La guida in stato di ebbrezza e il sinistro stradale

Una sentenza della Cassazione penale del 19.10.2018, la n. 47.750, si è pronunciata sul dibattuto tema della nozione di ‘incidente stradale’ in ambito penale con precipuo riferimento all’art. 186 comma 2 bis del Codice della Strada.

Cogliamo l’occasione per rammentare che l’azione penale è contemplata dall’art. 186 comma secondo lett. b) e c). La lettera a), invece, contempla esclusivamente sanzioni amministrative per il responsabile. Il comma 2 bis dell’art.186 C.d.s., infine, prevede l’aggravante ad effetto speciale ricorrente allorquando si verifica un incidente stradale. Se un conducente, di cui siasi accertata strumentalmente l’ebbrezza, provoca un sinistro, le sanzioni di cui al comma 2 (compresa la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida) sono raddoppiate ed è disposto il fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea all’illecito. Inoltre, per il caso in cui venga accertato un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l la patente di guida è sempre revocata.

Come appena evidenziato, il legislatore ha previsto una aggravante nell’ipotesi in cui il reo abbia provocato un incidente. Il quesito che ci si è ripetutamente posti, nelle aule di giustizia e anche a livello di dottrina, concerne la corretta lettura del concetto veicolato dalla prefata norma. Altrimenti detto: provocare un incidente significa essere fattivamente implicati nella genesi eziologica dello stesso ovvero anche solo esserne, anche involontariamente, coinvolti?

In giurisprudenza, sul punto si è creata una divergenza di orientamenti. Per un primo filone ‘provocare un incidente’ significa che è stato accertato il coefficiente causale della condotta rispetto al sinistro, non essendo sufficiente il mero coinvolgimento del soggetto (Sez. 4, n. 33760 del 17.5.17,  Sez. 4, n. 37743 del 28.5.13). Secondo altre pronunce, invece, non è necessario l’accertamento del nesso eziologico tra l’incidente e la condotta del supposto responsabile, ma il semplice collegamento  materiale tra il sinistro e lo stato di alterazione del guidatore, al quale sia imputabile – proprio per effetto dell’ebbrezza riscontrata – una diminuita capacità di compiere  manovre diversive (Sez. 4, n. 54991 del 24.10.17).

Ebbene, la conclusione a cui giunge la pronuncia in commento sposa sostanzialmente la linea interpretativa più “letterale” e, a parere di chi scrive, anche giusta.

Provocare un incidente significa fornire un contributo causale determinante (anche se in termini di mera concorsualità) nella produzione dell’evento.

Quindi, potrà essere oggetto di una sanzione penale aggravata solo il conducente di un veicolo il quale, trovandosi in stato di ebbrezza, abbia determinato con il proprio comportamento colposo l’incedente automobilistico, ovvero abbia contribuito a determinarlo insieme all’azione congiunta di altri soggetti coinvolti nell’occorso lesivo.

Sarebbe del tutto iniquo applicare un appesantimento delle conseguenze sanzionatorie di carattere penale o amministrativo a danno di un utente della strada il quale, se pur in condizioni di ebbrezza, abbia finito per essere coinvolto, ma senza fornire alcun contributo sotto il profilo eziologico, in un sinistro causato da terzi e rispetto al quale egli non aveva nessuna responsabilità quantomeno rispetto all’elemento oggettivo dell’illecito.

Nel caso di specie, affrontato dagli Ermellini, in particolare, l’imputato è stato considerato colpevole e meritevole dell’aggravante non perché, da ebbro, sia rimasto coinvolto in un incidente ma perché tale incidente ha trovato, quanto meno in parte, la sua scaturigine genetica nella manifesta e accertata incapacità del guidatore di evitare l’evento.

Avv. Francesco Carraro

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La prescrizione del risarcimento dei prossimi congiunti di un macroleso

Una interessante ordinanza della Corte di Cassazione del 28 ottobre 2018, la nr. 26.958, ha affrontato un tema di sicuro interesse per tutti coloro che si occupano di responsabilità civile automobilistica. Ci riferiamo alla prescrizione che, come noto, sconta quanto previsto da una ben precisa norma del codice civile (l’articolo 2947) contemplante – per il diritto al ristoro dei danni in ambito Rc-auto –  un periodo di due anni dall’accadimento del fatto.

Tuttavia, il terzo comma dello stesso articolo specifica che, nel caso in cui il fatto costituisca un reato per il quale la legge penale prevede una prescrizione più lunga, quest’ultima si applica anche alla sfera civilistica dell’illecito con precipuo riferimento al piano del ristoro dei pregiudizi.

In materia, si era giunti a un punto di caduta condiviso: i danni materiali si prescrivono in due anni, mentre i danni fisici si prescrivono nel più lungo termine costituito dalla prescrizione del reato di lesioni colpose che era di cinque anni ed è oggi, per effetto della legge ex Cirielli, di sei anni.  Rimanevano, peraltro, ulteriori questioni da affrontare. Un primo problema sul tappeto era quello della applicabilità della più lunga prescrizione a prescindere dalla presentazione della querela da parte del danneggiato, oppure no. Dopo qualche tentennamento, la Suprema Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha chiarito che – onde beneficiare del più lungo termine previsto dal diritto penale – il danneggiato di un sinistro stradale (il quale abbia riportato, nel medesimo occorso, lesioni fisiche) può pretendere l’applicazione della più lunga prescrizione stabilita dal codice penale (per la fattispecie criminosa) anche se non ha presentato querela nel termine previsto dalla legge. Però, è quanto meno necessario che la vittima, in sede processuale, abbia chiesto al giudice civile – a fronte dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla compagnia di assicurazione del responsabile civile –  di accertare, incidenter tantum, la sussistenza del reato di lesioni colpose; e ciò  proprio al fine di beneficiare della prescrizione più lunga.

L’altro aspetto che è stato dibattuto davanti alle corti di merito concerneva la possibilità di estendere il termine di prescrizione più lungo, stabilito per il diritto al risarcimento di danni fisici, anche ai danni materiali patiti nel medesimo sinistro. A tal proposito, la Suprema Corte afferma che la più lunga prescrizione è applicabile anche ai danni materiali solo quando il titolare del diritto al ristoro di tale pregiudizio e il titolare del diritto al risarcimento per lesioni coincidano; nel senso che si tratta della stessa persona la quale sia, per ipotesi, oltre che proprietaria del veicolo anche conducente del medesimo.

Veniamo ora all’ordinanza in commento che costituisce l’esito di una vicenda processuale iniziata davanti al Giudice di Pace di Civitavecchia, proseguita innanzi al Tribunale della stessa città e approdata agli scranni della Corte di Cassazione anche per dirimere il seguente dubbio: se il diritto al risarcimento di un soggetto diverso rispetto alla vittima primaria del reato di lesioni colpose, possa beneficiare della prescrizione più lunga prevista per il reato medesimo.

Ebbene, la Corte di Cassazione ha statuito nel senso che la prescrizione più lunga può essere applicata non solo alla vittima diretta del reato di lesioni colpose, ma anche a soggetti terzi (non direttamente lesi in prima persona dall’illecito penale de quo) perché la pretesa di questi ultimi origina da un fatto storico che rappresenta il presupposto prodromico alla richiesta di ristoro avanzata dagli stessi terzi.

Il principio è stato compendiato dalla Cassazione come segue: “In tema di prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da reato, il più lungo termine previsto dall’articolo 2947 comma tre è applicabile indistintamente a tutti possibili soggetti attivi della pretesa risarcitoria e quindi sia in caso di domanda proposta della vittima diretta o indiretta del reato sia nell’ipotesi di richiesta proveniente da persone che, pur avendo risentito un danno in conseguenza del fatto reato, non siano titolari dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice”.

L’esempio fatto dagli Ermellini riguarda l’ipotesi in cui un’amministrazione pubblica aveva chiesto il rimborso degli emolumenti inutilmente versati a un proprio dipendente per  il periodo di assenza conseguente alla malattia determinata da un sinistro stradale.

Bene, la  Cassazione ha ritenuto che, in casi siffatti, debba applicarsi (anche alle pretese del datore di lavoro) il termine più lungo contemplato per le lesioni colpose patite dal lavoratore in quanto il diritto origina dal medesimo accadimento. È vero che la pronuncia di cui ci occupiamo fa riferimento, in modo esplicito, al caso in cui il terzo soggetto faccia valere danni di natura patrimoniale. Pensate,  per esempio, ai genitori di un minore i quali chiedano il rimborso delle spese mediche sostenute per curare e assistere il figlio infortunato oppure, appunto, alla fattispecie della rivalsa del datore di lavoro.

Nondimeno, ci permettiamo di osservare che l’interesse della sentenza in commento concerne anche un’altra situazione su cui spesso si interrogano gli operatori del settore: in che termine si prescrive il diritto del risarcimento del danno non patrimoniale dei prossimi congiunti di un soggetto macro leso?

Nonostante, in siffatte ipotesi, si verta in materia di danno non patrimoniale (e non invece in materia di danno patrimoniale, come bella vicenda decisa dall’ordinanza in argomento) dobbiamo necessariamente concludere che le conseguenze, sul piano giuridico, logico ed ermeneutico, non possono che essere identiche. Infatti, i principii enunciati dalla Corte di Cassazione debbono evidentemente valere sia per il risarcimento del danno patrimoniale di un terzo soggetto non direttamente attinto dal  reato di lesioni colpose sia per il risarcimento del danno non patrimoniale (quindi, di natura morale ed esistenziale o addirittura biologica) vantato dai parenti stretti della vittima primaria.

Avv. Francesco Carraro

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La malpractice e la deresponsabilizzazione dei pazienti

La Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza nr. 69 del 13.01.18 , ha affrontato la questione del consenso informato con precipuo riferimento al rapporto intercorrente tra un dentista e la di lui paziente la quale si era sottoposta a una serie di cure odontoiatriche consistenti nella rimozione di alcuni elementi dentari e nella loro sostituzione  con idonei sussidi protesici.

La sentenza del Tribunale di Vasto, in primo grado, aveva riconosciuto  la responsabilità del medico curante sulla base dell’assunto che il medesimo non avesse fornito una adeguata informazione alla paziente in ordine a tutte quelle cautele di carattere igienico che, applicate all’apparato orale della cliente, avrebbero evitato le conseguenze pregiudizievoli poi verificatesi. In altri termini, il medico era stato ritenuto responsabile e condannato per non avere dimostrato la prestazione di un regolare consenso informato da parte dell’attrice danneggiata. Il che potrebbe apparire paradossale se si considera che il consenso, nel caso di specie, concerneva una ordinaria abitudine afferente alla cura quotidiana della propria persona considerabile alla stregua di un fatto notorio.

È  arduo, infatti, poter credere che vi siano individui la cui ignoranza si spinge fino al punto di non avere cortezza neppure di quelle minime norme di igiene orale (dall’utilizzo degli spazzolini e del dentifricio all’impiego dei colluttori normalmente in commercio) finalizzate alla “manutenzione dell’apparato masticatorio”.

Non a caso il CTU medico-legale incaricato dal giudice di prime cure aveva avuto modo di evidenziare che –  pur mancando nella cartella clinica la menzione della somministrazione di un adeguato consenso  informato – doveva ritenersi che il ruolo dell’igiene orale rientrasse nei “percorsi verbali”, nella banale precettistica  da ambulatorio per così dire, usualmente praticati in uno studio odontoiatrico e non necessariamente riportati, proprio per la loro “scontata” utilità, nel diario delle prestazioni rese.

Eppure la Corte d’Appello ha confermato le ragioni della paziente convalidando la sentenza di condanna del risarcimento del danno patrimoniale in ossequio ad una corretta applicazione dei principi dell’onus probandi vigenti in ambito di malpractice secondo i quali: “ai fini del riparto dell’onere probatorio, l’attore – paziente danneggiato –  deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato etiologicamente rilevante”.

La pecca inescusabile del medico, nella fattispecie, è consistita nel non aver redatto in maniera scrupolosa, puntuale e diligente la cartella clinica, omettendo di esplicitare nel modulo di consenso, pur sottoscritto dalla cliente, le informazioni relative non già e non solo all’ordinaria pulizia dei denti con lo spazzolino e il filo interdentale (precauzioni non bisognose di particolari esplicazioni stante la loro universale notorietà), ma anche all’utilizzo di peculiari presidi meccanici (quali lo spazzolino elettrico e l’idropulsore orale) e chimici (quali i colluttori e i gel antibiotici).

Il medico convenuto non ha dimostrato –  quindi non ha supplito attraverso mezzi istruttori succedanei rispetto alla mera esibizione del modulo prestampato del consenso – di aver informato la paziente della dirimente importanza di sottoporsi ogni giorno a lavaggi e ad abluzioni effettati  con l’ausilio di opportuni strumenti, vieppiù indispensabili attesa la scarsa propensione della donna alla igiene orale.

In conclusione, possiamo impiegare la pronuncia in commento come un utile promemoria per tutti coloro i quali si trovino coinvolti in un caso di malpractice da una parte o dall’altra della barricata: il consenso informato non solo deve essere dimostrato mercè la produzione in giudizio di un atto scritto, in ossequio a quanto previsto dalla più recente giurisprudenza di legittimità in materia, ma deve anche concretarsi in una pluralità articolata e comprensibile di spiegazioni dettagliate in ordine a tutti i passaggi della prestazione sanitaria e a tutte le possibili controindicazioni nonché a tutte le necessarie cautele idonee a minimizzare i rischi connessi all’intervento e i danni collaterali del medesimo.

Non nascondiamo che una tale impostazione, pur condivisibile nella sua ratio di fondo, rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio laddove non declinato cum grano salis sul piano pratico, così da tradursi in una ‘burocratizzazione paranoica’ degli adempimenti al rispetto dei quali un medico deve essere ragionevolmente tenuto. E così da trattare il paziente alla stregua di un minus quam bisognoso anche di informazioni offensive per la sua intelligenza. Seguendo questa strada, sul piano ermeneutico (della giurisprudenza e della dottrina) e metodologico (della prassi clinica), non riteniamo si faccia né l’interesse della classe medica né quello dei pazienti.

Avv. Francesco Carraro

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La lettera di intervento inviata ‘per conoscenza’ basta e avanza

L’incubo degli avvocati specializzati in responsabilità civile automobilistica è, da sempre, la cosiddetta “lettera di intervento” ossia la diffida con la quale si intima a una compagnia di assicurazione il risarcimento del danno patito dalla vittima di un incidente stradale. Infatti, il mancato rispetto del termine perentorio di sessanta o novanta giorni (decorrente dall’inoltro di tale comunicazione) comporta l’effetto nefasto della pronuncia di una sentenza di rigetto della domanda in limine litis; proprio per irrimediabile carenza di un requisito di proponibilità della domanda.

Il problema si poneva già nel vigore della legge 990 del 1969, ma è stato vieppiù aggravato dalle riforme successive: se, in illo tempore, era sufficiente inviare una raccomandata di contenuto generico, per effetto delle integrazioni normative susseguenti il soggetto danneggiato e il suo procuratore sono stati gravati di un onere ben più articolato e complesso; esso si concreta nel dovere di predisporre, e inoltrare, tale missiva rispettando tutta una serie di requisiti contenutistici e formali, in mancanza dei quali il termine di cui sopra non può dirsi rispettato. Con tutte le conseguenti preclusioni succitate.

La situazione si è fatta ancor più delicata, per le vittime di incidenti, per effetto dell’introduzione del regime del cosiddetto risarcimento diretto.  In caso di danni materiali o di danni fisici micro-permanenti scaturiti dallo scontro tra due veicoli assicurati, l’avente diritto deve (rectius, può) rivolgere le proprie pretese in via giudiziaria – anzichè alla compagnia del mezzo avversario – all’impresa di assicurazione che garantisce il proprio veicolo. In tal caso, secondo il combinato disposto degli articoli 144, 145, 149 del decreto legislativo 209/2005, la diffida deve essere inviata a entrambe le compagnie.

Ora, come spesso accade quando le pastoie burocratiche diventano la regola anzichè l’eccezione, si sono fatte strada, nelle aule di giustizia, delle perverse interpretazioni di taglio squisitamente formalistico secondo le quali basterebbe una sia pur minima (e del tutto innocua) deviazione dal binario procedurale stabilito dalle norme testè citate per incappare nella tagliola di una sentenza di inammissibilità.

Un esempio su tutti: si è sostenuto, da taluni, che la raccomandata sia pour compiutamente redatta nel pieno rispetto di tutti i requisiti imposti dalla legge sarebbe inidonea al suo scopo nel caso venisse inviata alla compagnia avversaria solo “per conoscenza”.

Capite bene che stiamo parlando di una esegesi distorsiva, degna del peggiore azzeccagarbugli, rispetto alla  ratio innervante gli articoli di legge di cui trattasi.

Per fortuna, è intervenuta la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza nr. 24.548 del 05.10.18,  con la quale è stata cassata una sentenza del Tribunale di Torino con l’enunciazione del seguente principio: “Una lettera inviata ‘per conoscenza’ è sufficiente a mettere in moto il meccanismo che poi consente al danneggiato di intraprendere l’azione giudiziaria contro l’una o l’altra impresa di assicurazione. I due commi dell’art. 145 D.lgs. 209/2005 rendono chiaro il disegno del legislatore: chi opta per il risarcimento diretto in sede stragiudiziale, deve informare anche l’impresa debitrice con la lettera raccomandata; ma se rivelatasi infruttuosa la trattativa, la vittima decide di convenire in giudizio l’assicuratore del responsabile, quella lettera che gli era stata inviata per conoscenza sarà sufficiente a rendere proponibile la domanda”.
Vi state chiedendo se era necessario scomodare il più altro organo giurisdizionale di cui dispone il nostro ordinamento processuale per enunciare una ovvietà come quella di cui alla enunciata massima? Non siete i soli.

Tuttavia dobbiamo farcene una ragione. In un periodo storico in cui pochissimi hanno da obiettare – di fronte ad autentiche mostruosità giuridiche avvallate in un clima di sopita rassegnazione –  è normale che l’ovvio diventi il terreno di sofisticate dispute sul sesso degli angeli. Proprio come nel medioevo insigni dottori di scolastica si accapigliavano sulla questione degli universali, dividendosi tra nominalisti e realisti.

Verrebbe da aggiungere, dinanzi al declino palese della qualità del dibattito delle scienze giuridiche: mala tempora currunt. Ma non è colpa del diritto e dei suoi cultori. Tali discipline, e chi le divulga, non fanno che riflettere il declino generalizzato (una autentica medievalizzazione di ritorno) cui assistiamo, in ogni settore del vivere, nei tempi che corrono.

Francesco Carraro

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Un po’ di chiarezza, vi prego, sulle infezioni nosocomiali

Parliamo di infezioni nosocomiali e l’occasione ci è offerta da una sentenza del Tribunale di Roma del 27.9.2018, con la quale il giudice capitolino si è soffermato su una delle piaghe più diffuse in ambito di malpractice sanitaria. Ci riferiamo, per l’appunto, al tema delle infezioni ospedaliere che costituiscono uno dei più paradossali risvolti di quel ‘buco nero’ del sistema sanitario nazionale che risponde al nome di malasanità. Nonostante possa sembrare assurdo, l’ospedale è uno dei luoghi in cui è più facile e frequente contrarre patologie per effetto dell’attacco di germi e batteri.

Ciò accade sia perché la popolazione di un nosocomio è costituita, per la gran parte, da soggetti (i pazienti) il cui organismo è già debilitato, a volte pesantemente, da un pregresso stato morboso sia perché gli ambienti ospedalieri pullulano di agenti patogeni multi-resistenti. Ci riferiamo a virus e batteri forieri di una formidabile capacità di rendersi inattingibili alle contromisure di carattere profilattico ed antibiotico.
Il pregio della sentenza in commento consiste nell’aver correttamente applicato, alla questione delle infezioni nosocomiali, un principio cardine dell’onus probandi in ambito di RC-medica.

Più in particolare, il Tribunale romano ha rammentato come la presunzione di responsabilità di natura contrattuale (sussistente a carico delle strutture sanitarie e normativamente ‘consacrata’ dalla legge Gelli-Bianco del 2017) comporta che – di fronte a una conclamata infezione – l’azienda ospedaliera deve essere ritenuta responsabile salvo che dimostri la ricorrenza, nella fattispecie, di quell’evento di carattere straordinario ed eccezionale in grado di superare la presunzione di colpa di cui all’art. 1218 del c.c.

Ovviamente, tale prova non può consistere solo nella dimostrazione di avere somministrato al paziente misure di carattere profilattico coerenti con le linee guida e i protocolli più accreditati. È anche, e soprattutto, necessario che l’azienda convenuta in giudizio dimostri di aver posto in essere tutti quei presidi connessi con una adeguata sanificazione ambientale propedeutica a minimizzare, se non azzerare del tutto, i rischi di contagio.

Teniamo presente che la contrazione di un agente infettivo è una delle complicanze maggiormente prevedibili, benchè non facilmente prevenibili, nell’espletamento del servizio di assistenza ospedaliera. Sarà dunque ben difficile che la struttura sanitaria riesca a fornire la probatio diabolica di cui trattasi. Il che non deve essere letto come un accanimento ingiustificato nei confronti del sistema sanitario quanto piuttosto come un invito alla massima sollecitudine e diligenza nell’approntare le elementari accortezze in grado di salvaguardare la salute, o addirittura di salvare la vita, di migliaia di persone.

Spesso, in consimili casi, giudici e medici legali dimenticano un aspetto dirimente, concentrandosi solo sulla somministrazione antibiotica e non sulle condizioni generali dell’ambiente in cui l’intervento è avvenuto: anche ammesso che la profilassi pre e post-operatoria sul paziente sia stata positivamente effettuata (il che non esclude comunque in toto il rischio di infezioni), le convenute strutture sanitarie devono sempre – se non prima di tutto – dimostrare di aver fatto tutto quanto competeva loro onde garantire la salubrità e l’igienizzazione dei luoghi, sia prima che durante che dopo l’intervento. Laddove questa prova manchi – e siano stati invece soddisfatti gli oneri probatori incombenti sull’attore – deve seguire necessariamente la condanna.

Avv. Francesco Carraro

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