Il valore ante sinistro del veicolo

Com’è noto, quando la vettura danneggiata ha un valore, al momento dell’urto, inferiore a quello del costo necessario per le relative riparazioni, l’assicurazione risarcisce una somma corrispondente al primo dei valori indicati, salvi casi particolari, in cui il prezzo delle riparazioni, esclusa l’iva, sia di poco superiore al c.d. valore ante sinistro dell’auto. Orbene, nella liquidazione del valore commerciale dell’autovettura al momento dell’incidente, al danneggiato spetta una somma comprensiva anche delle correlate spese accessorie, come quelle per il mancato ‘godimento’ del bollo, quelle necessarie per la ricerca di altro veicolo usato con le stesse caratteristiche di quello incidentato, nonché quelle del costo dell’eventuale radiazione e nuova immatricolazione di altra autovettura. I giudici di merito hanno così statuito, in proposito: “In caso di riparazioni antieconomiche di un veicolo danneggiato, la liquidazione del risarcimento va effettuata tenendo conto del valore di mercato della vettura, aumentato delle spese di demolizione del relitto e di immatricolazione di una nuova vettura, detratto il valore presumibile del relitto medesimo” (Giudice di pace Torino, 10 ottobre 1997). Infatti, “Ove le spese di riparazione del veicolo danneggiato superino l’effettivo valore del medesimo, il giudice, in applicazione del principio di cui all’art. 2058 comma 2 c.c., può disporre che il risarcimento del danno avvenga solo per equivalente (nella specie si è assunto come parametro il raffronto sintetico e globale della cosa prima e dopo l’evento dannoso, con l’aggiunta di una somma pari a quella delle spese di immatricolazione e accessori del veicolo sostitutivo di quello danneggiato)” (Pretura Taranto, 09 marzo 1993).

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Il conflitto tra la manovra di svolta a sinistra e di sorpasso

Una delle dinamiche più frequenti a verificarsi nell’ambito della casistica in tema di infortunistica stradale è quella ingenerata dal conflitto tra la manovra di chi effettua una svolta al fine di immettersi in una strada laterale sinistra e quello del mezzo, in genere un motociclo, che proviene da tergo in fase di sorpasso.

In tali casi, spesso si ingenera in capo al soggetto che deve effettuare la svolta sinistrorsa l’erroneo convincimento di aver maturato un sicuro diritto di precedenza nei confronti dei veicoli provenienti da tergo e ciò per la semplice considerazione di aver magari già attivato l’indicatore di direzione sinistro.

In realtà, insegna la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, secondo un costante orientamento, che: “la manovra di svolta a sinistra, potendo provocare intralcio al normale svolgimento del traffico, comporta non solo l’obbligo per il conducente del veicolo che intenda eseguirla di effettuare la prescritta segnalazione, ma anche di accertarsi che non sopraggiungano da tergo altri veicoli in marcia normale e di continuare il controllo della strada anche durante l’esecuzione della manovra, desistendo dal compierla o continuarla se sorga pericolo di collisione” (Cass. pen., sez. IV, 10.01.86) e ancora: “la manovra di svolta a sinistra, determinando una situazione di pericolo, esige la massima prudenza e l’adozione di tutte le possibili cautele, le quali non si limitano alla segnalazione preventiva ed all’iniziale verifica di poter eseguire la conversione senza pericoli, ma debbono essere attuate durante tutta la manovra” (Cass. pen., sez. IV, 06.03.81; nello stesso senso: Pretura Catania 04.12.91, Cass. pen., sez. IV, 19.10.82, Cass. pen., sez. V, 01.04.82, Cass. pen.,sez. IV, 02.06.80, Cass.civ. 28.04.92);

Gli Ermellini hanno avuto modo di precisare anche che la manovra di svolta a sinistra determina una situazione di crisi del normale flusso dei mezzi, per cui il conducente che intende effettuarla è tenuto non solo a segnalarla, ma anche a non proseguirla, ove già iniziata, nel caso in cui vi sia un menomo rischio di collisione con veicoli sopraggiungenti.

Dunque, l’esclusiva o prevalente responsabilità della causazione del sinistro deve essere imputata al conducente del veicolo che esegua la manovra di svolta a sinistra senza aver verificato se sopraggiungano veicoli e comunque che sussistano le condizioni di sicurezza per effettuare la svolta in totale sicurezza.

Addirittura, la Corte di Cassazione ha aggiunto che il diritto di precedenza spetta ai conducenti dei veicoli provenienti da tergo, anche nel caso in cui essi si trovino in una illegittima fase di sorpasso: “il conducente di un veicolo a motore che ad un crocevia tra strade pubbliche debba svoltare a sinistra, ha l’obbligo (…) di dare la precedenza ai veicoli provenienti da destra ed ha altresì l’obbligo derivante dalla comune prudenza, di assicurarsi, prima di svoltare, che non sopravvengano veicoli da tergo, ai quali spetta al pari la precedenza ancorché si trovino in una illegittima fase di sorpasso” (Cass., Sez. III, 07.05.99, n. 4.585).

Nello stesso senso testè rammentato un’altra pronunca dei primi anni Ottanta: “il conducente di un veicolo che intenda intraprendere la manovra di svolta a sinistra non ha diritto di precedenza rispetto a quello proveniente da tergo in fase di sorpasso, ma ha l’obbligo, derivante dalla comune prudenza, di assicurarsi, prima di svoltare, che non provengano veicoli da tergo” (Cass., Sez. IV, 27.12.83, n. 1.128). E ciò in forza della dirimente considerazione per cui la manovra di svolta a sinistra, addirittura nella fase iniziale di arresto sulla linea di mezzeria, “determina una situazione di crisi del normale flusso dei veicoli, per cui il conducente che intende effettuarla è tenuto non solo a segnalarla con congruo anticipo, ma anche a non proseguirla, se già iniziata, quando possa e debba rilevarsi che è già in atto una manovra di sorpasso” (Cass., Sez. IV, 02.12.80 n. 12.742).

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Nullità della cartella spedita per posta senza l’intermediazione di un agente notificatore

Alcune recenti sentenze della Comm. Trib. Prov.le di Lecce (n. 436/02/10) e della Comm. Trib. Reg.le di Milano (n. 61/22/10) ribadiscono l’inesistenza della notifica della cartella inviata a mezzo posta direttamente dai dipendenti di Equitalia e senza l’ausilio dei soggetti puntualmente individuati dalla legge (art. 26 c. 1 DPR 602/73). Secondo la CTR di Milano: “Lo scopo della notifica dell’atto ha natura sostanziale e non processuale e viene raggiunto solo con la materiale e regolare notifica dell’atto nel domicilio fiscale o reale del contribuente”. Viene ritenuta pertanto sempre indispensabile la compilazione della relata di notifica da parte dell’agente notificatore, anche in caso di notifica a mezzo posta: “la relata di notifica è prevista come momento fondamentale nell’ambito del procedimento di notificazione e non è integralmente surrogabile dall’attività dell’ufficiale postale sicché la sua mancanza non può essere ritenuta una mera irregolarità” cosicché “la mancata compilazione della relata determina non la semplice nullità della notifica, bensì la giuridica inesistenza della stessa, patologia non sanabile in senso assoluto” (CTR Milano Sez. XXII sent. 15/04/2010). La commissione rifiuta poi la possibilità di sanatoria dell’atto per conseguimento dello scopo giacché quest’ultimo è un istituto che può valere al più per gli atti nulli, ma non certo per quelli giuridicamente inesistenti. Ad abundantiam, si ricorda anche altra sentenza della V sezione della CTR di Milano (n. 141 del 17/12/09): “laddove la legge parla di notificazione di un atto a mezzo posta la legge stessa intende riferirsi ad una trasmissione dell’atto effettuata non direttamente ma tramite l’intermediazione di un soggetto all’uopo specificatamente abilitato”.

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Sorpasso e svolta a destra

La prevalente giurisprudenza di merito insegna che in caso di sinistro stradale incorso tra una vettura che nell’eseguire una manovra di svolta a destra abbia urtato un motociclo circolante sulla propria carreggiata destra, l’autovettura urtante è responsabile dei gravi danni cagionati a danni e persone nella misura del 100% (Trib. Tivoli, 04.12.06). Ancora: “in tema di circolazione stradale, in ipotesi di svolta a destra, il conducente di un veicolo (…) ha il dovere di assicurarsi con assoluta certezza che intraprendendo la manovra non crei pericolo o intralcio ad altri utenti della strada” (Cass.pen. sent. n. 10223/05). In tale ultimo caso la Corte ha annullato la sentenza di merito che aveva assolto l’imputato il quale, alla guida di un camion, nel girare a destra aveva provocato la morte di una ciclista: la Corte ha ritenuto contraddittoria e illogica la sentenza nella quale si affermava come la precisa osservanza di tutte le regole durante la manovra avrebbe costituito una forma di diligenza impossibile da osservare per il guidatore. Anche gli artt. 105 e 154 del Codice della strada avvalora no la tesi della responsabilità dell’autovettura svoltante a destra. Sul punto, così si sono pronunciati gli ermellini, si pure cn riferimento al previente C.d.S.: “l’art. 105, comma 2, c. strad., nel testo di cui al d.P.R. 15 giugno 1959 n. 393, attribuendo nei crocevia la precedenza ai veicoli provenienti da destra obbliga il veicolo che intenda effettuare una manovra di svolta a destra ad accordare la precedenza anche al veicolo che proceda, affiancato a destra, nella medesima direzione di marcia” (Cass.civ. n. 3022/96).

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La responsabilità professionale medica

La responsabilità professionale medica trova la sua fonte nel contratto che qualsiasi paziente stipula con l’ente sanitario al momento del suo ingresso nello stesso per riceverne le cure: “in ipotesi di non corretta esecuzione della prestazione professionale medica, eseguita in struttura sanitaria pubblica, ne rispondono a titolo di responsabilità contrattuale sia l’ente ospedaliero, gestore di un servizio pubblico sanitario, sia il medico dipendente” (Cass. 12233/98; cfr. Cass. 2144/93 e 5939/93). E’ stato ribadito dalla giurisprudenza di legittimità che quanto alla responsabilità della struttura sanitaria nei confronti del paziente, è irrilevante che si tratti di una casa di cura privata o di un ospedale pubblico, in quanto a livello normativo gli obblighi verso il fruitore di servizi sono sostanzialmente equivalenti. Non sussiste dunque alcuna differenza quanto al regime di responsabilità civile trattandosi di violazioni che incidono su diritti fondamentali dell’uomo tutelati dalla costituzione, in particolare il diritto alla salute sancito dall’art. 32 cost. la cui tutela non può trovare limitazioni di responsabilità o differenze risarcitorie che si basino sulla natura pubblica o privata dell’ente che fornisce la prestazione sanitaria ( cfr. cass.civ. 4058/05). Proprio in forza del rapporto contrattuale che si instaura con il paziente, l’ente, sia esso pubblico o privato, risponde ex art. 1228 c.c., anche dei fatti dolosi e colposi cagionati dai suoi sottoposti e dipendenti. Come hanno ribadito in una recente pronuncia le Sezioni Unite della Cassazione: “tra il paziente ed il medico dipendente si instaura un contatto sociale, il cui inadempimento è sottoposto al regime di cui all’art. 1218 c.c.” (Cass. civ., S.U., 11.01.08, n. 577). In ossequio alle norme che disciplinano l’inadempimento contrattuale, si verifica nella fattispecie un’inversione dell’onere della prova a carico della convenuta giusta il disposto dell’art. 1218 c.c. per cui al paziente spetta di allegare l’inesattezza dell’inadempimento, ma non certo la colpa. Spetta ai sanitari dimostrare che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a loro non imputabile e quindi, in buona sostanza, la loro assenza di colpa: “In tema di responsabilità professionale del medico-chirurgo, sussistendo un rapporto contrattuale (quand’anche fondato sul solo contatto sociale), in base alla regola di cui all’art. 1218 c.c. il paziente ha l’onere di allegare l’inesattezza dell’inadempimento, non la colpa né, tanto meno, la gravità di essa, dovendo il difetto di colpa o la non qualificabilità della stessa in termini di gravità (nel caso di cui all’art. 2236 c.c.) essere allegata e provata dal medico” (Cass. sez. III, 24 maggio 2006, n. 12362). Va, peraltro, rilevato anche che l’eventuale particolare semplicità delle prestazioni che sono al personale medico delle strutture convenute, rendono inapplicabile la limitazione di responsabilità del professionista alle ipotesi di dolo o colpa grave di cui all’art. 2236, comma 2, c.c.. La responsabilità dei sanitari andrà, dunque, valutata con riferimento alla diligenza professionale di cui all’art. 1176, comma 2, c.c.. Del resto la tradizionale distinzione operata tra interventi di facile esecuzione ed interventi di particolare difficoltà non rileva più come criterio di ripartizione dell’onere probatorio, ma potrà, semmai, essere utilizzata al fine di valutare il grado di diligenza ed il corrispondente grado di colpa, restando comunque a carico del medico la prova che la prestazione implicava la soluzione di problemi tecnici particolarmente difficili. Ciò significa, in altre parole, sempre sotto il profilo dell’onus probandi, che, sia che si tratti di intervento routinario, sia che si tratti di intervento di peculiare difficoltà, in ossequio a quanto disposto dall’art. 1218 c.c.: “il paziente che agisce in giudizio deducendo l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria deve provare il contratto e allegare l’inadempimento del sanitario restando a carico del debitore l’onere di provare l’esatto adempimento” (Cass. 10297/2004). Non solo: essendo l’obbligazione dei sanitari un’obbligazione di mezzi, l’inadempimento coincide con il difetto di diligenza nell’esecuzione della prestazione.

Pertanto “il paziente dovrà provare l’esistenza del contratto e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento, restando a carico del sanitario o dell’ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esisti peggiorativi siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile” (Cass. 9471/2004). In ordine alla responsabilità extracontrattuale, essa sussiste ex art. 2043 c.c. in presenza di un fatto doloso o colposo che abbia cagionato a terzi un danno ingiusto. In ambito di responsabilità professionale medica, tale responsabilità trova diretta applicazione anche nei confronti della struttura sanitaria da cui dipendano i soggetti che a qualsiasi titolo e in qualsivoglia modo abbiano cagionato il danno. In altre parole, detta responsabilità e il correlato onere risarcitorio sussistono sia quando l’evento è derivato da fatto proprio dell’ente (ovverossia fatto della sua dirigenza), sia, ex art. 2049 c.c. quando l’evento è derivato da fatto dei dipendenti (salvo il diritto di rivalsa di quest’ultima ove ne ricorrano i presupposti) (Cass. pen. 1386/99, Trib. Roma 27.1198): “Ed inoltre, stante la configurabilità oggettiva anche degli estremi di un reato ove la menomazione dell’integrità psicofisica si renda riconducibile ad un comportamento colposo, la conseguente estensione della responsabilità anche al danno morale (art. 2059 c.c. e art. 185 c.p.) si configurerà anche a carico del soggetto (pubblico o privato) gestore della struttura sanitaria, costituendosi a criterio di imputazione (rispettivamente sulla base degli art. 28 cost. e 2049 c.c.) la circostanza che l’attività sanitaria rivolta all’adempimento del contratto sia stata svolta dalle persone, inserite nella propria organizzazione, di cui il gestore si sia avvalso per renderla.” (Cassazione civile , sez. III, 01 settembre 1999, n. 9198).

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La mala gestio dell’assicuratore

La mala gestio trova ampia e prevalente applicazione nell’ambito dell’RCAuto, l’unico settore dove il danneggiato ha azione diretta nei confronti dell’assicuratore. Essa si verifica allorquando l’assicuratore stesso colpevolmente adotti un comportamento ingiustificatamente dilatorio e ciò è molto più facilmente dimostrabile in RCAuto dove, a differenza degli altri ambiti di rc come la ‘malasanità’, non esistono termini di legge perentori (simili a quelli di cui agli artt. 144 e ss. D. lgs. 209/05) entro i quali la compagnia assicuratrice debba effettuare congrua offerta o motivato diniego. Va distinta la mala gestio c.d. ‘propria’ da quella c.d. ‘impropria’. La prima è riscontrabile nei rapporti fra assicuratore e danneggiante assicurato, mentre la seconda è riscontrabile nei rapporti fra assicuratore e danneggiato. Nei casi di mala gestio impropria il ritardo dell’assicuratore nel risarcire il danneggiato si traduce nell’accessorio obbligo di risarcire ‘in più’ solo gli interessi moratori ed il maggior danno da svalutazione monetaria (art.1224 c.c.), mentre solo nel caso di mala gestio ‘propria’ è possibile ottenere una liquidazione che superi tout court il massimale, con riferimento al danno nella sua interezza. In questi ultimi casi, in presenza di dimostrati comportamenti colposi dell’assicuratore, si può pensare ad un superamento del massimale di un importo pari alla differenza tra quanto il responsabile avrebbe dovuto pagare al danneggiato se l’assicuratore avesse tempestivamente adempiuto le proprie obbligazioni, e quanto invece sarà costretto a pagare in conseguenza del ritardato adempimento. (Cassazione civile, sez. III, 28/06/2010, n. 15397). Secondo un recente orientamento giurisprudenziale (Cassazione civile, sez. III 13/05/2008 n. 11908) per il sorgere della responsabilità ultramassimale per mala gestio della società di assicurazione nei confronti dell’assicurato, è sufficiente che la prima sia stata posta in grado di valutare, usando l’ordinaria diligenza ed osservando gli obblighi di correttezza e buona fede, la fondatezza della richiesta risarcitoria del danneggiato, comunque conosciuta, ed abbia tuttavia omesso di mettere a disposizione il massimale (cfr. anche Cass., nn. 4867/98, 10696/99, 7557/01, 1885/02, 2195/04, 11597/04, 24747/07).

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Affido condiviso

Il ricorso alla formula dell’affido congiunto del minore ad entrambi i genitori in caso di separazione o di divorzio è conforme alle novità normative apportate dalla legge n. 54/2006. In base alla modifica dell’art. 155 c.c., introdotta con la citata legge, viene stabilito che il Giudice scelga in via prioritaria l’affidamento condiviso, pur rimanendo comunque salva, in via residuale, anche la possibilità di concessione di affidamento esclusivo ad uno solo dei due genitori, se ciò si rendesse necessario tenuto conto dell’interesse del minore.

Pertanto viene, comunque, riaffermata la validità del principio, già affermato nella normativa previgente, per cui il criterio di riferimento per la decisione sul tipo di affidamento è quello dell’interesse del minore, interesse sia morale che materiale, come viene specificato. Tuttavia la riforma del 2006 sull’affido condiviso tuttavia non fornisce una disciplina compiuta dell’affidamento esclusivo che prima costituiva la regola. La legge n.54/06, entrata in vigore il 16/03/2006, rinnova completamente l’art. 155 c.c. e introduce gli artt. 155-bis fino al sexies. Oltre che del diritto sostanziale detta legge si occupa anche di alcune norme di diritto processuale, modificando l’art. 708 c.p.c. aggiungendovi un nuovo 4° comma ed introducendo l’art. 709-ter. Alcune questioni relative alla concreta applicazione della legge rimangono ancora aperte ed è lo stesso legislatore che demanda a dottrina e giurisprudenza di individuare una corretta via di interpretazione, lasciando spazio ad un ulteriore futuro rimaneggiamento della materia per apportare gli opportuni correttivi.

Possono verificarsi scostamenti anche significativi persino nella determinazione del valore di un danno biologico laddove si prenda a riferimento la tabella ‘in vigore’, per così dire, nell’istante dell’infortunio piuttosto che quella del giorno della liquidazione, soprattutto quando tra l’uno e l’altro sono trascorsi parecchi anni.

Intendo in questo breve articolo soffermarmi soltanto su alcune questioni di diritto sostanziale, lasciando da parte le problematiche sorte a seguito dello scarso coordinamento delle modifiche di diritto processuale con la normativa previgente.

Nell’ambito del diritto sostanziale la regola diventa ora quella dell’affido condiviso, mentre il sistema monogenitoriale di affidamento rimane un’ipotesi residuale, non espressamente disciplinata, che lascia spazio ad un’applicazione non uniforme, ma affidata alla prassi di ogni singolo Tribunale.

Uno dei problemi aperti riguarda, insieme a quello dell’assegnazione della casa coniugale e a quello sugli assegni al figlio maggiorenne, la questione relativa all’ esercizio della potestà genitoriale.

Nell’affido condiviso la potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Bisogna precisare che la titolarità della potestà genitoriale in capo al coniuge non affidatario non veniva messa in discussione nemmeno prima della recente riforma; ciò che cambia è che essa ora può essere esercitata anche da entrambi i genitori.

In tema di separazione dei genitori il riformulato art.155 c.c. rubricato come prima “Provvedimenti riguardo ai figli”, stabilisce che il Giudice determini i “tempi e le modalità della presenza di ciascun genitore” prendendo atto degli accordi, solitamente esposti nel ricorso, già intervenuti tra i genitori, tenendo sempre in primaria considerazione l’interesse dei figli.

È interessante vedere come, in concreto, possa essere realizzato un affido condiviso, poiché una delle maggiori difficoltà della nuova normativa è proprio quella dell’applicazione concreta di quanto astrattamente previsto, come i più scettici non hanno mancato di evidenziare.

La regolamentazione della vita quotidiana dei figli indicata dai coniugi e stabilita dal giudice, pur talora simile al sistema precedente nelle concrete ripartizioni temporali, deve essere ora predisposta nel rispetto del diritto dei figli; diritto, sancito dalla norma oggi in vigore, di mantenere con ciascuno dei genitori un rapporto il più possibile equilibrato e continuativo e di ricevere da entrambi cure, educazione e istruzione. Se nella fattispecie poco cambia nella suddivisione del tempo che i figli dovranno passare con ciascun genitore, si pone tuttavia una maggior attenzione ad una più equa ripartizione temporale, senza sbilanciamenti a favore dell’uno o dell’altro coniuge. La ratio della norma è volta a dare un diverso rilievo al rapporto genitori-figli. La mancanza di convivenza resta in ogni caso un forte limite al pieno soddisfacimento dell’interesse del minore, il quale sarà comunque costretto a subire un grave disagio, con possibili conseguenze in ordine al suo sviluppo psico-fisico, tanto maggiore quanto minore è l’età del figlio.

Nonostante il necessario scioglimento del rapporto di coppia come coniugi, la normativa attuale evidenzia come ciascun coniuge abbia una responsabilità volta al rispetto della continuità della crescita dei propri figli, ciascuno nel proprio ruolo di genitore, pur vivendo in case separate.

Possibilmente anche le nuove abitazioni dovrebbero essere abbastanza vicine e nello stesso Comune per evitare di sradicare i figli dall’ambiente in cui fino ad allora sono vissuti.

L’art.155 c.c. riformato indica il contenuto della potestà genitoriale, che ora può essere esercitata pienamente da entrambi, essa si sostanzia in: 1) decisioni di maggiore interesse per i figli 2) decisioni su questioni di ordinaria amministrazione. Le prime devono essere assunte sempre di comune accordo tra i genitori in base ai parametri fissati dall’art. 147 c.c.: capacità, inclinazioni naturali e aspirazione dei figli. Nell’ipotesi in cui non sia sanabile l’eventuale disaccordo insorto tra i genitori, la questione dovrà essere rimessa al Giudice, che deciderà con un provvedimento espresso. Anche le decisioni del secondo tipo, di ordinaria amministrazione, di regola andranno assunte da entrambi, in casi eccezionali tuttavia, quando il Giudice lo ritenga opportuno – sempre nel primario interesse dei figli – può stabilire con un provvedimento espresso che esse siano assunte da uno solo dei genitori, disponendo un esercizio separato della potestà limitatamente alle questioni di ordinaria amministrazione.

Il legislatore non specifica esattamente quali siano le decisioni di maggior interesse relative all’istruzione, educazione e salute dei figli. È probabile che si formerà una prassi nonchè si dovrà tener conto anche dell’esperienza già maturata. Anche la previgente normativa, infatti, prevedeva che tali decisioni fossero adottate da entrambi i coniugi, sebbene, di fatto, ciò non sempre si verificava, poiché comunque l’esercizio della potestà veniva affidato in modo esclusivo solo ad uno dei genitori.

Il nuovo art.155 aggiunge, rispetto alla formulazione precedente, che le decisioni di maggior interesse riguardanti il figlio debbano essere prese proprio partendo dalla personalità stessa del minore (capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni). In questo modo viene confermata la centralità del figlio come soggetto del rapporto con i genitori (cfr. punto 8.14 Carta europea dei Diritti del Fanciullo).

Tuttavia persistono alcune ipotesi in cui rimane labile il confine tra ordinaria amministrazione e decisioni di maggior interesse, definizione di per sé ambigua e fonte di incertezze interpretative, rimanendo una formula aperta, che nei singoli casi assumerà un contenuto concreto.

Mentre in base alla previgente disciplina il genitore non affidatario aveva solo un potere di controllo sui figli, ora entrambi i genitori non solo hanno la titolarità, ma anche l’esercizio della potestà che si scinde in due tipi di decisioni.

In tal modo, viene promossa una compartecipazine al processo decisionale che vale anche nel caso di affidamento esclusivo, almeno secondo le prime interpretazioni della legge. La riforma vuole introdurre il principio di bigenitorialità, di conseguenza la partecipazione alle questioni di maggiore importanza deve essere condivisa, indipendentemente dal regime di affidamento, condiviso od esclusivo. Il Giudice avrà poi la possibilità di graduare l’esercizio della potestà.

Rispetto al sistema precedente in cui di fatto il coniuge non affidatario risultava spesso escluso dalle scelte più importanti relative ai figli, l’attuale normativa è chiara nella doverosità del coinvolgimento di entrambi i genitori nelle questioni più importanti riguardanti la vita dei figli.

Bisogna sottolineare come cambi completamente la prospettiva adottata dal legislatore: già con la riforma del Diritto di famiglia del 1975 era stato introdotto il riferimento all’interesse morale e materiale della prole, a prescindere da eventuali attribuzioni di colpa in merito alla separazione, tuttavia dalle parole usate nell’articolo 155 c.c. si deduce che il legislatore continui ad incentrare la titolarità dei diritti sui coniugi.

L’affidamento dei figli veniva visto come una delle modalità della separazione che aveva per soggetti i due coniugi, i quali ad un certo momento avevano deciso di separarsi spartendosi tutto quello che avevano avuto in comune, compresi i figli.

Ora invece la prospettiva è diversa: infatti nell’art. 155 c.c. non si parla più dei coniugi, soggetti della separazione, ma di due genitori, che, fatte le proprie scelte di vita, devono rispettare i diritti dei figli. È il figlio ad avere il diritto ad avere due genitori – il c.d. principio della bigenitorialità – ed è questo principio, che vede come soggetto il figlio, che deve essere rispettato.

A tal fine il legislatore ha ritenuto necessario disciplinare i rapporti che ciascun genitore avrà con i figli in seguito alla separazione, mediante una nuova formulazione dell’art. 155 c.c. Nel momento in cui due persone hanno deciso di separarsi, se, da un lato viene meno il ruolo di coniuge, non può, tuttavia, ammettersi che venga meno anche il proprio ruolo di genitore, sebbene la mancanza di convivenza in comune tra i genitori e il figlio limiti di fatto la possibilità di un corretto esercizio della propria funzione genitoriale.

I figli, dunque, con la recente riforma, vengono finalmente considerati dal legislatore non più “oggetto” bensì “soggetto” di diritti. Nella sua nuova formulazione dell’art.155 costituisce una delle norme di recente introduzione che attuano anche in Italia questa importante evoluzione del pensiero giuridico già in precedenza acquisita dal Diritto internazionale.

Il legislatore italiano ha dimostrato dunque di aver recepito quei principi e quei diritti riconosciuti ai “fanciulli” già sanciti a livello internazionale, dapprima con la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” ( Convenzione di New York del 1989, resa esecutiva in Italia con la legge n. 176/91) e poi a livello europeo, con la “Carta europea dei diritti del fanciullo” del 1992 e successivamente con la “Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei bambini” del 1996. Quest’ultima prevede, fra l’altro, l’audizione del minore nelle controversie che possano in qualche modo riguardarlo (punto 8.14), possibilità ora introdotta nel nostro sistema dal novellato art.155-sexies.

Nella Convenzione di New York si afferma proprio il principio della bigenitorialità, inteso quale diritto del figlio ad un rapporto completo e stabile non con uno, ma con entrambi i genitori, anche nel caso in cui la famiglia attraversi una fase patologica, come è quella della separazione. L’art. 9, al terzo comma afferma, infatti, il diritto del fanciullo “separato da entrambi i genitori o da uno di essi di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo”.

All’art. 18 della stessa convenzione, inoltre, viene richiamata la comune responsabilità dei genitori in ordine all’educazione e a provvedere entrambi al suo sviluppo.

Anche nella “Carta Europea dei Diritti del fanciullo” al punto 8.13 viene ribadito che, “in caso di separazione di fatto, separazione legale, divorzio dei genitori o nullità del matrimonio, il fanciullo ha il diritto di mantenere contatti diretti e permanenti con i due genitori, i quali hanno gli stessi obblighi”, inoltre, si fa riferimento alla comune responsabilità dei genitori nell’educazione e nella crescita del figlio (punto n.8.11).

Vorrei fare ora una valutazione conclusiva in ordine all’introduzione della normativa dell’affidamento condiviso. Il legislatore, adeguandosi alle istanze europee e uniformandosi ad una ormai affermata codificazione sovranazionale in tema di diritti dei fanciulli, ha introdotto la regola dell’affidamento condiviso, la quale a molti sembra una regola di compromesso, ma dalla difficile applicazione pratica.

Solo col tempo potremo capire se ciò che viene astrattamente previsto possa rispondere o meno alle esigenze, da un lato di maggior coinvolgimento nella vita dei propri figli, rivendicate in precedenza dai genitori non affidatari, ma soprattutto alle esigenze, rivendicate dai figli stessi, di continuare ad avere una famiglia ancora unita, sebbene non più convivente.

A questo proposito è interessante l’affermazione del Tribunale per i minorenni di Milano (sent. del 20/06/2006), secondo il quale non è “di per sé ostativa all’affidamento del figlio ad entrambi i genitori la mancanza di spirito collaborativo e difficoltà di comunicazione tra gli stessi. Non è cioè , la presenza del conflitto in sé che impedisce di adottare la soluzione dell’affidamento condiviso.” A fronte di tale considerazione, in linea con la ratio della norma, ciò che bisognerà valutare sarà se sia “percorribile la via della corresponsabilizzazione dei genitori e dell’assunzione da parte loro, di un compito genitoriale pieno, e quindi condiviso”. Queste considerazioni vanno sempre rapportate alla prospettiva in base alla quale si tiene principalmente conto dell’interesse primario del figlio, interesse che non rimane più, come prima, solo un concetto generico, ma che si concreta, in base al nuovo art. 155 c.c., in un diritto del figlio a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori.

I genitori, dunque, indipendentemente dai motivi personali di conflitto tra loro, nel proprio rapporto con i figli devono rendersi disponibili a mettere al centro delle loro preoccupazioni l’interesse dei figli e, qualora fosse necessario, dovranno rendersi disponibili anche ad accettare l’intervento di terzi mediatori, come espressamente previsto dalla legge.

Importante è dunque il ruolo dell’avvocato, a cui si rivolgono i coniugi che intendono separarsi. Infatti, egli dovrà aiutarli a capire cosa comporti l’affido condiviso e renderli consapevoli che, in conformità alla nuova disciplina, saranno chiamati ad andare al di là della propria situazione conflittuale, che rende impossibile un’ulteriore convivenza, mantenendo il proprio ruolo genitoriale, che non dovrà venire meno, nonostante il cambiamento intervenuto nei loro rapporti. È necessario che l’avvocato trasmetta ai coniugi il concetto di bigenitorialità e quello di interesse del minore.

Soprattutto quando i figli sono piccoli, al fine di non comprometterne la preesistente situazione di equilibrio nella crescita fisica e psicologica si dovranno richiamare i genitori all’importanza della loro presenza nel rapporto con i figli, il più possibile su un piano paritario, senza che uno dei due possa risultare sminuito nel proprio ruolo di padre o di madre.

Di certo non basterà questa legge a risolvere tutte le difficoltà della complessa situazione che si viene a creare nelle famiglie in caso di separazione dei coniugi-genitori, né con una legge generale e astratta si riuscirà a regolare al meglio le complicanze che possono esserci nei casi particolari e concreti, soprattutto in una materia delicata come questa, che riguarda le persone negli aspetti più intimi ed esistenziali.

Tuttavia avere dato soggettività di diritti ai minori, cambiato angolo visuale e reso preminente l’interesse dei figli sulle esigenze dei coniugi si pongono nella prospettiva di un cambiamento che da normativo si auspica possa tradursi, un po’ alla volta, anche sul piano reale, quando lo spirito della norma sarà assimilato dagli operatori del diritto e soprattutto da coloro a cui la nuova disciplina è rivolta: i genitori.

Avv. Giulia Drioli

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Inail: danno complementare e danno differenziale

In base al D.Lgs. n. 38/00 per infortuni relativi a danni valutati in misura pari o superiore al 16%, l’Inail corrisponde un indennizzo in rendita che è costituita da due quote: la prima, relativa al danno biologico, viene individuata nell’apposita tabella (tabella Inail, n.d.r.) con riferimento esclusivo alla menomazione; la seconda quota viene riferita al danno patrimoniale e calcolata sulla base della retribuzione del grado di menomazione e del corrispondente coefficiente di cui all’apposita tabella. E’ evidente che rispetto a quanto liquidato al danneggiato in sede di causa civile per il risarcimento dei danni, andranno defalcate dall’importo complessivo le somme relative alle voci omogenee oggetto sia della liquidazione giudiziale sia di quella assistenzialistica. In altre parole, se il giudice liquida all’attore sia il danno biologico (o, per meglio dire, complessivamente inteso nella sua riformulazione post sentenza di San Martino, non patrimoniale) che il danno patrimoniale, bisognerà detrarre dalla somma individuata dal giudicante sia la quota capitale messa a disposizione dall’Inail a titolo di biologico, sia quella messa a disposizione a titolo di danno patrimoniale. Laddove, invece, il giudice liquidi solamente un danno non patrimoniale complessivamente considerato (biologico permanente e temporaneo, morale, etc.), ma non quello patrimoniale, andrà detratta dalla somma risarcitoria complessivamente individuata dal giudicante solo la parte Inail erogata a titolo di danno biologico. In altre parole, deve essere defalcata da quanto spettante all’attore la parte di rendita erogata dall’Inail a titolo di indennizzo per il danno biologico. Non dovranno invece essere scomputate quelle parti di danno erogate dall’INAIL a titolo diverso, come ad esempio la rendita costituita dall’INAIL quale ristoro del danno patrimoniale subito dal lavoratore che abbia subito una menomazione superiore al 15% di invalidità permanente. Ciò conformemente a quanto insegnato dalla uniforme giurisprudenza di legittimità e di merito. Del tutto scorretto, dunque, sotto un profilo di elementare buon senso oltre che squisitamente giuridico, è la pretesa che taluni avanzano di compensare le somme che saranno oggetto di condanna a favore del danneggiato con tutte le somme erogate dall’INAIL o da questo istituto messe a disposizione dello stesso. Anche in virtù del l’elementare e nota ragione che l’attore ha diritto sia al c.d. danno complementare (coincidente con le voci di danno non ristorato dell’INAIL), sia al cosiddetto danno differenziale (coincidente con la parte di danno biologico risultata dovuta in sede di R.C. ed eccedente rispetto a quanto liquidato proprio come danno biologico dall’INAIL). Per meglio dire, da un lato non vi è alcuna fondata ragione per cui la controparte, in caso di condanna, non dovrebbe farsi carico di corrispondere al danneggiato le somme liquidate a titolo di danno non patrimoniale, sotto il profilo di biologico temporaneo, sofferenza morale e pregiudizio esistenziale (danno complementare); dall’altro lato, non vi è neppure alcun valido motivo che possa giustificare la decurtazione da quanto liquidato dal giudice a titolo di danno non patrimoniale anche delle poste ottenute dal danneggiato a titolo di danno patrimoniale grazie alle indennità assistenziali. Operando altrimenti, si finirebbe per penalizzare ingiustamente il danneggiato che si vedrebbe riconoscere il danno patrimoniale dall’Inail, ma solo una parte di quello non patrimoniale (sempre dall’Inail) giacchè un’altra abbondante porzione gli verrebbe di fatto sottratta mercè una indebita compensazione con una posta risarcitoria tutt’affatto diversa. Quello per cui agisce il danneggiato, in siffatti casi, viene tecnicamente definito danno differenziale, vale a dire quel quid pluris di danno non patrimoniale che alla vittima del sinistro spetta rispetto a quanto messo a disposizione dall’Istituto. Quid pluris che in genere risulta sussistere sia perché l’Inail non liquida il danno morale e il danno biologico temporaneo, sia perché utilizza tabelle e baremes di calcolo differenti (in pejus) rispetto a quelli civilistici: “atteso il divario fra la minore quantificazione economica del danno da invalidità permanente operata dalle tabelle Inail e quella maggiore operata dalle tabelle create e applicate, in via equitativa, dalla giurisprudenza in materia di responsabilità civile, il lavoratore ha diritto a ottenere il risarcimento della parte di danno non indennizzata dall’Inail (cd. danno differenziale quantitativo); ne consegue che, trattandosi in questo caso di risarcimento e non di indennizzo, il giudice dovrà applicare i consueti criteri civilistici di liquidazione del danno” (Tribunale La Spezia, 16/12/2009). Insomma, non vi è dubbio, neppure a livello giurisprudenziale che l’unica detrazione da effettuarsi da parte del lavoratore infortunato riguardi la somma corrisposta dall’INAIL a titolo di danno biologico permanente, e non invece quella corrisposta a titolo diverso: “Pure successivamente all’entrata in vigore del d.lg. n. 38 del 2000, in caso di infortunio sul lavoro la cui responsabilità sia ascrivibile (al datore di lavoro o) ad un terzo, il lavoratore può ottenere dal responsabile dell’infortunio l’integrale risarcimento del danno biologico da invalidità permanente, detraendo quanto a tale titolo corrisposto dall’INAIL, secondo il principio di esonero da responsabilità patrimoniale fino al concorso delle prestazioni erogate dall’ente previdenziale, sancito dall’art. 10 del d.P.R. n. 1124/65 (c.d. danno differenziale)” (Trib. Camerino, 19.07.06). In altri termini, va evitata quella che viene spesso definita l’ingiusta locupletazione tra le medesime voci di danno ristorate sia dall’INAIL che dal datore di lavoro. Ma ciò non significa che il lavoratore debba essere privato (per effetto di una perversa compensazione tra quanto liquidato dal giudice e TUTTO quanto ricevuto dall’INAIL, senza distinguere tra i titoli delle corresponsioni dell’istituto di previdenza pubblico) di voci di danno che l’INAIL ha corrisposto solo in parte (come ad. es. per il danno biologico permanente) o non ha corrisposto affatto (come ad esempio per il danno biologico permanente o temporaneo). Oggi la scomposizione del danno è un dato acquisito sul piano costituzionale per l’applicazione generalizzata delle nuove regole che completa il percorso portando la Cassazione ad escludere dalla rivalsa voci di danno non comprese nell’indennizzo corrisposto dall’INAIL. Con un’ordinanza del 28.05.07 il Tribunale di Pinerolo ha rigettato un’istanza di sospensione di azione esecutiva rilevano che correttamente l’azione esecutiva era stata promossa con precetto risultante “dalla differenza tra il danno biologico complessivamente liquidato in sentenza (per euro 128.533,33) ed il valore attuale della rendita Inail liquidata per il medesimo titolo (euro 69.750,19)”.

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Tutela della privacy e diritto di cronaca

Uno degli aspetti più interessanti del diritto alla privacy è il rapporto fra le vicende personali e i fatti che abbiano suscitato un grande interesse nella collettività[1].

Il rapporto tra riservatezza e cronaca si è posto, sin dall’inizio, in termini fortemente conflittuali, rispondendo i due diritti in questione ad esigenze umane e sociali contrapposte. Da una parte, la volontà del singolo individuo di non far conoscere informazioni che lo riguardano o di farle conoscere alle proprie condizioni, dall’altra l’interesse della collettività alla più ampia circolazione di notizie, nonché la volontà di un altro soggetto di poter manifestare liberamente il proprio pensiero sui fatti, che accadono nella società in cui vive.

La dottrina prevalente e la giurisprudenza della Corte costituzionale hanno concluso, sul punto, sottolineando che la libertà di manifestazione del pensiero corrisponde alla “libertà di dare e divulgare notizie, opinioni commenti”[2], con la conseguenza che l’art. 21 garantisce anche il diritto di cronaca.

Il diritto di cronaca, così come è stato definito dalla giurisprudenza prevalente della Corte di Cassazione, consiste nel diritto di raccontare i fatti per come accadono. Tale diritto deriva direttamente dall’articolo 21 della Costituzione italiana.

Per diritto di cronaca, si intende non soltanto la facoltà per i giornalisti di comunicare, a mezzo articoli, avvenimenti storicamente verificatisi e meritevoli di essere conosciuti dalla pubblica opinione, ma anche la possibilità, garantita a tutti, di riferire ad altri vicende accadute.

La giurisprudenza e la dottrina prevalenti, nel delineare questo diritto insopprimibile, ne hanno individuato i limiti: in particolare, i limiti del diritto di cronaca, a cui rinvia tale articolo, sono stati individuati, in due famose sentenze della Corte di Cassazione: una civile del 18 ottobre 1984, n. 5259 (nota anche come il c.d. Decalogo del giornalista[3]), l’altra penale del 30 giugno 1984, n. 8959.

Il rapporto tra diritto alla privacy e diritto di cronaca non è di semplice definizione, in quanto vanno definiti i limiti dell’uno per poter tracciare il raggio d’azione dell’altro. Non sono contrastanti in sé e per sé, ma operano entro confini distinguibili.

Le condizioni per l’esercizio del diritto di cronaca sono stati tracciati dalla Corte di Cassazione con le sentenze sopra citate; con esse la Corte stabilisce quali sono le condizioni per l’esercizio del diritto di cronaca: in primo luogo la libertà d’informazione deve perseguire un’utilità sociale, i fatti divulgati devono corrispondere al vero o comunque il soggetto che li diffonde deve valutarli, a seguito di un serio e diligente lavoro di ricerca, come veri, in ultimo è necessaria che vi sia una forma “civile” della esposizione dei fatti e della loro valutazione[4]: non ricorre quest’ultima condizione quando la critica è eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, difetta di serenità e di obiettività, calpesta quel minimo di dignità cui ogni persona ha sempre diritto, ed infine non è improntata a leale chiarezza[5].

La dove la notizia rispetti questi canoni riteniamo che non vi sia motivo di conflitto con il diritto alla privacy. Infatti, tornando all’analisi della definizione di diritto alla vita privata, emerge subito che oggetto della protezione di quest’istituto è la sfera privata della persona, intesa come quell’insieme di azioni, comportamenti, opinioni, preferenze, informazioni personali su cui l’interessato vuole mantenere il controllo esclusivo, aspetti della sfera dell’individuo che, secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, non rientrano tra quei fatti che possono essere oggetto di notizia in quanto non sono d’interesse pubblico. Infatti contenuto del diritto di cronaca possono essere solo quei fatti che pur essendo pertinenti ad un determinato soggetto, hanno una qualche rilevanza sociale[6], cioè devono appartenere alla sfera pubblica del soggetto. Quest’ultima è caratterizzata da tutto ciò che attiene alla vita generale dell’ordinamento ed al relativo necessario controllo democratico; in particolare, se l’ordinamento riconosce un certo bene o capacità o legittimazione al singolo, non è irragionevole pensare che tutto ciò che viene fatto nell’esercizio di queste posizioni, non assume carattere di pubblico interesse, tuttavia, se dispiegasse effetti riflessi e consistenti per i terzi e per le loro aspettative, rientrerebbe nell’ambito della sfera pubblica e quindi potrebbe essere oggetto di notizia. Rientra, inoltre, nella sfera del pubblico interesse tutto ciò che viene volontariamente[7] offerto alla pubblica attenzione[8].

Nonostante i parametri fissati dalla giurisprudenza al fine di bilanciare l’esigenza di tutela dei due diritti in questione, i media hanno spesso saputo sottrarsi ad ogni limitazione; in particolare, hanno aggirato il limite dell’interesse pubblico della notizia, facendo rientrare nella nozione di pubblico interesse la semplice curiosità degli acquirenti dell’informazione[9].

Un importante strumento, per “contemperare i diritti fondamentali della persona con il diritto dei cittadini all’informazione e con la libertà di stampa[10]”, è stato previsto dall’art. 25 della legge 31 dicembre 1996, n. 675, come modificato dall’art. 12 del decreto legislativo 13 maggio 1998, n 171, che ha previsto che “il trattamento dei dati personali nell’esercizio della professione giornalistica deve essere effettuato sulla base di un apposito codice di deontologia, recante misure ed accorgimenti a garanzia degli interessati rapportati alla natura dei dati, in particolare per quanto riguarda i dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”[11].

Il codice di deontologia dei giornalisti, che è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 29 luglio 1998, mira a regolamentare l’attività giornalistica, ponendo dei limiti a difesa della tutela della vita privata; in particolare il primo comma dell’art. 1 stabilisce le finalità del codice[12], affermando che lo scopo della presente normativa è diretta a contemperare l’esigenze dell’informazioni con quelle della tutela della vita privata; particolare rilievo ricopre l’art. 6, in quanto prevede il canone dell’essenzialità dell’informazione[13], come limite al diritto di cronaca[14].

Con l’articolo 8 invece si vuole proteggere la dignità delle persone, impedendo al giornalista di fornire notizie o pubblicare immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né di soffermarsi su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine. Avv. Maurizio Oppedisano [1] A. MANTELERO, Il diritto alla riservatezza nella l. n. 675 del 1996: il nuovo che viene dal passato, in rivista trimestrale di diritto e procedura civile, 2000, fasc. 3, p. 973 [2] Cfr. la sentenza della Corte costituzionale del 15 giugno 1972, n. 105. [3] Estratto della sentenza della Corte Cass. I civ. 18 ottobre 1984, n. 5259: ”Ciò posto, va ricordato che – come ormai la giurisprudenza di questa Corte ha più volte avuto occasione di precisare, sia in sede civile che penale – il diritto di stampa (cioè la libertà di diffondere attraverso la stampa notizie e commenti) sancito in linea di principio nell’art. 21 Cost. e regolato fondamentalmente nella l. 8 febbraio 1948 n. 47, è legittimo quando concorrano le seguenti tre condizioni: 1) utilità sociale dell’informazione; 2) verità (oggettiva o anche soltanto putativa purché, in quest’ultimo caso, frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) dei fatti esposti; 3) forma “civile” della esposizione dei fatti e della loro valutazione: cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena obiettività almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più umani sentimenti”. [4] Cfr. la sentenza della Corte Cass. sez I civ. 18 ottobre 1984, n. 5259. [5] La stessa Corte di Cassazione, nella sent. sopra citata, afferma che lo sleale difetto di chiarezza sussiste quando il giornalista ricorre ad una delle seguenti subdole tecniche: 1) al sottinteso sapiente, che consiste nell’uso di determinate espressioni nella consapevolezza che il pubblico dei lettori le intenderà o in maniera diversa o, addirittura, contraria al loro significato letterale, e, comunque, in senso fortemente sfavorevole ed offensivo nei confronti della persona che si vuole mettere in cattiva luce. Un esempio è rappresentato dal racchiudere determinate parole tra virgolette, allo scopo di far intendere al lettore che esse non sono altro che eufemismi, e che, comunque, sono da interpretarsi in un senso molto diverso da quello che avrebbero senza virgolette; 2) agli accostamenti suggestionanti di fatti che si riferiscono alla persona che si vuole mettere in cattiva luce con altri fatti (presenti o passati, ma sempre in qualche modo negativi per la reputazione) riguardanti altre persone estranee, oppure con giudizi negativi apparentemente espressi in forma generale ed astratta e, come tali, ineccepibili ma che, invece, per il contesto in cui sono inseriti, il lettore riferisce, inevitabilmente, a persone ben determinate; 3) al tono sproporzionatamente scandalizzato e sdegnato, specie nei titoli, o, comunque, all’artificiosa e sistematica drammatizzazione con cui si riferiscono notizie “neutre” allo scopo di indurre i lettori più superficiali a lasciarsi suggestionare soltanto dal tono usato (classico, a tal fine, è l’uso del punto esclamativo anche là dove, di solito, non viene messo); 4) alle vere e proprie insinuazioni, che ricorrono quando, pur senza esporre fatti o esprimere giudizi apertamente, si articola il discorso in modo tale che il lettore li prenda lo stesso in considerazione a tutto svantaggio della reputazione di un determinato soggetto. [6] Cfr. una pronuncia del Pretore di Roma, del 25 gennaio 1979. nel in questione la Rai ha trasmesso uno sceneggiato in cui sono state revocate le vicende del “delitto Paternò”, in cui venne uccisa Giulia Trigona; la figlia dei coniugi Trigona ha agito in giudizio a tutela del diritto alla riservatezza dei genitori e della propria immagine. Il pretore di Roma, nel caso in questione, ha negato l’esistenza del diritto alla riservatezza quando vengono rievocati fatti assai conosciuti nel periodo in cui si sono verificati ed oggetto d’interesse pubblico, tali da essere ‘interesse storici ed emblematici di un’epoca. Il pretore ha individuato i fatti che sono stati i criteri per per ammettere la legittimità di molte rievocazioni storiche: la notorietà degli eventi, l’interesse storico, l’attenzione della collettività nell’epoca in cui sono accadute. [7] Non viola i limiti al diritto di cronaca posti a tutela della privacy la diffusione su di un organo di stampa di circostanze, notizie e dati già resi noti dall’interessato attraverso “lettere aperte” inviate ad una pluralità indeterminata di soggetti. E’ quanto affermato dal Garante in un provvedimento con cui è stata dichiarata la manifesta infondatezza di un ricorso presentato da un ricercatore universitario (Newsletter – 28 giugno 1999, in www.garanteprivacy.it) [8] A. BEVERE e A. CERRI, Il diritto d’informazione e i diritti della persona, Milano, Giuffrè, 1995, pp. 53 s. [9] A. CLEMENTE, Privacy, CEDAM, Padova, 1999, p. 4. [10] Cfr. il primo comma dell’art. 1 del Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica ai sensi dell’art. 25 della legge 31 dicembre 1996, n. 675. [11] S. RODOTA’, Preambolo del provvedimento 29 luglio 1998 relativo al codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica ai sensi dell’art. 25 della legge 31 dicembre 1996, n. 675 , in http://www.garanteprivacy.it/garante [12] Così recita l’art. 1: “Le presenti norme sono volte a contemperare i diritti fondamentali della persona con il diritto dei cittadini all’informazione e con la libertà di stampa”. [13] Lo stesso articolo pone dei paletti all’”aggressione” alla vita privata delle persone note, stabilendo al secondo comma che “La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica” [14] Tra le pronunce del Garante, ricordiamo una in cui ha accolto il ricorso di una persona che aveva lamentato la violazione della sua privacy da parte di un quotidiano. In occasione di una vicenda giudiziaria relativa ad un proprio congiunto, il quotidiano aveva fatto riferimento alle condizioni di salute dell’interessato. Tale riferimento, pur senza l’indicazione di precisi dati identificativi, aveva consentito di individuare l’interessato in quanto lo stesso era stato indicato come “suocero” della persona citata con precisione nell’articolo. Il ricorrente aveva perciò chiesto al Garante di intervenire ordinando il blocco dei dati. Il Garante ha ritenuto fondato il ricorso perché la citazione della specifica patologia da cui era stato affetto il ricorrente è risultata eccedente rispetto all’esigenza di voler informare sulla vicenda in questione. Lo stesso scopo si sarebbe, infatti, potuto ottenere attraverso riferimenti più generici che nulla avrebbero tolto al valore della notizia (parlando, ad esempio, di “particolari condizioni di salute di un congiunto”).

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