La guida in stato di ebbrezza e il sinistro stradale

Una sentenza della Cassazione penale del 19.10.2018, la n. 47.750, si è pronunciata sul dibattuto tema della nozione di ‘incidente stradale’ in ambito penale con precipuo riferimento all’art. 186 comma 2 bis del Codice della Strada.

Cogliamo l’occasione per rammentare che l’azione penale è contemplata dall’art. 186 comma secondo lett. b) e c). La lettera a), invece, contempla esclusivamente sanzioni amministrative per il responsabile. Il comma 2 bis dell’art.186 C.d.s., infine, prevede l’aggravante ad effetto speciale ricorrente allorquando si verifica un incidente stradale. Se un conducente, di cui siasi accertata strumentalmente l’ebbrezza, provoca un sinistro, le sanzioni di cui al comma 2 (compresa la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida) sono raddoppiate ed è disposto il fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea all’illecito. Inoltre, per il caso in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l la patente di guida è sempre revocata.

Come appena evidenziato, il legislatore ha previsto una aggravante nell’ipotesi in cui il reo abbia provocato un incidente. Il quesito che ci si è ripetutamente posti, nelle aule di giustizia e anche a livello di dottrina, concerne la corretta lettura del concetto veicolato dalla prefata norma. Altrimenti detto: provocare un incidente significa essere fattivamente implicati nella genesi eziologica dello stesso ovvero anche solo esserne, anche involontariamente, coinvolti?

In giurisprudenza, sul punto si è creata una divergenza di orientamenti. Per un primo filone ‘provocare un incidente’ significa che è stato accertato il coefficiente causale della condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero coinvolgimento del soggetto (Sez. 4, n. 33760 del 17.5.17,  Sez. 4, n. 37743 del 28.5.13). Secondo altre pronunce, invece, non è necessario l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta del supposto responsabile, ma il semplice collegamento  materiale tra il sinistro e lo stato di alterazione del guidatore, al quale sia imputabile – proprio per effetto dell’ebbrezza riscontrata – una diminuita capacità di compiere  manovre diversive (Sez. 4, n. 54991 del 24.10.17).

Ebbene, la conclusione a cui giunge la pronuncia in commento sposa sostanzialmente la linea interpretativa più “letterale” e, a parere di chi scrive, anche giusta.

Provocare un incidente significa fornire un contributo causale determinante (anche se in termini di mera concorsualità) nella produzione dell’evento.

Quindi, potrà essere oggetto di una sanzione penale aggravata solo il conducente di un veicolo il quale, trovandosi in stato di ebbrezza, abbia determinato con il proprio comportamento colposo l’incedente automobilistico, ovvero abbia contribuito a determinarlo insieme all’azione congiunta di altri soggetti coinvolti nell’occorso lesivo.

Sarebbe del tutto iniquo applicare un appesantimento delle conseguenze sanzionatorie di carattere penale o amministrativo a danno di un utente della strada il quale, se pur in condizioni di ebbrezza, abbia finito per essere coinvolto, ma senza fornire alcun contributo sotto il profilo eziologico, in un sinistro causato da terzi e rispetto al quale egli non aveva nessuna responsabilità quantomeno rispetto all’elemento oggettivo dell’illecito.

Nel caso di specie, affrontato dagli Ermellini, in particolare, l’imputato è stato considerato colpevole e meritevole dell’aggravante non perché, da ebbro, sia rimasto coinvolto in un incidente ma perché tale incidente ha trovato, quanto meno in parte, la sua scaturigine genetica nella manifesta e accertata incapacità del guidatore di evitare l’evento.

Avv. Francesco Carraro

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La prescrizione del risarcimento dei prossimi congiunti di un macroleso

Una interessante ordinanza della Corte di Cassazione del 28 ottobre 2018, la nr. 26.958, ha affrontato un tema di sicuro interesse per tutti coloro che si occupano di responsabilità civile automobilistica. Ci riferiamo alla prescrizione che, come noto, sconta quanto previsto da una ben precisa norma del codice civile (l’articolo 2947) contemplante – per il diritto al ristoro dei danni in ambito Rc-auto –  un periodo di due anni dall’accadimento del fatto.

Tuttavia, il terzo comma dello stesso articolo specifica che, nel caso in cui il fatto costituisca un reato per il quale la legge penale prevede una prescrizione più lunga, quest’ultima si applica anche alla sfera civilistica dell’illecito con precipuo riferimento al piano del ristoro dei pregiudizi.

In materia, si era giunti a un punto di caduta condiviso: i danni materiali si prescrivono in due anni, mentre i danni fisici si prescrivono nel più lungo termine costituito dalla prescrizione del reato di lesioni colpose che era di cinque anni ed è oggi, per effetto della legge ex Cirielli, di sei anni.  Rimanevano, peraltro, ulteriori questioni da affrontare. Un primo problema sul tappeto era quello della applicabilità della più lunga prescrizione a prescindere dalla presentazione della querela da parte del danneggiato, oppure no. Dopo qualche tentennamento, la Suprema Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha chiarito che – onde beneficiare del più lungo termine previsto dal diritto penale – il danneggiato di un sinistro stradale (il quale abbia riportato, nel medesimo occorso, lesioni fisiche) può pretendere l’applicazione della più lunga prescrizione stabilita dal codice penale (per la fattispecie criminosa) anche se non ha presentato querela nel termine previsto dalla legge. Però, è quanto meno necessario che la vittima, in sede processuale, abbia chiesto al giudice civile – a fronte dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla compagnia di assicurazione del responsabile civile –  di accertare, incidenter tantum, la sussistenza del reato di lesioni colpose; e ciò  proprio al fine di beneficiare della prescrizione più lunga.

L’altro aspetto che è stato dibattuto davanti alle corti di merito concerneva la possibilità di estendere il termine di prescrizione più lungo, stabilito per il diritto al risarcimento di danni fisici, anche ai danni materiali patiti nel medesimo sinistro. A tal proposito, la Suprema Corte afferma che la più lunga prescrizione è applicabile anche ai danni materiali solo quando il titolare del diritto al ristoro di tale pregiudizio e il titolare del diritto al risarcimento per lesioni coincidano; nel senso che si tratta della stessa persona la quale sia, per ipotesi, oltre che proprietaria del veicolo anche conducente del medesimo.

Veniamo ora all’ordinanza in commento che costituisce l’esito di una vicenda processuale iniziata davanti al Giudice di Pace di Civitavecchia, proseguita innanzi al Tribunale della stessa città e approdata agli scranni della Corte di Cassazione anche per dirimere il seguente dubbio: se il diritto al risarcimento di un soggetto diverso rispetto alla vittima primaria del reato di lesioni colpose, possa beneficiare della prescrizione più lunga prevista per il reato medesimo.

Ebbene, la Corte di Cassazione ha statuito nel senso che la prescrizione più lunga può essere applicata non solo alla vittima diretta del reato di lesioni colpose, ma anche a soggetti terzi (non direttamente lesi in prima persona dall’illecito penale de quo) perché la pretesa di questi ultimi origina da un fatto storico che rappresenta il presupposto prodromico alla richiesta di ristoro avanzata dagli stessi terzi.

Il principio è stato compendiato dalla Cassazione come segue: “In tema di prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da reato, il più lungo termine previsto dall’articolo 2947 comma tre è applicabile indistintamente a tutti possibili soggetti attivi della pretesa risarcitoria e quindi sia in caso di domanda proposta della vittima diretta o indiretta del reato sia nell’ipotesi di richiesta proveniente da persone che, pur avendo risentito un danno in conseguenza del fatto reato, non siano titolari dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice”.

L’esempio fatto dagli Ermellini riguarda l’ipotesi in cui un’amministrazione pubblica aveva chiesto il rimborso degli emolumenti inutilmente versati a un proprio dipendente per  il periodo di assenza conseguente alla malattia determinata da un sinistro stradale.

Bene, la  Cassazione ha ritenuto che, in casi siffatti, debba applicarsi (anche alle pretese del datore di lavoro) il termine più lungo contemplato per le lesioni colpose patite dal lavoratore in quanto il diritto origina dal medesimo accadimento. È vero che la pronuncia di cui ci occupiamo fa riferimento, in modo esplicito, al caso in cui il terzo soggetto faccia valere danni di natura patrimoniale. Pensate,  per esempio, ai genitori di un minore i quali chiedano il rimborso delle spese mediche sostenute per curare e assistere il figlio infortunato oppure, appunto, alla fattispecie della rivalsa del datore di lavoro.

Nondimeno, ci permettiamo di osservare che l’interesse della sentenza in commento concerne anche un’altra situazione su cui spesso si interrogano gli operatori del settore: in che termine si prescrive il diritto del risarcimento del danno non patrimoniale dei prossimi congiunti di un soggetto macro leso?

Nonostante, in siffatte ipotesi, si verta in materia di danno non patrimoniale (e non invece in materia di danno patrimoniale, come bella vicenda decisa dall’ordinanza in argomento) dobbiamo necessariamente concludere che le conseguenze, sul piano giuridico, logico ed ermeneutico, non possono che essere identiche. Infatti, i principii enunciati dalla Corte di Cassazione debbono evidentemente valere sia per il risarcimento del danno patrimoniale di un terzo soggetto non direttamente attinto dal  reato di lesioni colpose sia per il risarcimento del danno non patrimoniale (quindi, di natura morale ed esistenziale o addirittura biologica) vantato dai parenti stretti della vittima primaria.

Avv. Francesco Carraro

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La malpractice e la deresponsabilizzazione dei pazienti

La Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza nr. 69 del 13.01.18 , ha affrontato la questione del consenso informato con precipuo riferimento al rapporto intercorrente tra un dentista e la di lui paziente la quale si era sottoposta a una serie di cure odontoiatriche consistenti nella rimozione di alcuni elementi dentari e nella loro sostituzione  con idonei sussidi protesici.

La sentenza del Tribunale di Vasto, in primo grado, aveva riconosciuto  la responsabilità del medico curante sulla base dell’assunto che il medesimo non avesse fornito una adeguata informazione alla paziente in ordine a tutte quelle cautele di carattere igienico che, applicate all’apparato orale della cliente, avrebbero evitato le conseguenze pregiudizievoli poi verificatesi. In altri termini, il medico era stato ritenuto responsabile e condannato per non avere dimostrato la prestazione di un regolare consenso informato da parte dell’attrice danneggiata. Il che potrebbe apparire paradossale se si considera che il consenso, nel caso di specie, concerneva una ordinaria abitudine afferente alla cura quotidiana della propria persona considerabile alla stregua di un fatto notorio.

È  arduo, infatti, poter credere che vi siano individui la cui ignoranza si spinge fino al punto di non avere cortezza neppure di quelle minime norme di igiene orale (dall’utilizzo degli spazzolini e del dentifricio all’impiego dei colluttori normalmente in commercio) finalizzate alla “manutenzione dell’apparato masticatorio”.

Non a caso il CTU medico-legale incaricato dal giudice di prime cure aveva avuto modo di evidenziare che –  pur mancando nella cartella clinica la menzione della somministrazione di un adeguato consenso  informato – doveva ritenersi che il ruolo dell’igiene orale rientrasse nei “percorsi verbali”, nella banale precettistica  da ambulatorio per così dire, usualmente praticati in uno studio odontoiatrico e non necessariamente riportati, proprio per la loro “scontata” utilità, nel diario delle prestazioni rese.

Eppure la Corte d’Appello ha confermato le ragioni della paziente convalidando la sentenza di condanna del risarcimento del danno patrimoniale in ossequio ad una corretta applicazione dei principi dell’onus probandi vigenti in ambito di malpractice secondo i quali: “ai fini del riparto dell’onere probatorio, l’attore – paziente danneggiato –  deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato etiologicamente rilevante”.

La pecca inescusabile del medico, nella fattispecie, è consistita nel non aver redatto in maniera scrupolosa, puntuale e diligente la cartella clinica, omettendo di esplicitare nel modulo di consenso, pur sottoscritto dalla cliente, le informazioni relative non già e non solo all’ordinaria pulizia dei denti con lo spazzolino e il filo interdentale (precauzioni non bisognose di particolari esplicazioni stante la loro universale notorietà), ma anche all’utilizzo di peculiari presidi meccanici (quali lo spazzolino elettrico e l’idropulsore orale) e chimici (quali i colluttori e i gel antibiotici).

Il medico convenuto non ha dimostrato –  quindi non ha supplito attraverso mezzi istruttori succedanei rispetto alla mera esibizione del modulo prestampato del consenso – di aver informato la paziente della dirimente importanza di sottoporsi ogni giorno a lavaggi e ad abluzioni effettati  con l’ausilio di opportuni strumenti, vieppiù indispensabili attesa la scarsa propensione della donna alla igiene orale.

In conclusione, possiamo impiegare la pronuncia in commento come un utile promemoria per tutti coloro i quali si trovino coinvolti in un caso di malpractice da una parte o dall’altra della barricata: il consenso informato non solo deve essere dimostrato mercè la produzione in giudizio di un atto scritto, in ossequio a quanto previsto dalla più recente giurisprudenza di legittimità in materia, ma deve anche concretarsi in una pluralità articolata e comprensibile di spiegazioni dettagliate in ordine a tutti i passaggi della prestazione sanitaria e a tutte le possibili controindicazioni nonché a tutte le necessarie cautele idonee a minimizzare i rischi connessi all’intervento e i danni collaterali del medesimo.

Non nascondiamo che una tale impostazione, pur condivisibile nella sua ratio di fondo, rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio laddove non declinato cum grano salis sul piano pratico, così da tradursi in una ‘burocratizzazione paranoica’ degli adempimenti al rispetto dei quali un medico deve essere ragionevolmente tenuto. E così da trattare il paziente alla stregua di un minus quam bisognoso anche di informazioni offensive per la sua intelligenza. Seguendo questa strada, sul piano ermeneutico (della giurisprudenza e della dottrina) e metodologico (della prassi clinica), non riteniamo si faccia né l’interesse della classe medica né quello dei pazienti.

Avv. Francesco Carraro

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La lettera di intervento inviata ‘per conoscenza’ basta e avanza

L’incubo degli avvocati specializzati in responsabilità civile automobilistica è, da sempre, la cosiddetta “lettera di intervento” ossia la diffida con la quale si intima a una compagnia di assicurazione il risarcimento del danno patito dalla vittima di un incidente stradale. Infatti, il mancato rispetto del termine perentorio di sessanta o novanta giorni (decorrente dall’inoltro di tale comunicazione) comporta l’effetto nefasto della pronuncia di una sentenza di rigetto della domanda in limine litis; proprio per irrimediabile carenza di un requisito di proponibilità della domanda.

Il problema si poneva già nel vigore della legge 990 del 1969, ma è stato vieppiù aggravato dalle riforme successive: se, in illo tempore, era sufficiente inviare una raccomandata di contenuto generico, per effetto delle integrazioni normative susseguenti il soggetto danneggiato e il suo procuratore sono stati gravati di un onere ben più articolato e complesso; esso si concreta nel dovere di predisporre, e inoltrare, tale missiva rispettando tutta una serie di requisiti contenutistici e formali, in mancanza dei quali il termine di cui sopra non può dirsi rispettato. Con tutte le conseguenti preclusioni succitate.

La situazione si è fatta ancor più delicata, per le vittime di incidenti, per effetto dell’introduzione del regime del cosiddetto risarcimento diretto.  In caso di danni materiali o di danni fisici micro-permanenti scaturiti dallo scontro tra due veicoli assicurati, l’avente diritto deve (rectius, può) rivolgere le proprie pretese in via giudiziaria – anzichè alla compagnia del mezzo avversario – all’impresa di assicurazione che garantisce il proprio veicolo. In tal caso, secondo il combinato disposto degli articoli 144, 145, 149 del decreto legislativo 209/2005, la diffida deve essere inviata a entrambe le compagnie.

Ora, come spesso accade quando le pastoie burocratiche diventano la regola anzichè l’eccezione, si sono fatte strada, nelle aule di giustizia, delle perverse interpretazioni di taglio squisitamente formalistico secondo le quali basterebbe una sia pur minima (e del tutto innocua) deviazione dal binario procedurale stabilito dalle norme testè citate per incappare nella tagliola di una sentenza di inammissibilità.

Un esempio su tutti: si è sostenuto, da taluni, che la raccomandata sia pour compiutamente redatta nel pieno rispetto di tutti i requisiti imposti dalla legge sarebbe inidonea al suo scopo nel caso venisse inviata alla compagnia avversaria solo “per conoscenza”.

Capite bene che stiamo parlando di una esegesi distorsiva, degna del peggiore azzeccagarbugli, rispetto alla  ratio innervante gli articoli di legge di cui trattasi.

Per fortuna, è intervenuta la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza nr. 24.548 del 05.10.18,  con la quale è stata cassata una sentenza del Tribunale di Torino con l’enunciazione del seguente principio: “Una lettera inviata ‘per conoscenza’ è sufficiente a mettere in moto il meccanismo che poi consente al danneggiato di intraprendere l’azione giudiziaria contro l’una o l’altra impresa di assicurazione. I due commi dell’art. 145 D.lgs. 209/2005 rendono chiaro il disegno del legislatore: chi opta per il risarcimento diretto in sede stragiudiziale, deve informare anche l’impresa debitrice con la lettera raccomandata; ma se rivelatasi infruttuosa la trattativa, la vittima decide di convenire in giudizio l’assicuratore del responsabile, quella lettera che gli era stata inviata per conoscenza sarà sufficiente a rendere proponibile la domanda”.
Vi state chiedendo se era necessario scomodare il più altro organo giurisdizionale di cui dispone il nostro ordinamento processuale per enunciare una ovvietà come quella di cui alla enunciata massima? Non siete i soli.

Tuttavia dobbiamo farcene una ragione. In un periodo storico in cui pochissimi hanno da obiettare – di fronte ad autentiche mostruosità giuridiche avvallate in un clima di sopita rassegnazione –  è normale che l’ovvio diventi il terreno di sofisticate dispute sul sesso degli angeli. Proprio come nel medioevo insigni dottori di scolastica si accapigliavano sulla questione degli universali, dividendosi tra nominalisti e realisti.

Verrebbe da aggiungere, dinanzi al declino palese della qualità del dibattito delle scienze giuridiche: mala tempora currunt. Ma non è colpa del diritto e dei suoi cultori. Tali discipline, e chi le divulga, non fanno che riflettere il declino generalizzato (una autentica medievalizzazione di ritorno) cui assistiamo, in ogni settore del vivere, nei tempi che corrono.

Francesco Carraro

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Un po’ di chiarezza, vi prego, sulle infezioni nosocomiali

Parliamo di infezioni nosocomiali e l’occasione ci è offerta da una sentenza del Tribunale di Roma del 27.9.2018, con la quale il giudice capitolino si è soffermato su una delle piaghe più diffuse in ambito di malpractice sanitaria. Ci riferiamo, per l’appunto, al tema delle infezioni ospedaliere che costituiscono uno dei più paradossali risvolti di quel ‘buco nero’ del sistema sanitario nazionale che risponde al nome di malasanità. Nonostante possa sembrare assurdo, l’ospedale è uno dei luoghi in cui è più facile e frequente contrarre patologie per effetto dell’attacco di germi e batteri.

Ciò accade sia perché la popolazione di un nosocomio è costituita, per la gran parte, da soggetti (i pazienti) il cui organismo è già debilitato, a volte pesantemente, da un pregresso stato morboso sia perché gli ambienti ospedalieri pullulano di agenti patogeni multi-resistenti. Ci riferiamo a virus e batteri forieri di una formidabile capacità di rendersi inattingibili alle contromisure di carattere profilattico ed antibiotico.
Il pregio della sentenza in commento consiste nell’aver correttamente applicato, alla questione delle infezioni nosocomiali, un principio cardine dell’onus probandi in ambito di RC-medica.

Più in particolare, il Tribunale romano ha rammentato come la presunzione di responsabilità di natura contrattuale (sussistente a carico delle strutture sanitarie e normativamente ‘consacrata’ dalla legge Gelli-Bianco del 2017) comporta che – di fronte a una conclamata infezione – l’azienda ospedaliera deve essere ritenuta responsabile salvo che dimostri la ricorrenza, nella fattispecie, di quell’evento di carattere straordinario ed eccezionale in grado di superare la presunzione di colpa di cui all’art. 1218 del c.c.

Ovviamente, tale prova non può consistere solo nella dimostrazione di avere somministrato al paziente misure di carattere profilattico coerenti con le linee guida e i protocolli più accreditati. È anche, e soprattutto, necessario che l’azienda convenuta in giudizio dimostri di aver posto in essere tutti quei presidi connessi con una adeguata sanificazione ambientale propedeutica a minimizzare, se non azzerare del tutto, i rischi di contagio.

Teniamo presente che la contrazione di un agente infettivo è una delle complicanze maggiormente prevedibili, benchè non facilmente prevenibili, nell’espletamento del servizio di assistenza ospedaliera. Sarà dunque ben difficile che la struttura sanitaria riesca a fornire la probatio diabolica di cui trattasi. Il che non deve essere letto come un accanimento ingiustificato nei confronti del sistema sanitario quanto piuttosto come un invito alla massima sollecitudine e diligenza nell’approntare le elementari accortezze in grado di salvaguardare la salute, o addirittura di salvare la vita, di migliaia di persone.

Spesso, in consimili casi, giudici e medici legali dimenticano un aspetto dirimente, concentrandosi solo sulla somministrazione antibiotica e non sulle condizioni generali dell’ambiente in cui l’intervento è avvenuto: anche ammesso che la profilassi pre e post-operatoria sul paziente sia stata positivamente effettuata (il che non esclude comunque in toto il rischio di infezioni), le convenute strutture sanitarie devono sempre – se non prima di tutto – dimostrare di aver fatto tutto quanto competeva loro onde garantire la salubrità e l’igienizzazione dei luoghi, sia prima che durante che dopo l’intervento. Laddove questa prova manchi – e siano stati invece soddisfatti gli oneri probatori incombenti sull’attore – deve seguire necessariamente la condanna.

Avv. Francesco Carraro

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La Cassazione e la componente dinamico-relazionale del danno biologico

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, depositata il 27 marzo 2018, relatore Dr. Rossetti, affronta il tema della corretta terminologia e quello, speculare e conseguente, dell’importanza di un suo impiego adeguato in ambito di responsabilità civile. Si parla, quindi, del patrimonio concettuale degli operatori del settore nella  materia del risarcimento del danno.

Tuttavia, la parte interessante della pronuncia non è quella su cui maggiormente si spende la Suprema Corte –  l’oggetto del contendere, per così dire –  ma semmai quella dedicata a due tematiche apparentemente secondarie, e in realtà dirimenti, e impattanti in ben più larga misura sul lavoro quotidiano degli avvocati e dei medici legali.

Ci spieghiamo. L’ordinanza si occupa, innanzitutto, della definizione di danno biologico e della categoria della componente dinamico-relazionale di tale voce di danno. L’estensore si dilunga richiamando tutti i precedenti normativi e dottrinari atti a dimostrare che, in verità, discorrere di componente dinamico-relazionale e di danno biologico significa disquisire – per lo più e soprattutto – della stessa cosa. Come insegna la stessa letteratura più accreditata e diffusa in ambito medico legale, la compromissione della integrità psico-fisica di un soggetto involge sempre, e necessariamente, una ricaduta sul piano dinamico-relazionale; ovverossia, sull’insieme di tutte quelle micro-attività quotidiane che connotano la vita di un qualsiasi essere umano.

Ergo, a detta della Corte di Cassazione, i giudici di secondo grado, nel caso di specie, avevano rettamente deciso nel ritenere che la monetizzazione del danno biologico (in concreto subito dall’attore) non meritasse una implementazione pari al 25 per cento, che era invece stata riconosciuta dal Giudice di prime cure.  Infatti, l’appesantimento del punto (pur previsto sub specie di aumento ponderale del quantum risarcitorio dalle tabelle milanesi) non può essere accordato alla vittima sol perché, per ipotesi, il medico legale abbia riconosciuto una particolare incidenza della specifica lesione (e delle sue compromissioni menomanti) sulle attività quotidiane del soggetto.

Non foss’altro perché tutte le menomazioni, classificabili alla stregua di danno biologico, incidono de facto sulla sfera dinamica e relazionale del soggetto leso. Di talchè, nessuno merita una ‘valorizzazione’ al rialzo del risarcimento sulla base del mero assunto di aver visto vulnerate le proprie dimensioni esistenziali lato sensu intese. Qualsiasi individuo incorra nella sventura di riportare un danno biologico permanente, per ciò stesso ne ricava un detrimento (anche) di natura dinamico-relazionale (oltre che di carattere ‘statico’) e – del ristoro di tale compromissione – tengono conto le tabelle meneghine. Ciò esse fanno attraverso i valori monetari ordinariamente estrapolabili dalle note matrici che ‘incrociano’ l’età della vittima con la sua percentuale di danno.

Il quid pluris contemplato dalle tabelle è invece riconoscibile – per gli Ermellini – solo in casi eccezionali e cioè laddove la vittima dimostri che il pregiudizio fisico ha ‘esondato’ in misura significativa su specifiche, peculiari, precipue aree dell’esistenza del soggetto; aree sottratte, proprio in virtù della loro extra-ordinarietà, alle cosiddette mansioni ‘ordinarie’ normalmente accessibili al quisve de populo.

Ci permettiamo di osservare come accogliere questa lettura significhi, né più né meno, cancellare con un tratto di penna la stessa possibilità di un aumento degli importi ottenibili con le tabelle di Milano. Infatti, come può agevolmente constatare qualsiasi avvocato o medico legale con una diretta esperienza delle fasi processuali, in particolare di quella istruttoria (e della mentalità ivi predominante tra i giudici di merito di ogni ordine e grado), è pressoché impossibile riuscire nella ‘probatio diabolica’ di dimostrare che un danneggiato ha subito una ‘peculiare’ o ‘straordinaria’ compromissione delle proprie componenti dinamico-relazionali.

Ogni attività extra-professionale, e perciò ricreativa e a-redittuale, viene sistematicamente sottovalutata, ridimensionata e, in definitiva,  ricondotta –  per una sorta di miopia masochistica incrementata dall’ossessione per il feticcio della cosiddetta ‘economia processuale’ –  nella grigia e indistinta nebulosa della ‘normalità’, della ‘quotidianità’, della ‘ordinarietà’. Insomma, per quanto ci si affanni a spiegare e illustrare le conseguenze della menomazione sulle attività del proprio cliente, quelle attività finiscono sempre nel ‘serbatoio’ dell’attore ‘qualunque’: azioni da uomo ‘medio’, che chiunque potrebbe compiere e che, quindi, non hanno mai quei caratteri sovra-ordinari in presenza dei quali i giudici di legittimità sono disposti a deliberare il sospirato aumento delle poste risarcitorie.

Andiamo sul pratico. Vai in montagna? Scali le vette? Fai wind-surf? Pratichi le danze latino americane? Sei un appassionato di disegno? Ti diletti con uno sport amatoriale? E allora? Cosa pretendi? Quale persona non lo fa, o non fa qualcosa di creativamente assimilabile? Il tuo ‘passatempo’ è senza difficoltà, e sistematicamente, accostabile a un altro analogo e annoverabile nella sterminata (e onnicomprensiva) categoria delle azioni in grado di gratificare un uomo o una donna e di rendere più piacevole la loro vita. In ogni caso, va tutto a finire nella ‘cesta’ del danno biologico, con buona pace di tanti bei discorsi – di tanti acclamati convegni – sui concetti di personalizzazione del risarcimento.

Altrimenti detto, a voler scrupolosamente applicare i criteri general-generici, ma selettivi oltremisura, della Cassazione,   nessun avvocato, nessun medico-legale, nessun giudice si imbatterà mai nelle fantomatiche attività dinamico-relazionali (di cui parla l’ordinanza in commento) connotate da una così intensa peculiarità o specificità. Tali, cioè, da meritare quella sorta di bonus consistente nel ristoro aggiuntivo contemplato dall’ultima colonna (tristemente famosa per quanto raramente è stata utilizzata) delle famose tabelle.

Forse, onde ottenere l’agognata applicazione della maggiorazione di cui trattasi, bisognerebbe spacciarsi per superman spericolati avvezzi ai tuffi in caduta libera, senza paracadute, da quattromila metri, magari  sponsorizzati dalla Sector no limits.  Ma non ne siamo così sicuri. È  probabile che – utilizzando la ‘bussola’ di cui alla pronuncia in commento – anche una pratica come quella in questione verrebbe derubricata al rango di passatempo dinamico-relazionale dignitoso tanto quanto qualsiasi altro. E quindi – come qualsiasi altro – non degno di risarcimento.

Avv. Francesco Carraro

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La Cassazione cassa gli esami strumentali

Merita un commento l’ordinanza della Corte di Cassazione depositata l’11 settembre 2018 e recante il numero 22.066 con la quale la Suprema Corte è tornata a prendere in considerazione il tema degli “esami strumentali” e il loro ruolo nell’ambito della valutazione delle cosiddette lesioni micro-permanenti. L’annoso dibattito sulla effettiva interpretazione da darsi all’articolo 32 comma 3 ter e comma 3 quater della legge 27 del 2012 ha impegnato, per oltre un quinquennio, sia la giurisprudenza di merito che quella di legittimità. A un certo punto, si era giunti a un chiarimento definitivo quando proprio gli Ermellini, con una serie di pronunce emesse in rapida successione, avevano definitivamente fatto piazza pulita dell’idea secondo cui i danni di lieve entità sarebbero risarcibili, nella loro dimensione permanente, solo allorquando siano riscontrati da un esame strumentale.

Tuttavia, nell’agosto del 2017 la cosiddetta “legge concorrenza” aveva apportato un’ulteriore modifica alle norme surrichiamate recependo, secondo taluni, un modello in controtendenza rispetto alle acquisizioni cui era in precedenza pervenuta la Corte di Cassazione. Infatti, in base a una delle letture date alla novella del 2017, quest’ultima consentirebbe sì la liquidazione di risarcimenti alle vittime dei micro danni anche in assenza di esami strumentali, ma solo quando si tratti di menomazioni ‘visivamente’ accertabili come nel caso delle cicatrici, e cioè dei danni estetici.

In questo contesto si situa l’ordinanza che andiamo a commentare la quale costituisce il culmine di un processo civile conclusosi, in secondo grado, con una sentenza del Tribunale di Avellino. Nel provvedimento del giudice campano, si legge che le microlesioni – onde poter essere risarcite – devono necessariamente essere rilevate (e quindi rivelate) da un accertamento clinico-strumentale inteso come referto diagnostico.

Orbene, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso contro la prefata sentenza ritenendolo fondato proprio nella parte in cui esso contesta l’affermazione secondo cui – ai fini dell’accertamento della invalidità permanente – sia sempre necessario un referto di diagnostica per immagini.

La Corte richiama i suoi precedenti (tra cui la pronuncia nr. 18.773 del 2016 e la sentenza nr. 1.272 del 2018) i quali già avevano affermato il principio per cui, in materia di risarcimento del danno micro permanente disciplinato dall’articolo 139 comma 2 del Nuovo Codice delle Assicurazioni (nel testo modificato dall’articolo 32 comma 3 della legge 27 del 2012), va interpretato nel senso che l’accertamento della sussistenza della lesione temporanea e permanente dell’integrità psicofisica deve avvenire con rigorosi ed oggettivi criteri medico-legali. Nondimeno, aggiungevano gli Ermellini, laddove si legge “accertamento clinico strumentale obiettivo” non si può tradurre nel senso che l’unico e imprescindibile  mezzo probatorio sia l’esame strumentale; salvo che ci si trovi in presenza di una patologia non facilmente appurabile sulla base della sola visita.

Pertanto, in ossequio al suindicato principio, il Collegio dichiara, con la pronuncia in commento, di voler dare continuità all’orientamento precedente. Il che significa che sarà sempre necessario un rigoroso accertamento medico-legale al fine di documentare l’esistenza di una lesione permanente; e tuttavia, tale lesione permanente non potrà essere negata solo per l’assenza di un referto strumentale per immagini e cioè sulla base di un (malinteso e irricevibile) automatismo che vincoli sempre e comunque il riconoscimento dell’invalidità a una verifica di carattere strumentale.

La Corte ha rinviato il giudizio al Tribunale a quo (dopo aver cassato la sentenza) affinché quest’ultimo accerti se l’invalidità permanente possa o meno, nel caso di specie, ritenersi comprovata sulla base di criteri oggettivi. Potremmo concludere dicendo che, una volta tanto, non l’hanno avuta vinta i poteri forti (i soliti noti, verrebbe da aggiungere) che si annidavano dietro il blitz operato dal Parlamento con  la legge concorrenza 2017.

Avv. Francesco Carraro

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Nesso di causa e perdita di chances in ambito di malpractice

Il Tribunale di Ferrara, con sentenza del 18.06.2018, ha affrontato un caso di responsabilità professionale medica alla luce della riforma Gelli-Bianco entrata in vigore nell’aprile dello scorso anno.

Per quanto concerne il profilo e la natura della responsabilità sanitaria, il giudice ferrarese ha rammentato come, proprio in base alla novella costituita dalla legge 24/2017,  le strutture sanitarie continuano a rispondere a titolo di responsabilità contrattuale dei danni provocati dal personale delle strutture (ex art. 1118  e 1228 del c.c.), mentre i sanitari rispondono a titolo di responsabilità extracontrattuale (e cioè ex art. 2043 c.c.) salvo che questi ultimi abbiano agito nell’adempimento di un obbligo direttamente assunto con il paziente.

Il tribunale, poi, ha ricordato la differenza, in termini di onus probandi, tra giudizio penale e giudizio civile: nel primo caso vale il criterio dell’accertamento oltre ogni ragionevole dubbio mentre nel secondo quello della preponderanza dell’evidenza, altrimenti definito del “più probabile che non”.

Quanto agli oneri, sul piano delle allegazioni e delle prove,  incombenti sulla parte attrice, essi sono sostanzialmente tre: 1) provare la sussistenza dell’obbligazione contrattuale; 2) provare la sussistenza di un deterioramento o di una compromissione definitiva della salute del paziente; 3) allegare la sussistenza di un inadempimento qualificato e cioè astrattamente idoneo a provocare il danno.

Il caso in questione riguardava una ritardata diagnosi che conduceva solo con grave ritardo alla individuazione di una neoplasia nel giunto retto-sigma (in stato avanzato) tale da portare poi al decesso del malato.

La tardiva diagnosi determinava, oltre all’aumento e alla diffusione della malattia, anche l’impossibilità, per il paziente, di sottoporsi al corretto iter terapeutico-chemioterapico con conseguente significativa riduzione delle chances di sopravvivenza e di guarigione. Altrimenti detto, secondo il CTU il corretto inquadramento diagnostico avrebbe consentito di trattare la malattia più precocemente mentre il soggetto si trovava in condizioni non compromesse e quindi più propizie a reagire positivamente ai trattamenti.

Il CTU concludeva per la perdita di chances di sopravvivenza intorno al 40 per cento. Insomma, il ritardo diagnostico non aveva determinato la morte del paziente ma aveva, piuttosto, influito sulla prognosi.

A questo punto, il giudice si rifà all’orientamento consolidato della giurisprudenza, secondo cui la perdita di chances di guarigione consiste non tanto nel venire meno della certezza o della probabilità di guarire, quanto piuttosto nella perdita della mera possibilità di guarire (ovvero di guarire con postumi minori rispetto a quelli effettivamente patiti).

La domanda di perdita chances costituisce una richiesta specifica che deve essere espressamente formulata e non può considerarsi inclusa di default nella generica richiesta di condanna avversaria al risarcimento di tutti i danni causati dalla morte del paziente. Secondo il Tribunale di Ferrara, tale richiesta deve considerarsi compresa nel petitum attoreo giacchè, nel caso specifico, il patrocinio degli attori aveva domandato il risarcimento di tutti i danni da “anticipato decesso”. In quel lemma (“anticipato”) deve reputarsi compresa anche la perdita di chances. Inoltre, nella narrativa del fatto, era stata allegata la circostanza che l’avanzato stato di malattia aveva comportato la necessità di una terapia chirurgica più aggressiva.

In definitiva, in cosa consiste il danno da perdita di chance di guarigione? Potremmo cosi definirlo,  prendendo in prestito le parole della sentenza in commento: quel danno che ricorre quando “non è possibile stabilire quale beneficio avrebbero potuto arrecare al paziente le cure omesse”  e che dà il diritto al paziente di essere risarcito per il solo fatto di aver perduto la possibilità (chance) di guarire o sopravvivere. Ciò che conta, quindi, non è la perdita del risultato (anche perché nessuno può dire se, con le cure omesse, il soggetto sarebbe guarito o sarebbe, per lo meno, vissuto per un lasso di tempo più lungo. Conta soltanto che il soggetto ha perduto quella possibilità, a prescindere dal grado di probabilità del verificarsi dell’esito più favorevole. Secondo la Cassazione, è però necessario che tale possibilità abbia i caratteri della apprezzabilità, della serietà e della consistenza. L’eventuale valore statistico percentuale ha solo una valenza orientativa rispetto alla irripetibile specificità di ogni singolo caso (Cass. 5641 del 9.3.18).

Dunque, i punti da considerare sono due e due sono anche gli step del ragionamento cui l’interprete è tenuto.

Prima bisogna chiedersi se sussiste il nesso causale, civilisticamente parlando, applicando il criterio della preponderanza dell’evidenza. Nel caso qui trattato, il nesso esiste perché l’errore medico ha comportato (più probabilmente che non) la perdita della (mera) possibilità di una vita più lunga.

Il secondo step riguarda proprio la liquidazione di questa “possibilità”. Concerne, pertanto, il profilo della causalità giuridica (rapporto tra evento e sue conseguenze dannose sul piano patrimoniale e non patrimoniale) e non invece la causalità materiale (rapporto tra condotta ed evento).

La liquidazione del danno da perdita di chances deve essere fatta in via equitativa, mercè il ricorso alle tabelle milanesi. Per il Tribunale di Ferrara, si deve operare come segue: si calcola il risarcimento che si sarebbe liquidato (all’attore) se egli fosse sopravvissuto con una invalidità del 100 per cento e poi lo si riduce in misura corrispondente alla percentuale di possibilità di sopravvivenza perduta; quindi, una volta ottenuta la somma pari a una invalidità del 100 per cento la si divide per il numero di anni della vittima e la si moltiplica per il numero di anni in cui si concreta la supposta possibilità di sopravvivenza.

Nel caso di specie, l’importo pari al 100 per cento corrispondeva ad euro 762.097,00, cifra che, divisa per il numero degli anni della vittima, restituiva una somma di euro 9.897,00 che, a sua volta, moltiplicata per il numero di anni quattro (proiezione della possibilità di sopravvivenza dell’attrice, considerata la sua anzianità, alla stregua dei dati sulla mortalità femminile rilevati dall’ISTAT) dava un importo di 39.588,00 euro. Su tale somma è stata calcolata la percentuale del 40 per cento di possibilità di sopravvivenza perduta. Ne discende che l’importo dovuto per la diminuzione della possibilità di sopravvivenza è risultato pari a euro 15.836,00.

È  stato, invece, negato il risarcimento da perdita di rapporto parentale perché non è emersa, in corso di causa, la prova della sussistenza di un nesso causale diretto tra l’omissione diagnostica e la morte. A nostro modesto avviso, ci sarebbe stato tuttavia lo spazio per riconoscere quantomeno il danno da compromissione, proprio in termini di chances,  del rapporto parentale. Infatti, i prossimi congiunti si sono visti privare della (seppur solo ‘mera’) possibilità di proseguire nella loro relazione con il parente poi deceduto. Non si vede, in altri termini, perché il concetto di chance debba valere per le vittime primarie e non per quelle secondarie.

Avv. Francesco Carraro

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Osservazioni sulla Giustizia

In data 05.07.2018, l’Osservatorio sulla giustizia civile del Tribunale di Milano ha pubblicato una integrazione alle nuove ‘tabelle’ per il calcolo del danno non patrimoniale  così come risultanti dalla recentissima edizione dell’aprile del corrente anno.

L’iniziativa si è resa necessaria per fugare alcuni seri dubbi insorti tra gli operatori del settore rispetto alle schede riepilogative dei valori del risarcimento spettanti ai prossimi congiunti di soggetti deceduti ovvero macro-lesi. In effetti, nelle precedenti edizioni, tali valori erano ricompresi all’interno di cosiddette ‘forbici’ oscillanti da una soglia più bassa a una soglia più elevata. O, per meglio dire – se l’italiano ha ancora un senso –  da un minimo a un massimo. In altri termini, tale pregevole strumento per la monetizzazione di un danno di natura eminentemente immateriale veniva, di prassi, interpretato da tutti i principali protagonisti del ramo risarcitorio (giudici, avvocati, patrocinatori e liquidatori) in un modo ben preciso: il soggetto danneggiato poteva ottenere un risarcimento ricompreso all’interno delle ‘forchette’ di cui sopra ma, in linea di principio, non inferiore alla soglia minima e non superiore alla soglia massima; salvo che tale esigenza non scaturisse dalle circostanze del caso concreto che dovevano comunque essere congruamente esposte dalla parte richiedente, in sede di trattativa, o congruamente motivate dal giudice, in caso di sentenza.

La grande novità della nuova edizione delle tabelle 2018 è che le colonne in cui sono inseriti i valori di riferimento non sono più contrassegnate con le preposizioni ‘da’ e ‘a’, bensì come ‘valore monetario medio’ e ‘aumento personalizzato (fino a max)’.

Ebbene, con la nota di cui al presente commento, l’Osservatorio precisa, che – a dispetto della lettura critica di tale modifica di molti commentatori –  non vi è mai stata alcuna intenzione (da parte dell’Osservatorio) di “modificare la tabella del risarcimento del danno da perdita–grave lesione del rapporto parentale”.

E già a tal proposito vi sarebbe di che eccepire. Se, infatti, non vi era alcuna intenzione di alterare i criteri previgenti, non si vede per quale motivo si sia cambiato il nomen deputato a designare le due ‘colonne d’Ercole’ perimetrali del valore risarcitorio (rispettivamente minimo e massimo) riconoscibile alle vittime.

In secundis, agli autori delle nuove tabelle è evidentemente sfuggito l’impatto potenzialmente rivoluzionario che la loro scelta grammaticale può comportare nell’ambito assai prosaico, ma non per questo meno importante, delle trattative stragiudiziali tra i difensori dei danneggiati e i responsabili delle compagnie di assicurazione. Se, infatti, in precedenza si consideravano come valori medi ordinariamente liquidabili quelli assestantisi nell’ambito di un range mediano (appunto) tra le cifre riportate nella prima e quelle riportate nella seconda colonna, oggi (stando alla inequivocabile rivoluzione lessicale patrocinata dall’Osservatorio) la prima colonna non sarà più vista come un punto di partenza sotto il quale non scendere ma, semmai, come  una linea di mezzo dalla quale è possibile tranquillamente discostarsi; al ribasso.

Peraltro, gli estensori del documento ‘chiarificatore’ del 5 luglio, precisano che è vero il contrario (rispetto a quanto testè affermato dallo scrivente); e cioè che la risalente interpretazione (volta a interpretare le ‘colonne’, di cui anzi si diceva, come i marcatori dei minimi e dei massimi) non deve reputarsi corrispondente al tenore della tabella e ai criteri che la ispirano.

Ne prendiamo rispettosamente atto, ma non possiamo condividere giacchè – dagli stessi lavori preparatori e dalle stesse relazioni introduttive alle tabelle di cui trattasi – si ricavava, in modo indubitabile, che la ratio di tale strumento era proprio quella di offrire a chi volesse applicarla uno ‘spread’ di valori ricompreso tra un minimo e un massimo.

Evidentemente, noi (e moltissimi altri), avevamo capito male, ma il fatto stesso che si sia resa necessaria questa sorta di interpretazione autentica delle tabelle da parte dei loro estensori dimostra come la  loro originaria formulazione non brillasse per chiarezza. Peraltro, un antico adagio insegnato nelle scuole di comunicazione recita che –  nel caso di fraintendimenti tra il soggetto comunicante e il soggetto ricevente –  la responsabilità del misunderstanding  compete, di regola, a colui che veicola il messaggio e non a colui che lo recepisce.

Anche a prescindere da ciò, non vi è chi non veda come la innovazione introdotta nell’aprile 2018 vada a tutto beneficio dei soggetti abitualmente tenuti a erogare i risarcimenti (assicuratori in testa) più che non a favore dei danneggiati destinatari delle eventuali liquidazioni.

In ogni caso, la nota integrativa del 5 luglio, se non altro, fa giustizia di ogni possibile dubbio modificando di nuovo i titoletti della prima colonna (che già erano stati rivisitati, rispetto alla loro originaria designazione, nell’aprile di quest’anno) come segue: da ‘valore monetario medio’ a ‘valore monetario base’. La stessa nota, inoltre, ribadisce l’inequivocabile monito contenuto nella relazione introduttiva alle tabelle 2018: “Non esiste un minimo garantito da liquidarsi in ogni caso”.

Che dire? Se si è fatta giustizia di ogni incertezza semantica, ci chiediamo se si sia fatta giustizia anche nel senso più alto e nobile del termine. Abbiamo seri dubbi in proposito.

Avv. Francesco Carraro

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Le condizioni di proponibilità dell’azione risarcitoria in Rc-auto

Una sentenza del Tribunale di Firenze dell’8 maggio 2018 ha affrontato il problema della condizione di proponibilità dell’azione di risarcimento danni, in ambito Rc-auto, prevista dall’articolo 145 del nuovo Codice delle Assicurazioni. Tale norma prescrive che l’azione risarcitoria possa essere proposta solo dopo che siano decorsi 90 ovvero 60 giorni (nel caso di soli danni materiali) dal momento in cui è stata inoltrata la lettera di intervento contenente i requisiti previsti dalla stessa  legge. Il primo comma si applica ai casi di azione diretta nei confronti della compagnia assicurativa del responsabile civile; il secondo comma, invece, ai casi di indennizzo diretto.

Ebbene, il primo comma stabilisce che la domanda con la quale il danneggiato chiede i danni alla compagnia assicurativa del responsabile civile può essere promossa solo dopo che sia stato chiesto il risarcimento per il tramite di una rituale missiva inviata “anche se per conoscenza” alla compagnia di assicurazione (e siano decorsi i relativi termini di spatium deliberandi). Il secondo comma, relativo alle situazioni di indennizzo  diretto, prevede che la lettera di intervento debba essere inoltrata all’impresa di assicurazione del veicolo del danneggiato, sempre con raccomandata con avviso di ricevimento, e “per conoscenza” all’impresa di assicurazione dell’altro veicolo coinvolto.

Il Tribunale di Firenze aderisce alla tesi secondo cui la locuzione “inviata per conoscenza” deve necessariamente intendersi nel senso che l’onere di avvisare la compagnia del veicolo del responsabile civile (nel caso di indennizzo diretto) è una condizione imprescindibile (cioè sine qua non) in difetto della quale l’azione risarcitoria, incardinata davanti alla autorità giudiziaria competente, deve reputarsi, a tutti gli effetti, improponibile.

La ragione che milita a favore di tale orientamento va rinvenuta nella ratio animante molte delle leggi licenziate dal legislatore negli ultimi anni (ivi comprese, appunto, le norme contenute nel nuovo Codice delle Assicurazioni): favorire il più possibile i meccanismi di definizione della controversia alternativi al processo. E ciò con il precipuo scopo di deflazionare una giustizia ingolfata da un eccesso di domande.

In questa prospettiva devono leggersi anche i succitati commi dell’articolo 145 testé menzionato. Essi hanno, in altre parole, la funzione elettiva di favorire per quanto possibile una  bonaria composizione della vertenza in via stragiudiziale. Quindi, avvertire le compagnie di assicurazione della propria intenzione di ottenere un risarcimento (mettendole nelle condizioni di esaminare il caso da tutti punti di vista indispensabili onde assumere una ragionata deliberazione) è fondamentale.

Se – nell’ambito dell’indennizzo diretto – non fosse obbligatorio inviare la lettera di intervento anche alla compagnia del responsabile civile, si priverebbe quest’ultima della possibilità di decidere di trattare direttamente la pratica con il danneggiato al fine di una auspicata  definizione transattiva. Ciò è talmente vero che lo stesso Codice delle Assicurazioni, all’articolo 149, comma sesto, contempla la possibilità – per l’impresa assicurativa del responsabile civile – di intervenire nel processo incardinato dal danneggiato contro la propria compagnia al fine di estromettere quest’ultima e assumere la gestione diretta del danno, sollevando così la consorella dall’onere di trattare direttamente il sinistro.

Per ottenere tale risultato, è imprescindibile che l’assicuratore del veicolo responsabile del sinistro sia messo nella concreta condizione  di valutare l’opportunità di intervenire nell’eventuale instaurando processo. Il che potrà accadere solo se la lettera di intervento gli sia stata previamente inoltrata.

Ora, se tale soluzione ermeneutica è accettabile con riferimento ai casi di indennizzo diretto, non lo è altrettanto per quanto concerne le ipotesi di azione diretta (vale a dire quelle situazioni in cui non ricorrano i requisiti per l’applicazione della disciplina di cui all’art. 149 del D. Lgs. 209/2005). E invece – del tutto inopinatamente – il Tribunale di Firenze suggerisce il contrario: che cioè il danneggiato debba inviare la lettera di intervento a tutte le compagnie interessate dal sinistro anche quando non ricorra un’ipotesi di indennizzo diretto. Il che è evidentemente errato: sia sul piano letterale, sia sul piano sistematico. Quanto al primo aspetto, è sufficiente una lettura financo superficiale del primo comma dell’art. 145 per capire che esso – nel parlare di lettera inviata “anche per conoscenza” alla compagnia di assicurazione – fa riferimento solo ed esclusivamente all’impresa assicurativa del responsabile (e quindi il lemma “anche” deve leggersi nel senso di lettera inviata all’assicuratore del responsabile civile in prima persona ovvero inviata al medesimo anche solo per conoscenza quando la missiva sia indirizzata in primis al soggetto responsabile del danno). Quanto, invece, all’aspetto sistematico, non vi è alcuna ragione per cui il danneggiato dovrebbe essere gravato dall’onere di spedire la fatidica missiva (completa in ogni sua parte) pure al proprio assicuratore laddove non si verta in ambito di procedura CARD. Infatti, l’assicuratore del danneggiato non è destinato a rivestire alcun ruolo nel “gioco” della trattativa se non ricorrano i presupposti di cui all’art. 149 C.d.A.

Avv. Francesco Carraro

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