L’inammissibilita’ dell’atto d’appello secondo le sezioni unite

In data 16.11.17, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno pronunciato una sentenza che affronta il tema della interpretazione dell’art. 342 del c.p.c. e, in particolare, della parte in cui la prefata norma impone che il corpo dell’atto introduttivo dell’atto di appello deve contenere, a pena di inammissibilità l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste nonché l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e la loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

In proposito, nell’ambito della giurisprudenza di merito, si sono sovrapposte negli ultimi anni correnti interpretative diverse, alcune più, altre meno rigorose. In particolare, secondo un filone di pensiero, l’atto d’appello – onde non patire l’effetto preclusivo costituito dalle “tagliole” di cui all’art. 342 c.p.c. – dovrebbe contenere (e quindi offrire all’attenzione del giudicante in secondo grado) un articolato “progetto risolutivo” della contesa che si proponga come una ragionata alternativa rispetto all’iter logico seguito dal giudice di prime cure.

Secondo un altro orientamento, l’atto introduttivo dell’appello deve contenere necessariamente due parti: una “volitiva” e una ”argomentativa” e quest’ultima deve essere idonea a contrastare le ragioni addotte dal giudice la cui pronuncia viene impugnata.

Ebbene, le Sezioni Unite sono intervenute per escludere quell’interpretazione dell’art. 342 secondo cui si dovrebbe gravare, addirittura, la parte appellante di un onere “diabolico”: quello di mettere nero su bianco una vera e propria sentenza alternativa rispetto alla pronuncia di primo grado criticata e impugnata. Non c’è dubbio che su parte appellante incomba l’obbligo di illuminare le zone d’ombra e le lacunose o zoppicanti affermazioni del giudice a quo: solo in questo modo, il soggetto che accede alla tutela di seconda istanza, metterà in condizioni il giudice ad quem di rendersi conto di quali siano i punti deboli (in quanto tali, censurabili e/o correggibili e/o sostituibili) del verdetto di primo grado. Questo approccio non deve, però, spingersi fino a una deriva ermeneutica estremista consistente nell’imporre all’appellante l’impiego di particolari formule rituali o persino vincolanti al fine dell’ammissibilità stessa dell’impugnazione.

In buona sostanza, non sono patrocinabili quelle “letture” dell’art. 342 che finiscono per tramutare il giudizio d’appello (che è e che deve restare un giudizio di merito) in una sorta di clone del ricorso per Cassazione. Ecco come la massima della sentenza in commento compendia il senso dell’importante arresto giurisprudenziale: “Gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. 22/06/2012 n. 83 art. 54, convertito con modifiche dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Resta tuttavia escluso, in considerazione della permanente natura di revisio prioris instantiae del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata, che l’atto di appello debba rivestire particolari forme sacramentali o che debba contenere la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado”.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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Repetita iuvant: sì al danno patrimoniale per la casalinga macrolesa

Una sentenza della Corte di Cassazione, la nr. 27850/17 depositata il 14.11.17, riporta alla ribalta una problematica con cui spesso si devono cimentare i patrocinatori delle vittime di casi di responsabilità civile connessa soprattutto (ma non necessariamente) alla circolazione dei veicoli o alla malpractice medico-legale. Ci riferiamo a quella peculiare dimensione della invalidità permanente di un soggetto leso che si declina non solo (o non tanto) sul piano della compromissione dell’integrità psicofisica (danno biologico), quanto piuttosto (o anche) sul piano della capacità del soggetto di attendere ad una determinata occupazione produttiva di reddito. Trattasi, in definitiva, del tema del danno patrimoniale da lucro cessante connesso ad una deminutio della validità psicofisica di un soggetto.

Nel caso che ci occupa, la vicenda si era conclusa con una sentenza della Corte d’Appello di Bologna la quale, pronunciandosi a sua volta sull’impugnazione di un “verdetto” del Tribunale di Ravenna, aveva riconosciuto all’attrice il diritto al risarcimento del danno patrimoniale per una invalidità permanente del 25%, ma aveva escluso qualsivoglia incidenza sul piano patrimoniale. E ciò sulla base dell’assunto che l’attrice medesima non aveva dato prova di svolgere un‘attività lavorativa generatrice di apprezzabili guadagni, ma si era limitata a dedurre la propria condizione di casalinga; nonché, conseguentemente, a lamentare un aggravio delle proprie energie “di riserva” nell’espletamento delle mansioni collegate alla quotidiana attività domestica.

La Suprema Corte ha censurato la pronuncia dei giudici felsinei affermando che la circostanza dello stato di sostanziale inoccupazione dell’attrice non autorizzava, per ciò stesso, ad escludere la sussistenza, in capo alla stessa, di un danno patrimoniale futuro.

In particolare, i giudici di legittimità hanno sottolineato come una invalidità grave (nella fattispecie, come anzidetto, il 25%) è tale da non permettere alla vittima di svolgere attività “confacenti alle sue attitudini e condizioni personali e ambientali”. Il che integra non solo un danno biologico, ma anche un danno patrimoniale qualificabile come danno da “perdita di chances” da tenere rigorosamente distinto rispetto a quello consistente nella compromissione della incapacità lavorativa specifica.

Infatti trattasi, piuttosto, di una riduzione della capacità lavorativa generica che necessariamente è destinata ad impattare – stante l’elevata percentuale di invalidità – anche sul piano squisitamente patrimoniale e, in modo particolare, sul reddito futuro della vittima.

In tali casi, i giudici dovranno senz’altro stimare il danno secondo criteri presuntivi allorquando possa ritenersi ragionevolmente probabile che, per l’avvenire, il danneggiato percepirà “un reddito inferiore a quello che avrebbe altrimenti conseguito in assenza dell’infortunio” (cfr. anche Cass. 14.11.13 n. 25634).

Più precisamente – evidenzia la Corte – non era corretto escludere il danno patrimoniale sol perché la parte istante, nel momento del sinistro, era inoccupata e non svolgeva una qualsivoglia attività (se non quella di casalinga) che fosse riconducibile al suo grado di preparazione scolastica e di abilitazione professionale (nel caso de quo, trattavasi di geometra in predicato di sostenere l’esame per l’iscrizione al relativo albo).

In conclusione, possiamo affermare che la prefata sentenza si inserisce in un (apprezzabile) contesto di evoluzione giurisprudenziale tendente a valorizzare sempre più l’aspetto patrimoniale del danno in un periodo storico in cui, invece (e purtroppo), il danno non patrimoniale subisce continue e ingiustificati “degradazioni”.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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Il danno non patrimoniale nelle micro può “sforare” il limite del quinto

Con una interessante pronuncia pubblicata poco prima dell’estate (la n. 755 del 08.05.2017), la Corte di Cassazione è intervenuta sul tema della applicabilità delle tabelle per la liquidazione dei danni micro-permanenti al settore della responsabilità professionale medica.

Come noto, le tabelle di legge sulle micro-permanenti codificate dall’art. 139 del decreto legislativo 209/2005 – e periodicamente aggiornate con decreto ministeriale – si applicano alla responsabilità civile automobilistica. Per le macro-lesioni (di entità superiore ai nove punti percentuali), invece, aspettiamo da anni della pubblicazione del fatidico regolamento attuativo con il quale il Governo dovrebbe introdurre, sul piano normativo, una matrice di calcolo unica e valida su tutto il territorio nazionale. Nell’attesa che questo avvenga, il legislatore ha avuto la bella pensata, nel 2012, di estendere l’applicazione delle tabelle di legge oltre che al ramo automobilistico anche a quello della malpractice medica e ciò è avvenuto con la cosiddetta “legge Balduzzi” (n. 189/12) successivamente confermata dalla legge 08.03.2017 n. 24 (cosiddetta “riforma Gelli”).

In buona sostanza, anche le lesioni arrecate da un errore sanitario debbono essere oggi liquidate in conformità alle tabelle di legge previste per la RC-auto. Si è trattato di uno dei tanti (e non certo dell’ultimo) cadeau elargiti dalla politica nazionale alla onnipotente lobby delle compagnie assicurative. Ma sorvoliamo e concentriamoci, invece, su uno degli interrogativi rimasti sul tappeto a seguito della riforma Balduzzi che può sintetizzarsi come segue: l’eventuale danno non patrimoniale di natura esistenziale subito dalla vittima di un caso di malasanità può essere “valorizzato” anche al di là dell’incremento ponderale tassativamente sancito dall’art. 139 del Nuovo Codice delle Assicurazioni in una percentuale pari al 20% (“un quinto” del danno complessivo, dice la norma)?

Nel caso di cui ci occupiamo, i giudici di legittimità si trovavano ad affrontare la vicenda di una madre di famiglia la quale si era sottoposta a un intervento estetico di mastoplastica e, all’esito dello stesso, aveva dovuto fare i conti con l’emersione di evidenti difetti connessi alla protesi installata al seno.

Gli ermellini hanno ritenuto che, nella fattispecie, vi fossero plurime incidenze sul piano esistenziale “considerando i risvolti conseguenti sull’attività ludico-sportiva-ricreativa e nei rapporti con il partner” nonostante l’esiguità del danno biologico stimato dal CTU in una percentuale pari al 5%.

Ebbene – per venire al nodo della questione – la Corte ha ritenuto non condivisibile la tesi secondo cui il decreto Balduzzi (estendendo l’applicazione delle tabelle relative ai micro-danni anche alla materia della RC-medica) abbia per ciò stesso “obbligato” i giudici a rispettare pedissequamente quel limite del 20% dettato dall’art. 139 al fine di un compiuto apprezzamento del danno biologico patito dalla vittima di un incidente. Come noto, la prefata norma contempla la possibilità di adeguare l’importo fisso e predeterminato del danno biologico (estrapolato dalle tabelle di legge) alla specifica situazione concreta del danneggiato. Tuttavia, tale aumento ponderale non copre quegli aspetti diversi e ulteriori (rispetto al danno biologico) che, pure, rientrano nell’alveo del danno non patrimoniale, come per l’appunto, i profili esistenziali della lesione.

La Corte di Cassazione così argomenta, in proposito, con riferimento alla cosiddetta “personalizzazione del danno” di cui all’art. 139: “Proprio perché è limitata a un 1/5 essa concerne esclusivamente il danno biologico in senso stretto, dovendo poi il giudice ulteriormente personalizzare il complessivo danno non patrimoniale in tutti i suoi aspetti”.

La corte richiama, a sostegno dei propri assunti, anche due precedenti quali una sentenza della Corte d’Appello di Torino del 05.10.09 e la pronuncia della Cassazione del 29.03.07, n. 7740.
A questo punto, sorge spontanea una domanda: per quale motivo il condivisibile ragionamento impiegato dagli Ermellini con riferimento all’ambito della malasanità non dovrebbe valere anche per il settore dell’Rc-auto?

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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La Corte di Cassazione fa il punto sul nesso causale in ambito di malasanità

Una sentenza della III Sezione della Corte di Cassazione –  Presidente Travaglino e relatore Scoditti, del 26.07.2017, n. 18.392 –  è intervenuta, con articolate argomentazioni, sul tema del nesso causale in materia di responsabilità professionale medica. Il pregio della pronuncia è quello di aver fatto chiarezza sui criteri di ripartizione dell’onus probandi in ambito di malpractice, il che non è circostanza da sottovalutare. Infatti, parliamo di una questione che sconta –  purtroppo a tutti i livelli – una buona dose di superficialità da parte di coloro che vi si accostano (sia in ambito forense che giudiziario). Un problema –  quest’ultimo –  tipico di tutti i grandi temi del diritto intorno ai quali si sia creato un consolidato indirizzo giurisprudenziale.  Il proverbiale “pacifico orientamento” finisce sovente per tramutarsi in un sedimentato alveo all’interno del quale scorrono, come sul letto di un fiume, “correnti” di pensiero infarcite di luoghi comuni, pregiudizi inveterati e anchilosate disabitudini (apprese) all’analisi critica.

Con precipuo riferimento al caso di specie, la Cassazione ha messo in rilievo la necessità di distinguere due “cicli causali” onde evitare fraintendimenti forieri di errate interpretazioni e decisioni fuorvianti. Il primo ciclo causale concerne il rapporto tra la condotta dei sanitari e l’evento dannoso. Il secondo ciclo causale attiene, invece, alla dimostrazione della impossibilità – da parte dei sanitari medesimi – di adempiere alla propria specifica mansione con il diligente contegno che dovrebbe connotarne l’operato.

Il primo ciclo causale –  sottolinea dice la Cassazione –  si colloca, per così dire, “a monte” della fattispecie concreta in ipotesi esaminata. Il secondo ciclo, al contrario, si colloca a “valle” della stessa.

Ebbene, quanto al primo, esso si concreta nella necessità di dimostrare (da parte dell’attore danneggiato) la sussistenza di un convincente nesso eziologico tra la condotta attiva o omissiva dei medici e il vulnus patito dal paziente.

Tanto per calare il concetto su un piano di concretezza, nel caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte si trattava di dimostrare il nesso tra l’operato dei medici e l’arresto cardiaco poi rivelatosi letale. A detta degli Ermellini, l’onere di provare tale collegamento grava sui creditori cioè su coloro (nella fattispecie in esame, gli eredi della vittima) che agiscono per chiedere il risarcimento del danno: “Il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto)”. Questo vale a rammentarci che l’abituale e tralatizia concezione – nota a tutti gli operatori del settore – secondo la quale, nei casi di malasanità, il danneggiato ha solo l’onere di provare l’esistenza del contratto e il deterioramento della situazione originaria, deve essere sempre integrata da un altro imprescindibile requisito. Ossia, l’attore è tenuto anche a dimostrare la sussistenza del nesso di causa tra la condotta attiva od omissiva dei sanitari e l’evento dannoso.

Per utilizzare una terminologia giuridica, ciò significa che chi intraprende il giudizio dovrà farsi carico di dimostrare non solo la causalità giuridica (e cioè il collegamento tra l’evento pregiudizievole e le sue conseguenze dannose sotto forma di danno patrimoniale e/o non patrimoniale), ma anche la causalità materiale (cioè il rapporto tra la condotta dei pretesi autori dell’illecito e il detrimento che la vittima pretende di veder accollare a costoro).

Nel caso de quo era rimasto “incognito” (sotto il profilo della causalità materiale) proprio il fattore d’innesco dell’arresto cardiaco. Quindi, osserva la Corte, i giudici di secondo grado hanno deciso correttamente di respingere la domanda. Infatti, la lacuna sul piano probatorio riguardava il primo dei cicli causali anzidetti e cioè quello relativo al rapporto tra condotta dei sanitari e verificarsi dell’evento. L’onere di dimostrare tale “ciclo causale” gravava sulle spalle degli attori che non sono evidentemente riusciti nell’intento.

Veniamo, a questo punto, all’altro dei cicli causali; esso entra in gioco solo in un secondo momento e cioè allorquando l’attore abbia assolto al proprio onere preliminare. Tale ciclo concerne la prova che i sanitari sono stati impossibilitati ad adempiere la propria prestazione per l’insorgenza di un elemento “imprevedibile ed inevitabile” che ha, di fatto, “reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)”. Tale ultimo ciclo pertiene in esclusiva ai medici e alla struttura sanitaria. In altre parole – laddove, al termine dell’istruttoria, l’attore abbia dimostrato il nesso tra la condotta dei medici e l’evento e il convenuto, per contro, non sia riuscito a portare la prova che la patologia è insorta per una causa imprevedibile e inevitabile idonea a rendere impossibile la corretta esecuzione dell’intervento –  le conseguenze, sul piano probatorio, ridonderanno a svantaggio di parte convenuta e non di parte attorea.

Quindi –  e sempre per tornare al fatto storico preso in esame dalla Cassazione con la pronuncia de quo – il fatto che i medici non abbiano dimostrato, nella circostanza, come si fosse determinato l’arresto cardiaco è stato (coerentemente con i presupposti teorici di cui sopra) ritenuto irrilevante. La convenuta ha vinto la causa perché gli attori non sono riusciti a farsi carico dell’onere che su di essi prioritariamente incombeva, sul piano probatorio: dimostrare che l’arresto cardiaco era riconducibile alla condotta dei sanitari. Se, e solo se, questa prova fosse stata fornita – e quindi se il primo ciclo causale fosse stato proficuamente “conchiuso” da parte degli attori –, soltanto allora i medici avrebbero potuto risultare soccombenti   per una eventuale carenza, da parte loro, rispetto al secondo ciclo causale; o, a dir meglio, per non aver portato una valida prova che l’arresto cardiaco era avvenuto per una ragione imponderabile e imprevedibile.

Nell’esaminare la sentenza in oggetto non possiamo esimerci dal rilevare come essa, a ben vedere, non sembri affatto rivoluzionaria nelle premesse. Infatti, i suoi estensori si sono limitati a ribadire i principii di corrente applicazione in tema di onus probandi in ambito civilistico e cioè quelli estrapolabili dagli artt. 40 e 41 del codice penale (riconducibili alla teoria della conditio sine qua non) temperati con l’altrettanto nota teoria della “causalità adeguata”.

Richiamiamoli per comodità del lettore.
Il principio della conditio sine qua non stabilisce che qualsiasi fattore cronologicamente antecedente ad un altro ne rappresenta la causa, o quantomeno la concausa, laddove sia possibile appurare – con un procedimento ex post di “ricostruzione” mentale –  che, in assenza del fattore antecedente, quello successivo (l’evento) non si sarebbe verificato.

Onde evitare degenerazioni distorsive di tale teoria, la stessa è stata opportunamente temperata dal concetto della “causalità adeguata” secondo il quale un fattore antecedente (anello di una catena di avvenimenti apparentemente consequenziali) può reputarsi causa di un altro solo a una condizione. Più precisamente, laddove ciò possa essere affermato secondo il criterio prudenziale dell’id quod plerumque accidit. E cioè in forza di un giudizio postumo che faccia apparire quale ragionevole e non, invece, del tutto implausibile, improbabile ed eccezionale l’evento medesimo rispetto alle “normali” prospettive e aspettative quali si presentavano, agli occhi del presunto colpevole, nel momento perfezionativo della di lui condotta attiva o omissiva.

Orbene, da questo punto di vista, potremmo addirittura affermare che la pronuncia de quo ha in qualche modo “alleggerito” l’onere della prova in capo agli attori danneggiati. Infatti, già prima dell’arresto in questione, essi erano tenuti a dimostrare il nesso causale tra la condotta dei sanitari e l’evento ai medesimi addebitato. E, proprio in ossequio ai principi testé richiamati dell’onere della prova in ambito civilistico, essi erano tenuti a dimostrare che la condotta dei medici era non solo un antecedente cronologico dell’evento, ma anche un antecedente logico e cioè non attribuibile ad un fattore imprevedibile; tale, insomma, da inficiare la sussistenza dei requisiti pretesi dalla surrichiamata teoria della causalità adeguata.

Ora, invece, alla luce della sentenza nr. 18392, sembra potersi affermare che vi sia stata una sorta di spaccatura sul piano degli oneri incombenti rispettivamente sull’attore e sul convenuto di una causa di malasanità. Come se all’attore spettasse solo l’onere di dimostrare che la condotta dei sanitari ha costituito un anello della catena di fattori adducenti all’esito infausto. Mentre sui convenuti graverebbe l’onere di dimostrare che l’infausto accadimento si situa sì, sul piano temporale, al termine di un’ordinata sequenza cronologica di atti, ma è, altresì, l’exitus dell’interferenza di un fattore estraneo (estintivo del diritto) tale da rendere impossibile la prestazione.

La pronuncia è meno convincente quando si sofferma sul criterio della “preponderanza dell’evidenza”, vale a dire sul principio noto come del “più probabile che non” notoriamente disciplinante l’onus probandi in ambito civilistico. A tal proposito, la Corte si limita a una petizione di principio, affermando cioè che non si deve fare “meccanico e semplicistico ricorso alla regola del cinquanta per cento plus unum”. Nulla da eccepire sul piano dei principii. Molto da eccepire, invece, sul piano delle conclusioni (negative per gli attori) che la Corte ne ha voluto trarre. Infatti, uno dei temi affrontati dai CTU, nel caso di specie, era stato quello della possibilità che un intervento di TURP potesse, o meno, evitare l’improvviso arresto cardiaco. I consulenti avevano concluso affermando che non vi erano “indicazioni certe che l’esecuzione di un intervento di TURP avrebbe evitato l’improvviso arresto cardiaco”. Non vi è chi non veda come questo fosse esattamente il crinale in grado di far pendere la bilancia del giudizio dalla parte degli attori. Era sufficiente interrogare i consulenti medesimi domandando loro se –  data ipoteticamente per effettuata l’esecuzione di un intervento Di TURP –  essa avrebbe potuto, con un grado di probabilità superiore al cinquanta per cento, evitare il decesso della vittima. Se la risposta a questa domanda fosse stata positiva l’accoglimento dell’altra domanda (quella di risarcimento) avrebbe dovuto costituirne – ci sia consentito il gioco di parole – una logica e doverosa conseguenza.Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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Malpractice medica tra problemi tecnici e ‘preponderanza dell’evidenza’

Capita sovente, nelle cause di responsabilità professionale medica, di doversi confrontare con la speciale “esenzione” contemplata dall’art. 2236 c.c.: “Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”.

Essa è compendiabile nei seguenti termini: sono casi implicanti la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà solo quelli che trascendono la preparazione media dell’operatore qualificato o quelli non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica.

Ebbene, la ‘salvezza’ di cui all’art. 2236 c.c. è da intendersi limitata alle ipotesi di imperizia e non ai casi di negligenza e/o imprudenza.

Consolidata giurisprudenza, infatti, insegna: “In tema di responsabilità del medico, la limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’art. 2236, comma 2, c.c. non ricorre con riferimento ai danni causati al paziente per negligenza o imprudenza, ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà trascendenti la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica, incombendo in tal caso al medico di fornirne la relativa prova” (Cassazione civile n. 2042/05; Corte Appello Roma 11/04/06; Cassazione civile n. 2335/01; Cassazione civile n. 5945/00);

Trattando un caso relativo alla distocia di spalla, la Suprema Corte ha stabilito un altro importante principio. Far dipendere la speciale difficoltà dall’alto tasso di esiti negativi della distocia è errato, poiché ciò implicherebbe prendere in considerazione – anziché i mezzi e i metodi attuati dal professionista – l’eventuale e incerto risultato. Vale a dire, un indice (del tutto indeterminato) che non ha nulla a che fare con il concetto di cui trattasi.

La giurisprudenza di legittimità, come anzidetto, ha da tempo individuato in cosa consista la speciale difficoltà dei problemi tecnici, riscontrandola laddove il caso non sia stato in precedenza adeguatamente studiato o sperimentato o quando, nella scienza medica, siano stati discussi sistemi diagnostici, terapeutici e di tecnica chirurgica diversi e incompatibili tra loro. In presenza di pronunce di merito non conformi a tale indirizzo, i giudici di legittimità non hanno mancato di censurarne i contenuti in quanto le soluzioni accolte mostravano al riguardo un’obbiettiva deficienza di criterio logico nella formazione del convincimento incorrendo quindi nel vizio di motivazione (Cassazione civile n. 10297/04).

Con specifico riguardo al tema paradigmatico della distocia di spalla e al fatto che essa non possa considerarsi un caso involgente la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà vedasi anche la sentenza n. 378/12 del Tribunale di Desio, sezione distaccata del Tribunale di Monza, in cui il Giudice lombardo rilevava: “Nel caso di specie, poi, proprio sulla base di quanto argomentato dal CTU, risulta altresì inapplicabile la limitazione di responsabilità del professionista alle ipotesi di dolo o colpa grave come prevista di cui all’art. 2236, comma 2, c.c. Anche sotto tale profilo l’orientamento giurisprudenziale è oramai univoco: in tema di responsabilità del medico, la limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’art. 2236, comma 2, c.c. non ricorre con riferimento ai danni causati al paziente per negligenza o imprudenza, ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà trascendenti la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla medica, incombendo in tal caso al medico di fornirne la relativa prova (Cassazione civile n. 2042/05). Inoltre, qualora venga invocata detta limitazione di responsabilità dal sanitario, incombe al medesimo la prova che la prestazione offerta era di particolare difficoltà. Pare evidente che la complicanza insorta, temuta ma ampiamente studiata e conosciuta, in relazione alla quale sono noti i fattori di rischio e sono suggerite specifiche manovre da porre in essere per risolverla, non possa configurarsi quale “problema tecnico di speciale difficoltà”, né in tal senso è stata offerta alcuna prova da parte convenuta”.

Ciò, si badi bene, indipendentemente dai dati sulla frequenza di tale complicanza, la cui capacità di risoluzione deve necessariamente far parte del bagaglio scientifico richiesto sia ad un ostetrico che ad un medico specializzato ginecologo.

Pertanto, le eventuali contrarie conclusioni – rispetto all’orientamento testé riassunto – cui dovesse pervenire un giudice sarebbero in palese violazione dei principi giurisprudenziali ormai consolidati relativi alla ripartizione dell’onere della prova ex art. 1218 e 2697 c.c. in materia di responsabilità professionale medica nonché del pedissequo corollario costituito dal principio della ‘preponderanza dell’evidenza’.

Come noto, infatti, secondo un indirizzo ormai pacifico, tra il paziente e il medico dipendente si instaura un contratto da “contatto sociale”, il cui inadempimento è sottoposto al regime di cui all’art. 1218 c.c. (Cassazione civile, Sezioni Unite, 11.01.08 n. 577). In ossequio, pertanto, alle norme che disciplinano l’inadempimento contrattuale, ne consegue un’inversione dell’onere della prova a carico del sanitario alla luce del disposto di cui all’art. 1218 c.c. per cui al paziente spetta di allegare l’inesattezza dell’inadempimento, ma non certo la colpa.

In altri termini, spetta ai sanitari dimostrare che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa ai medesimi non imputabile e quindi, in buona sostanza, la loro assenza di colpa. La responsabilità dei sanitari andrà, poi, valutata con riferimento alla diligenza professionale di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. (cfr. anche Tribunale Milano, 22.04.09 n. 5322; cfr. anche Cassazione civile n. 10741/09; Cassazione civile n. 10285/09).

Qualora la struttura sanitaria non fornisca la prova della sussistenza di un evento straordinario e imprevedibile atto a giustificare il danno, la sua responsabilità è inconfutabile: “In tema di onere della prova nelle controversie di responsabilità professionale, questa Corte ha più volte enunciato il principio secondo cui quando l’intervento da cui è derivato il danno non è di difficile esecuzione, la dimostrazione da parte del paziente dell’aggravamento della sua situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie è idonea a fondare una presunzione semplice in ordine all’inadeguata o negligente prestazione” (cfr. Cassazione civile n. 3492/02; Tribunale Milano, 01.04.05, n. 3670).

Né può diversamente opinarsi invocando il principio della “preponderanza dell’evidenza” secondo cui: “I principi generali che regolano la causalità materiale (o di fatto) sono anche in materia civile quelli delineati dagli artt. 40 e 41 c.p. e dalla regolarità causale; ciò che differenzia l’accertamento causale in sede penale e in sede civile è la regola probatoria, valendo per il primo il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, mentre, nel secondo, vale il principio della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non” (cfr. ex multis Cassazione civile n. 768/2016; Cassazione civile, Sezioni Unite n. 576/2008).

In virtù del principio surrichiamato, un evento è da ritenersi causato da un dato comportamento quando il suo verificarsi, per effetto di quel comportamento, sia più probabile che non il suo contrario (Cassazione civile, Sez. III, 11 febbraio 2014 n. 3010): “Il regime probatorio applicabile in tema di accertamento del nesso causale in materia civile è governato dalla regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’. Ne consegue, quanto alla ripartizione dell’onere probatorio, che l’attore, ossia il paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o contatto sociale) e l’insorgenza o aggravamento della patologia, allegando altresì l’inadempimento del medico che sia in astratto idoneo a provocare il danno lamentato. Sarà poi il medico a dover dimostrare l’insussistenza di tale inadempimento o la sua irrilevanza eziologica” (Cassazione civile Sezioni Unite n. 576/2008; ex plurimis Cassazione civile, Sez. III, 20 febbraio 2015, n. 3390; Cassazione civile n. 8989/2015).

Ergo, il giudice civile potrà affermare l’esistenza del nesso causale tra illecito e danno “anche soltanto sulla base di una prova che lo renda probabile, a nulla rilevando che tale prova non sia idonea a garantire una assoluta certezza al di là di ogni ragionevole dubbio” (Cassazione civile, sent. 22 ottobre 2013 n. 23933).

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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La ‘resurrezione’ del danno morale

Ormai da quasi dieci anni si dibatte, in giurisprudenza e in dottrina, circa l’esistenza – sul piano delle idee platoniche più che non su quello empirico della realtà fattuale – del ‘danno biologico’ e del ‘danno morale’ intesi quali entità concettualmente distinte tra loro nonché degne e meritevoli, ciascuna, di una specifica e precipua connotazione e, quindi, di un separato ristoro.

A tal proposito, nel lessico giuridico, si è soliti ricorrere all’avverbio ‘ontologicamente’ che è di derivazione ellenica laddove con la parola ‘ontologia’ (di etimologia greca antica e afferente al concetto di ‘essenza’ dell’essere) si fa riferimento, per l’appunto, alla essenza/esistenza di una cosa come separata, distinta, autonoma rispetto a tutte le altre.

Taluni potrebbero, forse non a torto, derubricare tale controversia alla stregua di un ozioso passatempo assimilabile a quello proverbiale che, nella filosofia scolastica, impegnava i dotti in assidue dispute intorno al sesso degli angeli.

In effetti, a far data dalle arcinote sentenze di San Martino, è stato tutto un susseguirsi di contributi dottrinali e arresti giurisprudenziali volti a raccomandarci di evitare indebite sovrapposizioni tra voci di danno che ‘ontologicamente’ non erano distinguibili l’una dall’altra perché assorbite nella medesima sovra-categoria onnicomprensiva del danno non patrimoniale.

Insomma, e altrimenti detto, la sofferenza morale e il cosiddetto pregiudizio biologico rappresentavano – secondo tale diffusa corrente di pensiero – nient’altro che due voci appartenenti a un’unica entità categoriale qualificata, per l’appunto, come ‘danno non patrimoniale’. Ove poi qualcuno avesse gradito esercitarsi o addirittura dilettarsi – ci ammonivano i nuovi dotti due punto zero – a sezionare tale univoca voce con fini meramente descrittivi, poteva farlo, purché non scordasse che l’unitaria categoria del danno non patrimoniale era letteralmente ‘atomica’, cioè non scomponibile in ulteriori sottocategorie.

Ma il vento è cambiato.
Infatti, con una sentenza depositata il 13/10/17, la nr. 24.075/17, la Corte di Cassazione sembra, a tutti gli effetti, prendere le distanze dal summenzionato orientamento. Nell’occasione, i giudici di legittimità sono stati chiamati a esprimersi su una pronuncia della Corte d’Appello di Perugia che aveva negato la risarcibilità del ‘danno morale soggettivo’. I giudici umbri, in buona sostanza, avevano confermato la decisione di primo grado del Tribunale con la quale era stato riconosciuto alla vittima di un sinistro il solo pregiudizio biologico. E ciò proprio sulla base della ritenuta non autonoma liquidabilità di quella sofferenza psichica transeunte in cui si traduce, in definitiva, il danno morale.

Bene. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso censurando a chiare lettere la tesi secondo cui il danno morale non è più ‘autonomamente’ valutabile e risarcibile. Un tale convincimento, secondo gli Ermellini, confligge con i principi affermati, in pregresse occasioni, proprio dalla Suprema Corte. Nel richiamarsi ad essi, il Collegio scrive expressis verbis che – al di fuori dell’ambito applicativo delle lesioni micro-permanenti di cui all’art. 139 del D. Lgs. 209/05 – “il danno morale costituisce una voce di pregiudizio non patrimoniale ricollegabile alla violazione di un interesse costituzionalmente tutelato, da tenere distinta dal danno biologico e da quello afferente gli aspetti dinamico relazionali della persona. Pertanto, il danno morale va risarcito autonomamente, ove provato, senza che ciò comporti alcuna duplicazione risarcitoria”.

Trattasi, a tutti gli effetti e senza esagerazioni, di un epocale sdoganamento, se non proprio sul piano sostanziale, quantomeno su quello lessicale e concettuale.
È come se la Corte di Cassazione avesse ‘resuscitato’ il compianto ‘danno morale’ dopo che, per due lustri, ne era stato dato per certo il decesso e ne erano state celebrate le esequie.

Secondo la Corte, non solo si può utilizzare il termine danno per qualificare la sofferenza soggettiva transeunte, ma anzi tale impiego è “concettualmente, ancor prima che giuridicamente, legittimato dalla circostanza che lo stesso legislatore ne ha fatto uso in taluni recenti interventi normativi (D.p.r. 03.03.09 n. 37 e d.p.r. 30/10/09 n. 181)”.

Si badi bene: la Corte non ci sta dicendo che bisogna cambiare il senso delle storiche pronunce gemelle del 2008; sta, piuttosto, stigmatizzando tutti coloro che hanno reiteratamente officiato i funerali del ‘danno morale’ inteso come categoria ontologicamente distinta da quella del danno biologico.

Un conto, infatti, è sostenere che la species del danno morale rientra – alla pari del biologico e dell’esistenziale – nell’alveo di quell’ampio genus designato come ‘danno non patrimoniale’; un altro conto è sostenere che il danno morale non esiste più in quanto tale: questa affermazione è, secondo la sentenza in commento, fuorviante se non addirittura errata tout court.

L’insidia che i giudici devono, in ogni caso, evitare è la deprecata duplicazione di risarcimento rispetto a danni che possano, nella concretezza della procedura di aestimatio compiuta dallo stesso giudicante, configurarsi come sovrapponibili quando non persino identici. Ma se tale rischio non c’è, se cioè si discorre di due categorie ontologicamente diverse (che liberazione poterlo dire!) quali il danno morale e il danno biologico, allora i pregiudizi rientranti rispettivamente nell’una e nell’altra andranno risarciti entrambi. Infatti, laddove dimostrati, il ristoro di ambedue non potrebbe dar luogo ad alcuna forma di indebita locupletazione stante la loro irriducibile e non ricusabile diversità.

Ne consegue che l’unica avvertenza, cui sarà tenuto il giudice di merito in sede deliberante, sarà quella di evitare la liquidazione della componente della sofferenza soggettiva attraverso l’applicazione di un automatismo. Tale sarebbe, ad esempio, la entificazione del danno morale in una misura corrispondente a una quota parte proporzionale del valore del danno biologico. Qualora, però, il giudice eviti di incorrere in un simile abbaglio e allorquando rammenti il dovere di giustificare e motivare la propria decisione, egli potrà senz’altro dar corso al risarcimento del danno morale purché abbia cura di render conto del criterio di personalizzazione adottato nel caso concreto

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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La Cassazione torna sul danno da perdita della vita

Con sentenza nr. 22451 del 27.09.17, la Cassazione Civile è tornata a occuparsi delle voci di danno afferenti alla parte terminale della vita di un soggetto incorso in un grave sinistro stradale. Una buona occasione – per i giudici di legittimità – di fare il punto su una delicata e controversia materia. E ciò a distanza di due anni dalla pubblicazione della nota sentenza delle Sezioni Unite nr. 15350 del 22.07.15 con la quale le stesse SS.UU. avevano escluso definitivamente dal novero dei danni non patrimoniali risarcibili quelli consistenti nella “perdita della vita”.

Nel caso affrontato dagli Ermellini, con la pronuncia del mese scorso, i ricorrenti (eredi nonché prossimi congiunti della vittima di un incidente dall’esito infausto) si dolevano del fatto che la Corte d’Appello avesse rigettato la richiesta di risarcimento del danno psico-fisico (patito dalla vittima primaria) nelle more tra l’impatto, rivelatosi poi letale, e il successivo decesso.

Secondo la ricostruzione operata dalla Corte, con la sentenza in commento – che a sua volta si rifà ai “paletti” fissati dalla pronuncia delle S.U. del 2015 –, i danni non patrimoniali, nel caso di morte non immediata, possono essere ricondotti a tre categorie, due delle quali meritevoli di accoglimento laddove adeguatamente comprovate in sede istruttoria: 1) danno biologico cosiddetto “terminale”; 2) danno morale cosiddetto “catastrofale”; 3) danno tanatologico da perdita del “bene vita”.

Il terzo tipo di pregiudizio è stato definitivamente espunto dall’ambito di quelli passibili di ristoro proprio dalla pronuncia delle Sezioni Unite di cui sopra. La motivazione di tale esclusione è nota: se il decesso si verifica nell’immediatezza dell’accadimento lesivo, non ci può essere risarcimento iure hereditatis per la elementare ragione, logica prima che giuridica, della fisica mancanza di un soggetto dotato di capacità giuridica il quale sia, per ciò stesso, idoneo ad attrarre nel proprio “patrimonio” un qualsivoglia diritto (compreso come quello al risarcimento per la privazione della di lui esistenza in vita).

Trattasi di un paradosso da cui nemmeno le menti più avvedute e le penne più lucide della nostra dottrina e giurisprudenza sono riuscite a districarsi e la cui ratio può essere ben compendiata dal celeberrimo aforisma del filosofo Epicuro: non temete la morte perché – se c’è la morte – non ci siete voi e – e se ci siete voi – non c’è la morte. Dal quale monito filosofico discende l’ovvio corollario giuridico per cui – se viene meno la persona fisica – non c’è neppure un soggetto giudico in grado di “consolidare” su di sé, e poi trasmettere, il diritto al risarcimento per una brutale privazione della vita.

Quanto alla prima delle tipologie di danno suindicate, trattasi come anzidetto, del danno biologico “terminale”: esso si concreta nei postumi, necessariamente non permanenti, che il corpo della vittima ha patito dall’attimo dell’impatto a quello del decesso; siamo al cospetto, in tal caso, di un danno-conseguenza ristorabile solo se vi sia stato un “apprezzabile lasso di tempo” tra l’incidente stesso e il trapasso (lasso di tempo che la giurisprudenza ravvisa anche in un arco cronologico di poche ore).

Veniamo, per concludere, al danno morale catastrofale che – come rivela l’aggettivazione – consiste nella condizione di estrema sofferenza e angoscia (morale e spirituale) che un essere umano sperimenta nell’approssimarsi – con la lucida consapevolezza della incombente consumazione del dramma – all’exitus della propria biografia personale. In questo caso, sarà decisiva la dimostrazione non tanto (o solo) del decorso di un bastevole lasso di tempo tra il sinistro e il decesso, quanto piuttosto un’altra prova: quella della sopravvivenza del soggetto in uno stato di coscienza di sé; sufficiente, quantomeno, per avere il medesimo piena contezza della sua irrimediabile malasorte e della precipitazione non reversibile degli eventi verso la loro consumazione finale.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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Il responsabile civile è litisconsorte necessario anche nell’indennizzo diretto

Evidentemente c’è ancora qualcosa da dire in materia di indennizzo diretto se, a distanza di oltre un decennio dall’entrata in vigore del D. Lgs. 209/2005, la Cassazione è costretta a tornare ad occuparsi di una disciplina che avrebbe dovuto apportare significativi benefici a tutti gli operatori del settore e che, invece, si è rivelata molto meno rivoluzionaria di quanto le incendiarie parole dei loro promotori facessero, all’epoca, intendere.

Il caso di cui si è occupata la Corte, nella vicenda conclusasi con la sentenza che qui commentiamo, concerneva una società che aveva agito (in base a una regolare cessione del credito) per il ristoro dei danni materiali patiti da un suo cliente. Essa aveva evocato in giudizio avanti al Giudice di Pace di Ostia l’assicurazione dei veicolo danneggiato giusta quanto previsto dall’art. 149 del nuovo Codice delle Ass.ni in materia di indennizzo diretto.

La sentenza di I grado venne poi impugnata avanti al Tribunale di Roma che la annullò e dispose il rinvio al Giudice di Pace ex art. 354 c.p.c. per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti di un litisconsorte necessario individuato nel responsabile civile del danno, ossia nella persona del conducente del veicolo tamponante.

La Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sul seguente quesito: nell’ambito del cosiddetto ‘risarcimento diretto’, l’attore danneggiato – che citi in giudizio la propria compagnia di ass.ne ex art. 149 D.Lgs. 209/05 – è obbligato a estendere la propria domanda anche nei confronti del responsabile civile del danno?

Per risolvere il dilemma, la Corte richiama la prassi invalsa nella vigenza della legge 990/1969 che prevedeva, secondo l’interpretazione della uniforme giurisprudenza di legittimità, l’onere, per l’attore, di citare, insieme all’assicurazione del mezzo danneggiato, anche il responsabile civile identificato con il proprietario del medesimo mezzo. Un tanto era espressamente previsto dall’art. 23 della citata legge e costituiva una eccezione al principio della facoltatività del litisconsorzio in materia di obbligazioni solidali.
Tale eccezione era giustificata dalla finalità di rafforzare la posizione processuale dell’assicuratore convenuto in giudizio che avrebbe così potuto ‘contraddire’ con il titolare del rapporto assicurativo, anche in vista di una eventuale azione di rivalsa ex art. 18 della legge 990.

Con l’entrata in vigore del nuovo Codice delle Ass.ni, è stata introdotta anche la norma dell’art. 149 (una assoluta novità rispetto al sistema precedente) in virtù della quale il danneggiato – ricorrendone i presupposti (scontro tra due veicoli comportante danni materiali, ovvero danni fisici micro-permanenti, ai conducenti dei mezzi) – può agire in via giudiziale contro la propria assicurazione anziché contro quella del responsabile.

Orbene, secondo gli Ermellini, l’art. 149 contempla un’azione che non ha la sua scaturigine nel contratto assicurativo, ma semmai nella legge. Questo significa che la posizione giuridica del danneggiato trova comunque giustificazione nell’illecito costituito dal sinistro mentre la sostituzione dell’assicurazione del responsabile con quella del danneggiato ha una mera funzione ‘semplificatoria’ del sistema basata su una sorta di accollo ex lege dell’univoco obbligo che transita dalle ‘spalle’ dell’impresa di assicurazione del responsabile a quelle dell’impresa di assicurazione del danneggiato, salve le successive opportune compensazioni. Tuttavia, evidenzia la Corte, non c’è motivo di ritenere che il sistema introdotto dal D.Lgs. 209/2005 sia diverso rispetto a quello precedente. Anzi, esso può definirsi, a tutti gli effetti, identico, sol che si consideri quanto segue: l’art. 144, comma 3 (disciplinante l’azione diretta verso l’assicuratore del responsabile) prevede l’obbligo, in capo alla vittima del sinistro, di convenire in giudizio anche il responsabile del medesimo identificato nel proprietario del mezzo. Nel contempo, l’art. 149, comma 6 (disciplinante il risarcimento diretto) conferisce al danneggiato la medesima azione regolamentata dall’art. 144 attribuendo altresì, all’assicuratore del responsabile, la facoltà di intervenire in giudizio e di estromettere l’impresa assicuratrice del danneggiato.

Non solo: l’azione di cui all’art. 144 è connotata da tre requisiti fondamentali: l’inopponibilità delle eccezioni contrattuali da parte dell’assicuratore nei confronti del danneggiato, il limite del massimale e il litisconsorzio necessario. Non si vede, pertanto, per quale ragione, nel caso dell’indennizzo diretto, debbano trovare applicazione solo i primi due requisiti testé menzionati (come pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza) e non anche l’ultimo.

Se poi consideriamo, a mente di quanto asserito dalla Consulta con la sentenza nr. 180/2009, che la procedura di indennizzo diretto non costituisce una deminutio in termini di tutela, ma semmai un rinforzo a disposizione del danneggiato e che l’assicuratore del danneggiato “non fa altro che liquidare il danno per conto dell’assicurazione del danneggiante”, allora la soluzione patrocinata dalla Cassazione, con la sentenza in commento, assume vieppiù contorni di razionalità e buonsenso.

La Corte si chiede anche se tale soluzione possa avere effetti negativi sulla procedura, nel senso di renderla più farraginosa e complessa. Tale probabilità, da non escludersi, è ampliamente compensata, secondo i giudici di legittimità, da un vantaggio: quello di evitare che il danneggiante responsabile possa sostenere l’inopponibilità, nei propri confronti, dell’accertamento giudiziale intervenuto in un processo in cui egli non era stato parte.

Ci sia consentita una chiosa: nella parte conclusiva della pronuncia de quo, la Corte di Cassazione afferma il principio della sussistenza di un litisconsorzio necessario nei confronti del danneggiante responsabile senza specificare se con tale dicitura (“danneggiante responsabile”) debba intendersi il proprietario e il conducente della vettura convenuta. Per contro, nelle premesse di fatto della medesima sentenza, si legge chiaramente che il Tribunale di Roma (la cui pronuncia era stata, appunto, impugnata davanti alla Corte) aveva individuato tale soggetto nella persona del conducente. Questo significherebbe che il nuovo orientamento avvallato dalla Cassazione individua il litisconsorte necessario, nelle ipotesi di indennizzo diretto, non più (solo) nella persona del proprietario quanto piuttosto (e soprattutto) in quella del conducente.
Questa sarebbe un’autentica novità rispetto all’orientamento precedentemente consolidatosi, nella vigenza della legge 990/69, in cui litisconsorte necessario era considerato solo ed esclusivamente il proprietario della vettura responsabile.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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La rivoluzione dei giudici di pace

Su iniziativa del Ministro della Giustizia Orlando, il 31 luglio 2017 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, n. 177 il decreto legislativo 13 luglio 2017, n. 116 in materia di riforma della magistratura onoraria.

A partire dall’entrata in vigore della riforma – fissato al 2021 – i giudici di pace potranno essere abilitati a occuparsi di giudizi relativi a sinistri stradali gravi nonché a infortuni non connessi alla circolazione stradale di valore cospicuo (entro la soglia di 50.000,00 euro); pensiamo alle cadute causate da insidie stradali o a qualsiasi altra azione connessa alla responsabilità civile di un soggetto. In questo modo, molte macro-lesioni potranno essere decise proprio dalla magistratura onoraria.

Ma andiamo con ordine: l’articolo 9 disciplina la nuova categoria dei “giudici onorari di pace”. Essi sostituiranno la figura del giudice di pace ed eserciteranno, presso l’ufficio del giudice di pace, la giurisdizione in materia civile e penale e la funzione conciliativa in materia civile secondo le disposizioni dei codici di procedura civile e penale e delle leggi speciali.

L’articolo 27 estende la competenza per valore sulle cause che hanno per oggetto beni mobili (che passa da 5 mila a 30 mila euro) e su quelle concernenti il risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli o di natanti (da 20 mila a 50 mila).

I giudici onorari di pace sono, inoltre, assegnati alla struttura organizzativa denominata “ufficio per il processo” – costituita ex lege 27 dicembre 2012, n. 221 – presso il tribunale del circondario nel cui territorio ha sede l’ufficio del giudice di pace al quale sono addetti.

I giudici professionali, con riferimento a ciascun procedimento civile e al fine di assicurarne la ragionevole durata, potranno delegare al giudice onorario di pace, attività e compiti connessi anche a procedimenti nei quali il tribunale giudica in composizione collegiale, purché non di particolare complessità, ivi compresa l’assunzione dei testimoni, il compimento dei tentativi di conciliazione, i provvedimenti di liquidazione dei compensi degli ausiliari e i provvedimenti che risolvono questioni semplici e ripetitive.

Di più: I nuovi giudici potranno vedersi assegnata la trattazione di procedimenti civili e penali, di competenza del tribunale ordinario. Ecco cosa significa: i magistrati “di carriera”, inseriti cioè nell’ordinamento giudiziario, avranno la possibilità di delegare le loro funzioni in specifiche materie ai giudici onorari di pace. Questi ultimi coadiuveranno i giudici “professionali” e si occuperanno di tutti gli atti preparatori utili per l’esercizio della funzione giurisdizionale da parte del giudice professionale, provvedendo, in particolare, allo studio dei fascicoli, all’approfondimento giurisprudenziale e dottrinale ed alla predisposizione delle minute dei provvedimenti.

Ai giudici onorari di pace potrà essere demandata la pronuncia di decisioni su cause relative a beni mobili di valore non superiore ad euro 50.000, nonché relativi al pagamento, a qualsiasi titolo, di somme di denaro non eccedenti il medesimo valore, ma soprattutto essi potranno, sempre su delega del giudice professionale, dirimere contese relative a cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, purché il valore della controversia non superi euro 100.000.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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Vaccini, indennizzi e risarcimenti

La recente e furibonda polemica scoppiata a proposito della introduzione delle vaccinazioni obbligatore (per un numero di vaccini ben superiore rispetto a quello precedentemente contemplato nel nostro ordinamento, da 4 a 10, operato dalla legge di conversione del decreto Lorenzin del 07.06.17) impone alcune considerazioni destinate, inevitabilmente, a incrociare anche la materia del risarcimento del danno.

Il decreto e la legge di cui sopra sono palesemente incostituzionali per violazione di almeno quattro articoli della nostra carta fondamentale: 1) l’art. 3 violato sia per quanto riguarda il principio di uguaglianza (vedasi la disparità di trattamento, nella compressione del diritto di accesso alle agenzie educative, tra scuola materna e scuola elementare) sia sotto il profilo del principio di ragionevolezza del dettato normativo; 3) l’art. 32, secondo comma attraverso il vulnus alla libertà di scelta arrecato tramite l’imposizione di un trattamento sanitario obbligatorio senza alcun rispetto dell’incomprimibile diritto della persona umana a scegliere le proprie cure; 3) l’art. 77, secondo comma, che consente all’esecutivo di licenziare decreti con forza di legge nei soli casi di “straordinaria necessità e urgenza” del tutto assenti nella fattispecie (in mancanza di epidemie e in presenza di una normativa che già rappresentava il top a livello europeo sia sotto il profilo del numero di vaccinazione imposte sia sotto quello della obbligatorietà); 4) l’art. 81, terzo comma, della Costituzione il quale grava il legislatore dell’onere di indicare le coperture finanziarie previste per ogni riforma.

È soprattutto quest’ultimo punto che merita un’attenta riflessione; infatti, proprio per i casi in cui il nostro parlamento ha inteso introdurre obblighi vaccinali motivati dalla necessità di tutela della salute pubblica, è stata emanata una norma (la legge 210 del 1992 e le successive integrazioni) con la quale si prevede che lo Stato debba mettere a disposizione un’equa indennità (al di fuori delle previsioni risarcitorie di cui all’part. 2043 c.c.) per l’ipotesi in cui i soggetti sottopostisi a vaccinazioni obbligatorie abbiano a riportarne delle conseguenze dannose e irreparabili.

Questa legge fa ovviamente piazza pulita della leggenda metropolitana propalata dai feticisti delle vaccinazioni secondo la quale il vaccino sarebbe sempre, comunque e totalmente inoffensivo per chi lo riceve. L’affermazione è talmente falsa (un fake, come usa dire oggidì) che – da oltre un quarto di secolo – lo Stato italiano ha regolamentato proprio i diritti di coloro che dai vaccini siano stati danneggiati. Parliamo, dunque, di una consapevolezza maturata sia dalla comunità scientifica sia dal sistema politico in un periodo storico in cui non esistevano la rete, i social, e le tante vituperate fake news.

A prescindere da questa notazione di cronaca, ciò che più importa è la ratio della legge 210/92 che va rinvenuta nella consapevolezza del legislatore di dover adeguatamente controbilanciare ogni compromissione del diritto del singolo alla propria autodeterminazione compiuto (come nel caso delle vaccinazioni obbligatore) in nome di una superiore esigenza di tutela sociale e in ossequio a quello spirito solidaristico che dovrebbe connotare i rapporti tra i cittadini singoli e l’intera comunità civica in cui essi si trovano inseriti.

Altrimenti detto: io Stato, da un lato ti obbligo a sottoporti a un trattamento sanitario per il bene di tutti, ma dall’altro mi faccio carico delle conseguenze nocive (talvolta esiziali) che tu dovessi riportare per effetto della mia decisione legittima di limitare la tua sfera di autonomia e la tua libera scelta.

La legge 210/92 prevede lo stanziamento di coperture annuali per far fronte alle liquidazioni di natura indennitaria a beneficio dei soggetti colpiti dalla inopinata, ma possibile e scientificamente nota e studiata, sovra-reazione dell’organismo umano all’inoculato vaccino.

È del tutto evidente che le regole e i diritti introdotti con la surrichiamata legge varranno anche per tutti i bambini che dovessero, per ipotesi, riportare lesioni dalla nuova campagna coatta di vaccinazione massiva introdotta dal ministro Lorenzin.

Senonché, la legge in questione non prevede nessuna copertura ulteriore rispetto a quella di 30 milioni di euro annui stabiliti in illo tempore dalla legge n. 229/2005 (e calibrata su quattro vaccini obbligatori, non su diecie!). Da qui il profilo di incostituzionalità. Ma procediamo oltre: quali scenari si aprono a beneficio dei bambini che avessero malauguratamente a riportare dei danni dalle nuove coperture vaccinali? Da un lato, essi potranno beneficiare degli indennizzi preveduti dalla legge 210/92. Tali “indennizzi”, lo dice la parola, non costituiscono dei risarcimenti, ma delle somme senza funzione risarcitoria messe a disposizione dallo Stato (a prescindere da ogni valutazione di colpevolezza, in presenza del solo accertato nesso causale tra vaccino e lesione). La somma in questione potrà e dovrà essere richiesta attraverso l’iter procedurale contemplato dalla legge che prevede la sottoposizione del caso al giudizio valutativo di commissioni mediche ad hoc.

Il fatto che un soggetto abbia ricevuto l’indennizzo inibisce il suo diritto a ottenere anche l’integrale “risarcimento” del danno patito? Secondo la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, assolutamente no.

Diritto all’indennizzo e diritto al risarcimento possono tranquillamente coesistere, di talché i genitori di un minore danneggiato dai vaccini obbligatori potranno sia avanzare la richiesta di cui alla legge 210/92 sia promuovere un’azione risarcitoria nei confronti della struttura sanitaria e/o del Ministero della Salute per ottenere l’integrale risarcimento del danno biologico patito. In quest’ultimo caso, si aprirà un contenzioso in cui il rapporto tra le parti sarà disciplinato dalle regole in materia di stime e quantificazione del danno, prescrizione, onere della prova previste per il settore della cosiddetta malpractice medica.

In particolare, con precipuo riferimento al termine prescrizionale, la Corte di Cassazione, con sentenza nr. 19965/13, ha statuito (con riferimento all’ipotesi di infezione da trasfusione, ma il principio vale anche per le vaccinazioni) che “la responsabilità del Ministero della Salute per i danni conseguenti a infezioni da virus (HBV – HIV – e HCV) contratta da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale né solo ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime)”.
Altro principio cardine ormai acquisito è quello secondo cui la prescrizione decorre non dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno ma dal momento in cui “tale malattia viene percepita o può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche“.

Ciò significa che tale momento non potrà che coincidere con la acquisizione, da parte dei genitori del bambino danneggiato, di una relazione medico legale che confermi i loro timori. Possiamo concludere dicendo che la legge imposta, con furia liberticida, agi italiani nell’estate 2017 potrebbe avere conseguenze, anche di natura patrimoniale per le casse pubbliche, di cui neppure i promotori del controverso provvedimento sospettano la portata.

Avv. Francesco Carraro – www.avvocatocarraro.it

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