 1916 del codice civile,  ma anche l’art. 142 del Codice delle Ass.ni (D.L.vo 209/2005) il quale stabilisce che l’ente gestore di prestazioni di carattere sociale ha diritto di ottenere direttamente dall’impresa di assicurazione il rimborso delle indennità stimate ed erogate a favore del danneggiato.

Tali norme sono contrassegnate da un minimo comun denominatore: la successione, da parte dell’ente pubblico, nel credito (per la precisione nel credito risarcitorio vantato dall’assicurato danneggiato) che attribuisce all’ente stesso la titolarità della pretesa nei confronti dei soggetti obbligati al fine di ottenere sia il rimborso dei ratei già versati sia il valore capitalizzato delle prestazioni future (cfr. Corte Costituzionale n. 319 del 1989, Cass. nr. 14941 del 06.09.12 e Cass. S.U. nr. 8620 del 29.04.15).

Una doverosa precisazione: le Sezioni Unite hanno specificato che andrà defalcata, dall’importo complessivo del risarcimento, solo la somma corrispondente alla rendita corrisposta dall’Inail allo stesso titolo vantato dal danneggiato.

Ciò significa che – se il danneggiato ha chiesto solo il risarcimento del danno biologico – il giudice dovrà decurtare dal risarcimento liquidato a tale titolo esclusivamente la somma capitalizzata della rendita accantonata dall’Inail a tale titolo e non anche quella accantonata a titolo di danno patrimoniale.

Infine, un ultimo inciso rilevante sul piano processuale: l’eccezione di compensatio lucri cum damno va considerata alla stregua di una eccezione in senso lato e, in quanto tale, può essere rilevata anche d’ufficio e non solo su eccezione di parte.

Avv. Francesco Carraro

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Le “nuove” sentenze gemelle della Cassazione sulla compensatio lucri cum damno

A distanza di dieci anni dalle celeberrime sentenze di San Martino, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ecco un nuovo “parto” quadri-gemellare destinato ad altrettanta e duratura celebrità rispetto a quella toccata al precedente di due lustri or sono.

Ci riferiamo alle quattro sentenze rese in data 22.05.2018 e recanti i numeri 12.564, 12.565, 12.566, e 12.567 che hanno affrontato il tema della cosiddetta compensatio lucri cum damno. Ovverossia, di tutti quei casi in cui, da un determinato evento, discendono – a beneficio e a danno del medesimo destinatario –  effetti, nel contempo, benefici e pregiudizievoli.

Le pronunce in questione erano attese con ansia da tutti gli operatori del settore i quali, da quasi un anno (le ordinanze di rimessione risalgono, infatti, al 22.06.2017) attendevano il fatidico verdetto destinato a impattare in maniera significativa sia sulle legittime aspettative risarcitorie delle vittime dei sinistri stradali (e non solo) sia sulle casse (certamente non esangui) delle compagnie del comparto assicurativo.

Per capire l’importanza della questione, è sufficiente ricordare lo scalpore suscitato dalla cosiddetta “sentenza Rossetti” con la quale, un paio d’anni fa, la Suprema Corte aveva sancito il principio per cui –  dall’importo ricevuto a titolo di risarcimento – il danneggiato avrebbe dovuto defalcare quanto ottenuto in forza di indennizzo erogato in base a una polizza infortuni.

Ora, la prima sensazione cui bisogna resistere nell’affrontare le pronunce del 22 maggio è quella di compiere una valutazione sommaria che accomuni indiscriminatamente i quattro casi diversi affrontati dagli Ermellini.

Se è ben vero che, dalle pronunce in commento, è estrapolabile una ratio comune, è altrettanto vero che le fattispecie trattate in concreto dalla Cassazione sono sufficientemente diverse e distinte, l’una dall’altra, da meritare (ciascuna) un approfondimento monografico.

Per la precisione, la sentenza 12.564 si è occupata della potenziale sovrapposizione tra la somma ricevuta (a titolo di risarcimento del danno patrimoniale) dal familiare di una persona deceduta e il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’INPS al medesimo soggetto in conseguenza della morte del proprio congiunto.

La sentenza 12.565 (che si è occupata della tragedia di Ustica) ha risposto al quesito se il danno da fatto illecito debba essere, o meno, liquidato sottraendo dall’ammontare della posta risarcitoria l’importo discendente dalla indennità assicurativa dovuta al danneggiato assicurato giusta polizza infortuni da quest’ultimo stipulata.

La sentenza 12.566 riguarda, invece, la possibilità di defalcare dalla rendita ottenuta dal lavoratore infortunato (per l’inabilità permanente) grazie agli “ammortizzatori sociali” vigenti, l’ammontare del risarcimento posto, per il medesimo titolo, a carico del responsabile del fatto illecito.

Infine, la sentenza 12.567 si è chiesta se – dal risarcimento del danno patrimoniale per l’assistenza necessaria (vita natural durante) a beneficio di un neonato (la cui salute sia stata irrimediabilmente compromessa da un caso di malpractice medica) – debba essere scomputato il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento ottenuta dalla vittima in conseguenza di quel fatto e alla medesima erogata dall’INPS.

Cominciamo con il dire che il principio guida –  la bussola ermeneutica, per così dire, –  messa a disposizione dalla Sezioni Unite (e impiegabile in tutti i casi testè menzionati) è quella del “criterio funzionale”.

Ciò significa che il principio della compensatio potrà e dovrà essere applicato solo quando i benefici “lucrati” dalla vittima abbiano lo stesso nesso funzionale; cioè, siano destinati al medesimo scopo consistente nel ristorare la vittima delle conseguenze pregiudizievoli patite per effetto del fatto illecito del terzo. Altrimenti detto, il criterio discriminante per stabilire se due distinte erogazioni possano, oppure no, sommarsi a buon pro del medesimo destinatario, non bisogna guardare tanto al titolo (differente o meno) da cui le stesse scaturiscono. Bisognerà, semmai, passare al vaglio, con il dovuto scrupolo, la funzione dei titoli in forza dei quali la vittima è stata beneficata.

La Corte sottolinea quanto segue: “Affidare i criteri di selezione (tra i casi in cui ammettere o negare il cumulo) all’asettico utilizzo delle medesime regole anche per il vantaggio finisce per ridurre la quantificazione del danno ad una mera operazione contabile trascurando così la doverosa indagine sulla ragione giustificatrice della attribuzione patrimoniale entrata nel patrimonio del danneggiato”.

Al contrario, onde individuare un corretto criterio di selezione, è necessario guardare alla funzione di cui al beneficio collaterale, onde accertare se  esso sia compatibile o meno con una imputazione al risarcimento.

Proprio alla luce dei succitati principi, discende, per logica e coerente conseguenza, che la pensione di reversibilità non potrà mai essere scomputata dal danno patrimoniale sofferto dal familiare di un soggetto deceduto  per colpa altrui.

Infatti, la pensione di reversibilità (che appartiene al più ampio genus delle pensioni ai superstiti) è una forma di tutela previdenziale in cui l’evento protetto è la morte, cioè un fatto naturale che, per presunzione legislativa, genera uno status di bisogno in capo ai familiare del defunto.

Ergo, per l’ordinamento, la pensione di reversibilità è uno strumento finalizzato a un interesse superiore della collettività destinato a sgravare i cittadini dai bisogni conseguenti a un lutto e a garantire loro quelle minime condizioni economiche e sociali  indispensabili a garantire il godimento dei diritti civili e politici ex art. 3 della Costituzione, nonchè lo specifico diritto dei lavoratori al trattamento preferenziale (rispetto alla generalità dei cittadini) ai sensi e per gli effetti dell’art. 38 della nostra Carta fondamentale.

Per andare al nocciolo della questione, si può sintetizzare il tutto affermando che l’erogazione della pensione di reversibilità non è geneticamente connotata dall’obbiettivo di rimuovere le conseguenze dannose, sotto il profilo patrimoniale, prodottesi in capo al danneggiato per effetto del fatto illecito altrui. La pensione di reversibilità non ha una finalità indennitaria, ma costituisce, semmai, l’adempimento, da parte dell’ordinamento, di una promessa nei confronti del lavoratore assicurato (e deceduto) il quale aveva sacrificato una quota parte del proprio reddito per alimentare la propria posizione previdenziale.

La ragione giustificatrice di tale indennità non permette, pertanto, di scomputare gli importi ricevuti a titolo di pensione di reversibilità da quanto corrisposto dal responsabile del danno proprio perché i “disegni attributivi causali” (per usare il gergo della Suprema Corte) delle due fattispecie sono completamente diversi.

Infine –  sottolineano gli Ermellini – non esiste neppure sul piano del diritto positivo alcuna norma  che garantisca all’ente previdenziale un’azione di surrogazione rispetto a tale  pensione di reversibilità: infatti, la surrogazione di cui all’art. 1916, comma quarto si applica solo alle assicurazioni sociali contro gli infortuni sul lavoro, mentre l’art. 14 della legge 222 del 12.07.1984 prevede una surroga per le prestazioni in tema di invalidità pensionabile non omologabili alle pensioni di reversibilità.

Avv. Francesco Carraro

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Danni mortali, intermittenti e terminali: i criteri delle tabelle milanesi 2018

Tentiamo un primo commento orientativo sulla relazione introduttiva alle tabelle milanesi, così come rinnovate nella edizione licenziata il 14 marzo 2018 da parte dell’Osservatorio sulla Giustizia del Tribunale di Milano.

Aldilà degli aggiornamenti dei valori di liquidazione del danno non patrimoniale alla persona (che sono stati effettuati tenendo conto degli indici Istat dal 1 gennaio 2014 al 31 dicembre 2017) la parte più interessante del lavoro in commento concerne le seguenti categorie di pregiudizi: il danno non patrimoniale da perdita o da lesione del rapporto parentale, il danno cosiddetto ‘intermittente’ e  il danno cosiddetto ‘terminale’.

Per quanto riguarda il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale,  che si verifica evidentemente (a detrimento dei prossimi congiunti della vittima primaria) in tutte le circostanze in cui accade un sinistro mortale, l’innovazione contenuta nelle tabelle  è certamente penalizzante per i danneggiati. È vero, da un lato, che vengono mantenute le modalità di computo e di monetizzazione di tale tipologia di danno secondo il consueto e arcinoto metodo della ‘forchetta’. Tuttavia, quest’ultima (la forbice di valori ricompresi in un delta tra due soglie) non può più essere ‘letta’ e applicata come accadeva in precedenza. La relazione introduttiva, infatti, specifica a chiare lettere che non esiste più un minimo garantito da liquidare in ogni caso e aggiunge un altro dettaglio inequivocabile: i valori della prima delle due colonne in cui si concretava la forbice (tradizionalmente intesi come un minimum) d’ora in poi dovranno considerarsi, invece, alla stregua di valori medi. Trattasi di una autentica rivoluzione ‘bianca’ quasi silente e apparentemente innocua perché giocata sul piano lessicale di una raccomandazione extra-legislativa e non su quello giuridico del diritto positivo scaturente dai lavori parlamentari. Essa comporterà vantaggi esponenziali per le compagnie di assicurazione. Queste ultime potranno – in occasione di sinistri gravissimi quali sono gli eventi mortali – prendere a riferimento i valori un tempo considerati minimi come se si trattasse, invece, di valori medi. Il vantaggio per il portafoglio delle compagnie del ramo è talmente evidente che pare un insulto all’intelligenza pesino la tentazione di commentarlo.

Ma le tabelle milanesi 2018 contengono anche qualche novità positiva. Per quanto riguarda il danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale, infatti,  la ‘riforma’ può essere salutata con favore. L’Osservatorio riconosce, alla buon’ora, un dato di fatto che, a molti osservatori avveduti, pareva già in precedenza auto-evidente. E cioè che la sofferenza patita dal prossimo congiunto di un macro-leso non è necessariamente inferiore (e meno degna di un equo ristoro) rispetto a quella patita dal prossimo congiunto di un morto. Anzi, spesso è vero il contrario. Il tempo, ‘medico dell’anima’, è solito lenire il trauma patito da chi ha subito un lutto in famiglia mentre la quotidiana coabitazione e coesistenza con una vittima primaria (gravemente menomata nelle sue funzioni vitali) si declina in  una autentica via crucis di tormenti peggiori, non di rado,  rispetto a quelli sperimentati  dai parenti del caro estinto.  Proprio in applicazione di quanto testè affermato, le tabelle milanesi specificano che ai prossimi congiunti di un macro-leso potrà essere riconosciuto un  risarcimento il cui massimo è pari a quello contemplato dalle tabelle stesse a favore dei prossimi congiunti di un soggetto deceduto. Stop, quindi, a quei risarcimenti simbolici –  o ‘equitativi’ secondo l’ipocrita vulgata corrente –  che invece, ad oggi, penalizzavano sistematicamente i familiari di colui che fosse sopravvissuto a un incidente, o a un infortunio sul lavoro o a un caso di malpractice medica con considerevoli lesioni.

Veniamo ora al danno ‘intermittente’: esso sussiste ogniqualvolta chi abbia riportato un danno biologico permanente –  consolidato con postumi invalidanti ‘cristallizzati’ in una percentuale dal medico-legale incaricato –  muore (per cause non riconducibili al sinistro) prima di quanto ci si potrebbe attendere rispetto alla durata media della vita umana. In questi casi,  sia in dottrina che in giurisprudenza, c’è sempre stato consenso unanime sul fatto che il danno non potrà essere liquidato nella stessa misura spettante ai casi ordinari di sopravvivenza in vita della vittima. La ragione è intuitiva. Le tabelle milanesi sono concepite proprio in modo da tener conto (nella individuazione del valore in denaro di ogni singola percentuale di invalidità) della speranza di vita media connessa all’età del soggetto leso. Se poi interviene la morte del danneggiato per cause diverse dal sinistro, necessariamente il danno biologico permanente dovrà essere ridotto. In questo senso, la versione 2018 delle tabelle ci aiuta nel calcolo prevedendo una serie di criteri consistenti nell’attribuzione di un valore fisso per ogni anno di sopravvivenza con la lesione consolidata. Per esempio, un danno pari al 100% di invalidità vale il primo anno € 52.432, il secondo anno € 41.755, il terzo anno € 26.216. Poi,  a partire al terzo anno, € 26.216 per ogni anno successivo di permanenza in vita, fino alla morte ‘prematura’.

Veniamo, per finire, al danno ‘terminale’. Con i criteri previsti in tabella, si intendono tutelare tutte quelle fattispecie in cui una persona abbia assistito al graduale assottigliarsi delle proprie speranze di vita nella lucida consapevolezza dell’esito fatale della propria sventura. È stato convenzionalmente individuato un numero massimo di giorni (cento), decorsi i quali non si potrà più parlare di danno terminale, ma si dovrà tornare a impiegare il valore medio (per giorno di invalidità) previsto dalle tabelle stesse per il danno biologico temporaneo (circa 98 euro). Ci vuole, comunque e sempre, il requisito della coscienza, cioè la comprovata percezione, da parte della vittima, della fine imminente. Il criterio prescelto, dagli autori delle tabelle meneghine, è quello della intensità decrescente con metodo tabellare. L’Osservatorio ha ritenuto (anche in base all’esperienza medico-legale maturata sul campo) che il danno tenda a decrescere con il passare del tempo. Esso, cioè, è massimamente intenso quando la morte interviene a poche ore dall’evento mentre tende gradualmente a declinare, nella sua intensità, con il decorso dei giorni; sia per l’effetto lenitivo di un processo di adattamento sia perché subentra (in genere), nella vittima, la speranza che la situazione possa evolvere in una imprevista, ma auspicata ‘salvezza’.  Per i primi tre giorni, le tabelle  riconoscono un importo fino a € 30.000. Per ogni giorno successivo al terzo (quindi dal quarto in poi) si prevede, invece, un valore giornaliero di € 1.000 al giorno decrescenti, che diventeranno 991 il quinto giorno,  981 il sesto e via così fino ad arrivare al valore di € 98 del centesimo e ultimo giorno.

Avv. Francesco Carraro

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La probatio (diabolica) della sofferenza morale nei danni mortali

Con l’ordinanza numero 9.196 del 13 aprile 2018 la Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi del tema dei pregiudizi di natura non patrimoniale patiti dai prossimi congiunti ed eredi della vittima primaria di un sinistro mortale.

Nella fattispecie, trattavasi di un sinistro risalente agli anni Novanta in occasione del quale aveva trovato la morte un padre di famiglia e la di lui consorte la quale aveva agito (in proprio e in qualità di genitore di due figlioli) per ottenere il risarcimento dei conseguenti danni patrimoniali e non patrimoniali. La sentenza d’appello aveva limitato il risarcimento del danno di natura non patrimoniale evitando di liquidare quella parte di ristoro che, usualmente, viene riconosciuta a titolo di risarcimento delle compromissioni lato sensu esistenziali cioè afferenti al vulnus arrecato (dall’omicidio colposo) ai rapporti intercorrenti tra il soggetto deceduto e i suoi familiari.

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto dalla moglie e dai figli della vittima, ribadendo alcuni principi che dovrebbero, oramai, costituire jus receptum e consolidato punto di riferimento per tutti i giudici di merito e che, invece (purtroppo), spesso vengono inopinatamente disattesi. Sostanzialmente, la Suprema Corte ha  rammentato il contenuto delle celebri sentenze di San Martino del 2008 con le quali i giudici di legittimità hanno stabilito che i danni di natura non patrimoniale costituiscono un’unica macro categoria che può essere oggetto di risarcimento ogni qualvolta ricorrano i presupposti di cui all’articolo 2059 del codice civile. Tali presupposti ricorrono allorquando vi sia la lesione di un diritto costituzionalmente garantito ovvero nelle ipotesi in cui vi sia una esplicita previsione normativa atta a legittimare il ristoro del suddetto pregiudizio (come accade, giusta proprio il richiamo contenuto nella prefata norma, in ogni caso di illecito penale).

I danni non patrimoniali, poi, possono  essere scomposti, sul piano meramente descrittivo –  senza che ciò valga a metterne in discussione l’unitarietà concettuale di segno giuridico – , in tre ampie voci corrispondenti a: pregiudizi di natura biologica, pregiudizi di natura morale e pregiudizi di natura esistenziale intese come infra si dirà.

Con l’ordinanza in commento, la Corte di Cassazione ha sottolineato, per l’ennesima volta, che la incontestabile unitarietà del danno di natura non patrimoniale non deve andare a detrimento  di una dettagliata ed esaustiva liquidazione che si riferisca a ciascuna delle tre voci testé richiamate. Vero è che i giudici devono evitare in tutti modi le indebite locupletazioni. Tuttavia, essi sono anche tenuti a non trascurare il risarcimento di ogni singolo pregiudizio lamentato dai danneggiati con riferimento alla dimensione non patrimoniale. Andranno, quindi, risarcite sia le conseguenze di natura psicofisica ridondanti in una menomazione dell’integrità della persona (alle quali viene attribuita la denominazione convenzionale di ‘danno biologico’) sia le conseguenze di carattere interiore (sub specie di soggettiva e transeunte sofferenza) che usualmente vengono definite alla stregua di ‘danno morale’ sia le conseguenze che si esplicitano sul piano dinamico-relazionale designate, in gergo, come pregiudizio di natura esistenziale.

Erra, pertanto, il giudicante di secondo grado, nel caso di specie, nel momento in cui riconosce un ristoro per il danno non patrimoniale di carattere biologico e per quello di carattere morale omettendo poi di prendere in considerazione gli impatti che il fatto illecito ha avuto sulla vita dei prossimi congiunti, nonché eredi, del soggetto defunto. Ciò significa che tutte le volte in cui una parte abbia diligentemente chiesto, in ossequio al principio dispositivo che governa le azioni processuali in ambito civilistico (e in seguito  a un sinistro mortale) tutti i singoli profili di danno non patrimoniale di cui alla ‘trilogia’ summenzionata, e una volta che essa abbia diligentemente allegato (e offerto di dimostrare) tali pregiudizi in sede istruttoria, è del tutto illegittima la decisione del magistrato che si limiti, per ipotesi, a liquidare solo una somma a titolo di risarcimento per le sofferenze morali patite in seguito al lutto senza, invece, prendere in considerazione anche quelle di natura dinamico-relazionale, id est ‘esistenziale’ (ovvero quelle di natura biologica, anche se più rare a verificarsi).

È, infatti, del tutto ovvio che un evento drammatico (qual è il decesso di una persona in occasione di un incidente stradale) comporta due tipi di conseguenze: da un lato, i familiari sono costretti a sperimentare quel ‘crudo dolore’ (come è stato definito dalla Cassazione nell’ordinanza de quo) che connota ogni improvvisa scomparsa di una persona cara, dall’altro essi si trovano nella condizione di non poter più godere di tutta una serie di attività connesse alla dimensione relazionale che prima, invece, abitualmente erano avvezze a condividere (insieme al congiunto strappato loro da un brutale destino).

Potremmo dire, in un certo senso, che il danno non patrimoniale, nell’ipotesi di decesso, comporti un vuoto di natura interiore e un vuoto di natura esteriore, entrambi incolmabili. Il primo attiene alla dimensione intima, soggettiva, insondabile e intangibile che riguarda specificamente la sfera ‘spirituale’ del familiare rimasto in vita. Egli soffre, e soffre nell’anima, perché non ha più accanto se è la persona che amava. Nello stesso tempo, il sopravvissuto è vittima di un vuoto esteriore che si concreta nella improvvisa estinzione di tutte quelle circostanze di gioiosa convivenza e quotidiana complicità  nel corso delle quali (e grazie alle quali) egli si trovava a spartire le gioie, le occupazioni, le minute faccende di ogni menage familiare.

Orbene, se da un lato la pronuncia degli Ermellini è apprezzabile nella misura in cui impedisce che il risarcimento delle vittime di gravi sinistri mortali sia, ci si passi il termine, ‘monco’, d’altro canto sarebbe più che mai opportuno un arresto giurisprudenziale che si soffermasse su un altro tema sovente trascurato nella materia di cui ci stiamo occupando.

Ci riferiamo alla dimensione della prova del danno non patrimoniale. Riteniamo che dovrebbero essere valorizzati (molto più di quanto già non avvenga) i dati di comune esperienza secondo i quali –   e ciò vale per il giurista come per uomo della strada (trattandosi di un’intuizione comune a qualsiasi persona di buonsenso) –  chi incorre in una tragedia, soffre. E tanto più si soffre quanto più egli sia legato alla vittima da una relazione duratura. Ciò significa che, di fronte alle inoppugnabili risultanze dei certificati anagrafici che attestano la sussistenza di una coabitazione (tra le parti della tragedia) e la durata della stessa, il risarcimento dovrebbe essere riconosciuto a prescindere da ogni altra considerazione. E a prescindere, soprattutto, dalla pretesa ridicola –  in situazioni come quelle di cui ci stiamo occupando – consistente nell’esigere che gli attori (già devastati da un trauma) dimostrino l’indimostrabile. Si assoggettino, cioè, a quell’autentica probatio diabolica che si concreta nel dover attestare l’intensità dell’amore che li univa a chi è mancato ai loro affetti.

Si rischia, altrimenti, di costringere i difensori a un cimento impossibile: quello di avvalorare (con l’insufficiente armamentario consueto offerto dagli ordinari mezzi istruttori) una circostanza tipicamente non suscettibile di essere ‘toccata con mano’ come il sentimento.

Ciò spesso comporta, in ambito processuale, due effetti collaterali parimenti deprecabili: il primo è che il capitolato istruttorio (articolato dal difensore) viene sistematicamente ‘cassato’ dal giudice di turno sulla base dell’assunto che esso si struttura in domande implicanti giudizi non ammessi ai testi; e come potrebbe essere altrimenti? Un rapporto amoroso, confidenziale, fraterno, materno, paterno, per ‘elezione’ è riscontrabile solo attraverso l’espressione di un giudizio e non certo attraverso un riscontro di fatto. L’altro effetto perverso di tali dinamiche processuali è che la domanda della parte (in assenza di prove) viene ridotta ai minimi termini con la scusa che gli attori non avrebbero fornito la dimostrazione del loro dolore.

Sarebbe ora di considerare l’opportunità di un nuovo approccio alla questione, strutturato in maniera antitetica rispetto a quella attuale: nel momento in cui l’attore fornisce gli elementi minimi indispensabili per presumere che ci sia stata la logica, inevitabile, notoria sofferenza destinata ai superstiti di un lutto (in quanto esseri umani), dovrebbe essere onere della controparte dimostrare il contrario facendo ricorso per esempio ad altre circostanze di fatto idonee a innescare le correlate presunzioni (questa volta a svantaggio di chi domanda il risarcimento): ad esempio, l’esistenza di sussidi insanabili o di ‘distanze’ incolmabili (in senso lato: sia di carattere cronologico, come accade quando due soggetti non coltivano più alcun rapporto da lungo tempo, sia di carattere  geografico, come accade quando le parti vivono a grande distanza l’una dall’altra).

Si dovrebbe esigere, invece, un compiuto articolato istruttorio solo con riferimento a quello che, sopra, abbiamo definito come ‘vuoto esteriore’ e cioè la componente dinamico-relazionale del rapporto vulnerato dal sinistro.

Avv. Francesco Carraro

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Polizze vita o strumenti di investimento? la Cassazione fa tremare l’ANIA

Un’ordinanza della Corte di Cassazione, la nr.  10333/2018, rischia di creare un autentico sconquasso all’interno del mercato assicurativo italiano. In particolar modo, con precipuo riferimento al settore delle polizze vita. Le polizze di assicurazione sulla vita, come noto, hanno ad oggetto appunto l’esistenza in vita del contraente assicurato e sono connotate dal fatto che il rischio del prodotto assicurativo (rappresentato dalla persistenza in vita piuttosto che dal decesso del contraente medesimo) grava per intero sulla compagnia di assicurazione.

In Italia, stando a recenti statistiche, la produzione (quindi il volume di affari del ramo vita) ha raggiunto un livello che tocca i 7,8 miliardi di euro. All’interno di questo ‘serbatoio’ troviamo, però, una serie di prodotti che vengono ‘contrabbandati’ come polizze di assicurazione sulla vita mentre, in realtà e di fatto, sono costituiti da contratti nei quali il rischio non è per intero gravante sulla compagnia di assicurazione ma anche, se non soprattutto, in capo al contraente. Questo aspetto li rende molto simili a prodotti di natura finanziaria in cui il rischio non pesa sulle robuste spalle (e quindi sulle pingui casse) delle società assicurative –  come dovrebbe essere di regola per un contratto di assicurazione caso morte – ma, piuttosto, su quelle assai più fragili del contraente (in ragione della volubilità dei mercati finanziari all’interno dei quali si muovono, per ottenere performance altamente redditizie, i professionisti incaricati di investire i denari messi a disposizione dall’assicurato).

Questi prodotti, che potremmo definire ‘ibridi’ vengono qualificati, in gergo, come polizze di ‘ramo III’. Nell’ambito dei 7,8 miliardi di cui parlavamo poc’anzi, 5 miliardi (stando ai più recenti rilievi) sono costituiti da polizze, per così dire, tradizionali mentre 2,7 miliardi sono riconducibili al surrichiamato ‘ramo III’ con un peso ormai tutt’altro che indifferente e ben superiore a un terzo rispetto al montante complessivo.

Ebbene, su questa situazione è calata come una lama di ghigliottina la pronuncia di cui in apertura la quale ha messo nero su bianco alcuni principi destinati a incidere in maniera potenzialmente esplosiva sulla materia di cui trattasi. Per esser precisi, la Cassazione ha sottolineato come non possono considerarsi, a nessun effetto, alla stregua di polizze assicurative – con il conseguente venir meno dei relativi benefici in materia ereditaria e sul piano fiscale –  le polizze sedicenti ‘assicurative’, ma in realtà configurate in modo tale da potersi rubricare, a tutti gli effetti, alla stregua di prodotti di investimento. In altri termini, secondo l’arresto giurisprudenziale in questione, se l’assicurazione vende un prodotto designato ‘assicurazione sulla vita’ ed esso si presenta, in realtà, come uno strumento finanziario in cui il rischio grava non solo in capo alla compagnia di assicurazione, ma anche in capo al soggetto contraente (nonché parte debole del sinallagma contrattuale), allora non si potrà più parlare di polizza assicurativa sulla vita, ma si dovrà parlare, invece, di strumento di investimento vero proprio.

La linea di discrimine sarà costituita, quindi, dal fatto che il prodotto (e il contratto su cui esso si regge) preveda o meno, al momento del verificarsi dell’evento luttuoso cui è ancorata la polizza, la restituzione dell’intero capitale. Nel primo caso, potremo a buon diritto utilizzare la classica terminologia di ‘polizza di assicurazione sulla vita’, nel secondo caso dovremo invece impiegare la dicitura di  ‘prodotto finanziario’ destinato, quindi, ad essere assoggettato a una disciplina tutt’affatto diversa, anche sul versante fiscale.

La Corte di Cassazione ha anche specificato che – laddove il contratto assicurativo sia  stato siglato da una persona fisica mercè l’intermediazione di una società fiduciaria, l’investitore non potrà essere considerato l’agenzia fiduciaria, ma la persona fisica ‘fiduciante’ destinataria degli effetti del contratto, e cioè l’assicurato. Ergo, il fatto che gli obblighi incombenti sull’intermediario finanziario siano stati regolarmente assolti dovrà essere ponderato prendendo a riferimento proprio il soggetto ‘fiduciante’, vale a dire la persona fisica e non la si società fiduciaria. Evidentemente, in tal modo sarà assai più difficile dimostrare, attenendosi ai criteri di cui sopra, che il soggetto investitore aveva la preparazione adeguata per rendersi conto dell’investimento che gli era stato proposto.

Va segnalato che l’ANIA ha subito dato alle stampe una sua velina del 7 maggio 2018 nella quale afferma che gli Ermellini, in realtà, non avrebbero affatto preso posizione sulla qualificazione dei contratti assicurativi sulla vita, ma si sarebbero riferiti, semmai,  a un caso peculiare caratterizzato dal ruolo assunto da una società fiduciaria in cui quest’ultima aveva peccato di gravi errori di trasparenza. Onde per cui, non vi sarebbero elementi sufficienti per consentire di rimettere in discussione la connotazione tipica di prodotto assicurativo con particolare riferimento alle polizze (pur con contenuto finanziario) che rispettino determinate caratteristiche legislativamente previste e a prescindere dal fatto che esse prevedano la restituzione del capitale. Infatti, prosegue l’ANIA, le polizze sulla vita sarebbero pur sempre contraddistinte da garanzie di tipo finanziario-demografico collegata alla vita dell’assicurato e, pertanto, nessun dubbio può essere espresso sulla natura assicurativa di questi prodotti.

Va pur detto che il comunicato dell’organo rappresentativo della compagnie italiane assomiglia tanto all’auspicio formulato ‘toccando ferro’ – ci si passi la proverbiale espressione – che si utilizza quando si teme di incappare in una disavventura (in verità meritata) in qualsiasi campo della vita e degli affari, piuttosto che un meditato e condivisibile parere sul contenuto dell’ordinanza in oggetto. Quest’ultima, a tutti gli effetti, si segnala non solo come rivoluzionaria, ma anche per essere contraddistinta da una sostanziale equità di fondo. Non si vede, infatti, come e perché si dovrebbe considerare alla stregua di una polizza di assicurazione un prodotto che non contempla quella caratteristica elementare (ed intuitiva anche per l’uomo della strada) tipica di ogni prodotto assicurativo sulla vita e cioè la restituzione ‘a babbo morto’ quantomeno del capitale che la vittima aveva a suo tempo investito.

Avv. Francesco Carraro

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